UNA BARA APERTA

di H. PUEYO

traduzione di Francesca Della Bona

Il generale Estiano mi ha assunto per occuparmi del corpo, ma evita di parlare con me. Le nostre uniche conversazioni si sono svolte al telefono, quando ha insistito sul fatto che questo lavoro avrebbe richiesto la mia completa attenzione e il massimo della cura. «Una questione di famiglia» aveva detto, «sono sicuro che capirà.» Quello che mi aspettava nella stanza principale della sua casa era un cadavere imbalsamato che riposava in una bella bara di cristallo, pieno di alcol, glicerina e conservanti per conservare nell’aspetto un’illusione di vita.

«Pensa che lo metta a disagio?» chiesi a una delle cameriere.

«No, no» rispose lei in un sussurro frettoloso. «Penso che lo calmi».

Fu allora che guardai più da vicino il corpo: sottili capelli ramati, pelle bianca ormai trasformatasi in cera, occhi chiusi in un sonno sereno.

«Santo cielo… La morte… quando è avvenuta?»

«1985» disse la cameriera. Non guardava affatto il corpo, come se non fosse lì. «Un peccato».

Che fosse stato un peccato non spiegava cosa potesse spingere qualcuno a tenere un cadavere in mostra. Tuttavia, trovai una certa bellezza in quel gesto, nell’amore filiale, forse. Per essere tenuta lì, quella cosa – quell’essere umano – doveva essere stata davvero adorata.

«C’è dell’altro che devi sapere su questo lavoro» mi disse la cameriera mentre attraversavamo il corridoio che conduceva alle scale. «A volte, altri verranno a visitare il corpo. Devi sempre lasciarli entrare».

Continua su Il Buio, numero 6

H. Pueyo (@hachepueyo su Twitter) è una scrittrice argentino-brasiliana di fumetti e speculative fiction. Le sue opere sono apparse su carta e online su Clarkesworld, Capricious e Sharp & Sugar Tooth: Women Up To No Good. Attualmente vive in Brasile con suo marito e le loro interminabili pile di lavori da sbrigare.

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