L’ULTIMO GIRO DI PUB DEI FRATELLI PENNYFEATHER

di L CHAN

traduzione di Andrea Viscusi

Mio fratello mi aspetta fuori al freddo. Non lo preoccupava allora e non lo preoccupa adesso, anche con questo vento che strappa flutti di condensa da sotto il naso. Io invece lo sento il freddo, a me il freddo mi assale. I polpastrelli insensibili dentro i guanti, anche se stringo i pugni e li infilo nelle tasche dei pantaloni; quel dolore familiare al ginocchio fratturato a vent’anni, che mi avvisa del temporale in arrivo.

Non abbiamo passato altre belle serate, non abbiamo passato proprio niente di bello, dopo il fallimento alla stazione di Holborn. Che casino che è stato quello.

Bill, lui ha quel ghigno da faccia di merda. Largo come quello dello Stregatto, confortante come un assicuratore e affilato come un rasoio. In una maratona precedeteci siamo presi entrambi la camicia hawaiana più kitsch possibile, una tombola di tropicalità: palme, ananas, tramonti, tavole da surf e spiagge. Quel tipo di camicia che spinge ragazzetti dalla faccia arrossata sulle loro macchine truccate a rallentare per urlarti addosso.

Non ci abbracciamo, William Pennyfeather e io. C’è un divario tra di noi, uno squarcio di tempo e spazio, torti veri e immaginati. Una cicatrice rossa e incrostata, a coprire le vecchie ferite.

«È passato un po’, fratellino». Come se non fosse due anni più giovane. Eppure è ancora lì, sepolto sotto questi ultimi anni di detriti, un substrato di fratellanza.

«Bentrovato anche a te» saluto.

«Non ti sei messo la camicia. Comunque, questa maratona sarà speciale. Solo tre pub e un quarto se ce la gestiamo bene».

«Ti stai ammosciando, Bill?».

«Per nulla, e di sicuro non finché entro in questa camicia. Devono essere proprio questi tre pub, c’è del metodo in questa follia. Sono tutti infestati. La maratona sarà…».

«Non dirlo, Bill». Non era esaltante quando non facevamo una barba in due, non lo è adesso che siamo sul lato sbagliato dei trenta, a congelarci le chiappe di venerdì sera in un parcheggio mentre il mondo ci scivola accanto tra fari multicolori, calze a rete e l’effetto doppler degli ultimi successi pop usati come suonerie.

«– epica».

*

Il segugio e il cervo, il ragazzo in disfacimento

Il primo pub ha un’antica insegna blu sulla parete. C’è anche un sentore effimero di disperazione, sudore di operai e il fondale dei loro salari sparsi sul bancone, odore di legno in macerazione sottovuoto da almeno un secolo. Uomini brizzolati con le unghie sporche affollano il banco, ma noi ci sediamo accanto a un ragazzino di dieci anni o giù di lì, occupato con una pinta troppo grande per lui.

«Andate via voi due, lasciate in pace un vecchio fantasma,» dice il ragazzo, puntando il suo sguardo vuoto su di noi. Le aperture sulla sua faccia sono incavate verso il nulla, dalle profondità senza fondo dei suoi occhi e delle sue fauci si irradia una ragnatela di incrinature, come se la sua faccia pallida fosse di porcellana finissima, fatta a pezzi e rimessa insieme più volte.

«Non siamo in servizio, come puoi vedere,» lo rassicura mio fratello. «Il Lavoro può aspettare».

Il Lavoro, è così che mamma lo chiamava, con una pausa rispettosa che trasformava la parola in qualcosa di più, qualcosa a metà strada tra vocazione e maledizione, come tutti i nobili intenti.

La cosa senza occhi e senza labbra davanti a noi grugnisce e solleva il suo bicchiere polveroso.

«Non hai il vestito del tuo funerale,» dico al ragazzo dopo che Bill ci lascia per andare a prendere le prime bevute della serata.

«No,» risponde lui, ripulendosi una chiazza grigiastra dal viso latteo con la manica della sua maglia del Liverpool, numero 7. Suàrez era stato ingaggiato nel 2010. «Qui fanno vedere solo cricket e calcio. Mi piace rimanere aggiornato». Si interrompe per fischiare a un trio di ragazze che ci sfilano accanto in tacchi alti e calze elasticizzate. Una di loro, più sensibile, si strofina la pelle d’oca sugli avambracci. «Se rimani sempre lo stesso per duecento anni, finisci per voler essere morto,» completa.

La schiuma bianca sborda dalla cima della pinta, cola di lato in un rivolo pigro. «Oops,» dice Bill, fa scorrere un dito sul bicchiere e lo porta alla bocca. Le bolle ansimano nell’aria tiepida del pub, che inizia ad assumere l’odore della calca ora che la cena è finita. Sa un po’ di profumo dozzinale, un po’ di dopobarba dozzinale, un po’ di qualunque cosa dozzinale. La birra è oro colato e affoga l’afrore del locale, e già questo vale tutto il prezzo.

Il ragazzo in disfacimento si gratta una guancia immacolata, come un coltello che riga la ceramica. Qualcosa gli si impiglia sotto l’unghia e pela via un lembo della sua faccia, con il suono di un uovo che si schiude. Posa il triangolino sul tavolo.

«Abbiamo tutti il nostro inferno ad aspettarci. Alcuni di noi lo incontrano, altri se lo trascinano dietro». Questo lo dice a me, e si infila la scaglia in bocca fissandomi; disfacimento e rifacimento, in lotta contro l’entropia. «Voi ragazzi siete qui solo a scaldare la sedia, oppure dobbiamo combattere, o cosa?» chiede il ragazzo senza occhi, scola il fondo del suo bicchiere e lo spinge giù dal tavolo. Non c’è schianto, niente colpisce il pavimento.

Combattere a volte fa parte del Lavoro, un passatempo che ha consumato me e Bill per almeno un decennio dopo che Mamma ci ha lasciato l’azienda di famiglia. Non proprio un’azienda, per nulla. Da un’azienda dovresti tirarci fuori dei soldi.

Bill e io finiamo le birre.

Questo è il Lavoro, disse la Signora Pennyfeather.

Aiutare i fantasmi? chiese Bill, che aveva ancora i riccioli della sua adolescenza, la voce di un’ottava più acuta di quella dell’uomo che sarebbe diventato.

Dobbiamo ucciderli, è questo che significa, vero? Esorcizzarli? Scacciarli via? chiesi io, accodandomi alla domanda di Bill.

Oh, voi due, disse la Signora Pennyfeather, guardandoci con i suoi grandi occhi striati da quelle macchioline dorate intorno alle pupille, che potevi vedere solo se la luce li colpiva nell’angolazione giusta. A cosa servirebbe aggrapparsi a questo piano materiale, quando tutto ciò che avevi di materiale è andato perduto? Hanno subito una violenza, e voi gliene aggiungereste un’altra? Così ansiosi di trovare la strada più facile per cavarvela, voi ragazzi, e prese a ridere.

Ma alcuni fantasmi non vogliono aiuto.

*

Wetherspoons: i tessitori

«È per questo che hai organizzato la serata, Bill? Vuoi che torni a lavorare?».

«Non ti manca il Lavoro?».

«Non è quello che ti ho chiesto».

Spinge le porte a vetri del Wetherspoons, l’aria gelida ci supera, la strada espira nell’atmosfera intrisa di birra di quel piccolo microcosmo. Avvertiamo la pressione della folla, che odora di bramosia e rimbomba come l’oceano, sembra inscenare una pubblicità di abbigliamento firmato. C’è calma solo a un tavolo nell’angolo, dove nessuno si ferma per molto. È occupato, si dicono ansiosi gli intrusi che si avvicinano. E lo è davvero.

William Pennyfeather è un esorcista che vale il suo peso in oro, e sa bene come scovarli. La coppia si nasconde dalla calca, sceglie di non mostrarsi. Un fantasma è sempre solo nella folla, se lo vuole.

Alcuni fantasmi sfumano come vecchie fotografie, sbavano via man mano che la volontà di dare forma ai ricordi svanisce, sublimano come ghiaccio su una piastra accesa. Altri cambiano. Come quelli di fronte a noi, in piedi dietro un tavolo ricoperto di bottiglie di varie dimensioni piene di liquido chiaro. Forse è vodka, oppure gin, i fantasmi possono scegliere di cosa imbottirsi e questi due tirano giù shottini.

La coppia stessa è difficile da osservare, nudi come sono, senza il minimo accenno di malizia. I due sono congiunti dall’anca alla guancia, hanno faticosamente scorticato la pelle dalla loro carne spettrale, una striscia per volta, e le hanno lavorate insieme, unendo i filamenti sanguinolenti in una treccia che li lega uno all’altro, attaccati fino a quando vorranno. Parlano a turno, perché quando uno apre bocca le trecce di carne tirano la guancia spellata dell’altro, forse un contrappasso adatto per una coppia che in vita ha speso più tempo a parlarsi addosso che a vicenda.

«I fratelli Pennyfeather, qui non si bada a spese!» dice l’uomo.

La donna aspetta che lui finisca, capovolge il suo bicchierino e lo sbatte sul tavolo. «Ma non la Signora Pennyfeather, sarebbe troppo per gente del nostro livello». Accarezza la parola “signora” con la lingua e la sputa fuori come un seme di anguria.

«Nostra madre è morta,» rispondo neutrale, spingendo fuori le parole prima che possano farmi male.

«Prendo da bere,» dice Bill, e si strizza attraverso la folla, lasciandomi solo con i due fantasmi.

«Un peccato,» mormora l’uomo. «Ci sarebbe piaciuto molto incontrarla. Le nostre condoglianze per la perdita. Abbiamo sentito anche di Holborn. Siete i degni figli di vostra madre, ma certo non siete lei».

Bocche senza fine, che spezzavano e laceravano loro stesse, come serpenti che si mangiano la coda. Un migliaio di bocche ma un unico grido. Non riconobbi la voce, finché mi ricordai di dover respirare. E allora smise.

Bill mi scuote e torno alla realtà. Ha i nostri drink. La birra è fiacca, la schiuma sottile, sgomenta nella prigione di plastica da cui cerca di fuggire. Boccali di plastica, che brutta fine per una birra.

«Un brindisi allora, brindiamo alla Signora Pennyfeather,» propone la metà maschile, girando le sue bottiglie una a una, in cerca di qualcosa. «Amore, dove è il litigio del Natale 2000?».

«Troppo leggero per i Fratelli Pennyfeather. Forse meglio Sarah ’97?».

«Ti avevo detto di non nominarla prima dell’operazione».

«E se non l’avessi fatto, sarebbe abbastanza forte per quest’occasione?».

L’uomo annuisce e la carne intrecciata obbliga la sua compagna ad annuire con lui. Versa due bicchieri abbondanti. Mi guarda con il suo occhio buono, l’altro privo di palpebra e avvizzito. Sollevo il mio triste boccale invece del liquore della loro collezione. La coppia scrolla le spalle, il movimento scorre sinuoso dalle scapole spigolose alla carne esposta e torna indietro.

«Alle madri assenti e alle mogli presenti, quanto vorremmo che fosse il contrario,» declama l’uomo. La donna ridacchia.

«Bruce se la passa bene, ti manda i suoi saluti,» dice mio fratello, adocchiandomi da sopra l’orlo del suo bicchiere.

Un momento di chiarezza. Il mondo prende un respiro, la birra si ferma, tiepida e insipida sulla mia lingua. Mi asciugo le labbra sul dorso della mano, un gesto tanto rozzo quanto inutile, un modo per frapporre qualcosa tra il veleno che sto per sputare fuori e il resto del mondo.

I due, alienati come sono stati nel corso delle loro vite precedenti, mostrano un improvviso e irrefrenabile interesse per le loro bottiglie.

Bill, con la delicatezza di un cagnolino di novanta chili, rilancia. «Dovresti chiamarlo ogni tanto».

Diciamo pure che la prima volta sia una casualità, un colpo partito male. Ma la seconda, ecco, la seconda significa intenzione. Implica preparazione. Se il mio ex non è fuori portata, allora direi che nemmeno i bambini lo sono più.

«Forse dovresti informarti su Esther prima di invitarmi a uscire». Bill sapeva che sarebbe venuto fuori prima o poi, se lui gioca la carta dell’ex e non ci sono più colpi proibiti, allora i bambini non sono più intoccabili.

«Lo sai che Marsha non mi vuole intorno, vuole che la bambina lo superi». Mi guarda da dietro il boccale, le parole piatte e controllate.

Questo per noi è essere fratelli, un campo minato che abbiamo nascosto sotto il terreno che ci separa. Trent’anni a guardarci a vicenda che piazziamo con precisione ogni bomba, sapendo esattamente dove si trova ogni di cazzo mina, e nonostante questo dirigendoci proprio da quella parte.

Il suo bicchiere di plastica picchia sul tavolo e si rovescia, la birra cola sul pavimento. «La notte è giovane. Abbiamo altri posti dove andare». Se ne va ancora prima che io mi sia alzato.

Le tacche concentriche lasciate dalla birra dentro il mio boccale sono l’unica traccia della nostra conversazione. La donna fantasma si china avanti, tirandosi dietro il compagno, mi tocca la guancia e si porta il dito alle labbra.

«Una selezione davvero eccellente! Rancore invecchiato al punto giusto, e un sentore di amarezza affumicata che arrotonda il sapore proprio come piace a noi. Dovresti tenerlo, non sai mai quando potresti volerlo riassaggiare».

Almeno ora so cosa stanno bevendo.

È un dono, disse la Signora Pennyfeather, in risposta a mio fratello. Un talento, come la musica o la pittura o la scultura.

Quindi diventeremo famosi? chiese Bill.

Se vi comportate bene, se fate bene il Lavoro, forse. I Fratelli Pennyfeather, mi piace come suona, disse mamma.

Ma non possiamo tenere il nome di nostro padre come gli altri ragazzi a scuola? chiesi io, ancora ferito dagli insulti ai giardinetti.

Voi siete figli di una strega, quindi porterete il mio nome. I forti ci penseranno due volte, i deboli ci si infrangeranno contro come onde sugli scogli. I nomi non sono importanti, basta che voi due vi prendiate cura uno dell’altro, perché nessuno lo farà dopo che me ne sarò andata. Voi avete una scelta figli miei, disse, prendendoci per mano, strizzando tanto da far sbiancare i palmi. Avere un potere non è una scelta, nascere da una strega non è una scelta.

E allora qual è la scelta? chiesi io.

Non fare gli stronzi, rispose lei.

*

La stanza rossa: la donna il cui nome è stato pronunciato per l’ultima volta

La folla in cui mi infilo non ha una mente, è un singolo organismo che si contorce, migliaia di arti che si agitano, migliaia di bocche che farfugliano, e migliaia e migliaia di occhi, biologici o elettronici. Una coda si smuove fuori dal prossimo locale, è uno di quei posti dove i buttafuori indossano giacca e cravatta invece di magliette da wrestler, ma hanno comunque colli larghi quanto le mie cosce. Mio fratello deve avere qualche aggancio, perché l’energumeno all’ingresso ci fa passare avanti. Mi perfora la schiena con lo sguardo quando entro al caldo dietro a Bill.

Prima di incontrare il prossimo fantasma, lo raggiungo al bar. Ha già preso due birre, vetro scuro imperlato di condensa, etichetta ornata di ricami, nome francese ma sicuramente imbottigliata in un posto non più esotico del Kent.

«Tutto questo è per Holborn?».

«In una maratona alcolica non è importante la destinazione, ma il viaggio. Holborn è stata una merda, qualcuno ci doveva rimettere. Eravamo troppo presuntuosi, troppo spavaldi».

Sangue mio e sangue non mio. C’era qualcosa nel buio della stazione, il buio della stazione era qualcosa. Bill era là da qualche parte. Da qualche parte era da nessuna parte nel buio, e il buio aveva denti.

«Lascia perdere Holborn. Lascia perdere tua figlia. Parliamo di mamma, vuoi?» gli chiedo, non sono più disposto a mantenere la conversazione in acque sicure.

«Non ancora, siamo qui per bere con un fantasma, no?».

«Fanculo questa maratona, non abbiamo parlato dal disastro di Holborn e ora dobbiamo continuare con questo gioco?».

«Uscire, vedere i fantasmi, è un po’ come il Lavoro».

«Allora ti sei sbagliato, non ci sono fantasmi qui».

«Guarda meglio».

Il locale non è pieno, ma La stanza rossa è uno di quei posti dove godono a far aspettare la gente. La Signora Pennyfeather non ci ha lasciato in eredità solo il suo nome. Il potere di una strega può avere livelli diversi, e il suo era medio nel talento ma enorme nel cuore. Tra le due cose, la vera maledizione era il secondo. Vedere i fantasmi, nelle loro miriadi di forme perverse, esige sempre un pedaggio. Eppure non riesco a vedere nessuna infestazione in questo posto. Probabilmente anche i fantasmi evitano i posti dove una bottiglia d’acqua costa dieci sterline.

Ma c’è una zona dove il mio sguardo scivola via, l’equivalente visivo di una chiazza d’olio sull’asfalto. Mettendo a fuoco scorgo una donna dai capelli ingrigiti / bella da togliere il fiato / troppo giovane per portare quei tacchi. Aggrotto la fronte, ma l’immagine non mi si imprime nella mente, noto solo che indossa un abito da sera rosso come il nome del pub / un completo da ufficio, pantaloni grigi di buona sartoria / che è uscita di casa in pigiama.

«Che ha di strano?» chiedo a mio fratello.

«Sai che si dice che una persona muore due volte, la prima quando smette di respirare e la seconda–».

«Quando il suo nome è pronunciato per l’ultima volta».

«Se un albero cade nella foresta e nessuno aggiorna il suo status su Facebook, che rumore fa?».

La donna alza la sua bottiglia, e colgo un accenno di cosa contiene: un assaggio di sospiro, l’aroma dell’esalazione di un orgasmo. Lei mi fa l’occhiolino / un sorriso / una smorfia.

«È per questo che siamo qui? Un ragazzo che non riesce a rassegnarsi, due amanti che si odiano, una donna che non sa di essere morta?».

«E invece un uomo che non sa di essere vivo?» chiede mio fratello.

Lascia la birra a metà ed esce.

La Signora Pennyfeahter, interprete dei defunti, stava morendo. Le streghe trattavano la morte ogni giorno, e prima o poi rimanevano impregnate delle sue tracce. In tempi meno civilizzati, era una cosa lenta e crudele, con fiamme sotto i piedi, inumazioni, pietre al collo. La morte ora arrivava ancora più lenta ma non meno crudele, con il dolore prolungato, cuore e polmoni tenuti in funzione da pompe e tubi di gomma.

Bill non si vedeva da tempo. C’ero io, che guardavo mamma liquefarsi sotto le lenzuola, come nel Mago di Oz, solo che non si scioglieva a partire dall’esterno.

La lucidità era un lusso, arrivava come le maree, danzava in contrappunto con il dolore, tenuto a bada da piccole mezzelune in bicchierini di plastica dopo ogni pasto. Poi sono diventate due mezzelune, tre, poi una spina di metallo infilata dritta nelle vene. Io la guardavo morire pezzo a pezzo. La guardavo da solo.

Bill non c’era. Bill non c’era.

*

The last free house: la signora Pennyfeather

Siamo di nuovo in strada, lontano dalla coda cianciante, oltre i clienti illuminati di arancione sotto le lampade riscaldanti, lucidi come polli sul girarrosto. Bill non parla, è intento a cercare la nostra prossima fermata, perso nei viali che si stringono sempre di più, tra i manifesti scollati sui muri, pubblicità che fanno la muta per mostrare la pelle della stagione scorsa. Si è perso, si ferma davanti a una parete, guarda di qua e di là.

La lotta si attendeva da tanto tempo, forse fin da Holborn, ma come per un terremoto o un’eruzione, nasce da cose ben più grosse negli strati profondi che si smuovono e grattano una sull’altra. È un ballo per cui non abbiamo potuto esercitarci, e per questo risulta spiacevole, sgraziato, senza dignità. Non trovo una mossa iniziale migliore: tiro indietro il gomito e gli spingo il pugno sul mento.

Per una volta sbagliamo il passo di apertura e scivolo sulla sua faccia, gli passo attraverso e sbatto diretto sul muro. Non è mai gradevole per una persona e un fantasma occupare lo stesso spazio, è una violazione dell’intimità più profonda, anche per noi che siamo fratelli.

«Quindi ti manifesti per ordinare la birra ma non per fare a botte?» gli chiedo.

«Non ti lascerò colpirmi a sorpresa, Bob. Dobbiamo sempre finire così?».

Certo che dobbiamo. È stato così prima di mamma, e anche dopo. È stato così fino alla stazione di Holborn. Dopo di quello, non tanto.

«Mi hai trascinato per tutta Londra, mi hai sbattuto contro un branco di fantasmi, parliamo appena per tutta la notte. E ora ti sei perso, bella serata, Bill, davvero bella serata».

«E potrebbe anche migliorare, se solo tirassi fuori il tuo dono invece di prendermi a cazzotti».

Stringo i pugni nelle tasche, trattengo la tensione. Poi lascio andare tutto, sia la rabbia che il dono che ci ha trasmesso nostra madre. Rilasso le mani ed esalo un sospiro che aleggia candido nell’aria.

Bill apre una porta accanto a me, una porta dove finora c’era solo un muro spoglio.

«Ci sono posti coi fantasmi, e ci sono posti fantasma. Benvenuto al The last free house».

Lo stacco dall’oscurità della strada all’illuminazione da pieno giorno mi fa strizzare gli occhi. Il pub è vuoto, è un locale all’antica, per famiglie, con vecchi sgabelli in vinile rosso intorno al bancone, rappezzati di toppe. Nel retro spazi riservati per i gruppi, poltrone in cuoio. Legno scuro, con chiazze ad anello là dove i clienti hanno lasciato i loro bicchieri a scaldarsi. Appena udibili, echi di chiacchiere allegre, attutite, come se venissero dalla stanza accanto. Ci sono odori, intrecciati nell’atmosfera della stanza: l’arrosto della domenica, gocciolante di sugo, patate dorate e croccanti che fumano.

Dietro i suoni fantasma e gli odori spettrali, c’è qualcos’altro, qualcosa di familiare. Cammino oltre i tavoli, verso l’ultima alcova, Bill mi segue. Ricordo il sibilo dei ventilatori e l’elettrocardiogramma che batte come un metronomo, a dare il tempo al cuore. Mamma. La signora Pennyfeather.

O quanto meno, ciò che rimane della signora Pennyfeather. C’è una sagoma, fasciata dalle lenzuola, il petto che sale e scende al ritmo dei mantici, un grumo annodato di cavi e aghi così fitto intorno alla sua mascherina che non si vede una traccia di pelle. L’unico indizio della forma lì sotto è la corolla di radi capelli bianchi sul cuscino. Qui non ci sono cose che ti attaccano dal buio, qui c’è la paura strisciante dell’ineluttabilità. Non è paura da film horror, che si dissolve tra un sobbalzo sulla poltrona e l’altro. Questa filtra attraverso la pelle e la carne, si annida nelle profondità rossastre del midollo. È lì quando ti svegli, è lì quando respiri. Dopo un certo tempo, è la tua unica amica.

«Ciao ragazzi,» dice mamma, e non è la voce che aveva quando ero piccolo, rotonda e profonda, pronta a esplodere in una risata poderosa o a fulminare in un commento tagliente. La sua voce ora è debole, come una stazione radio fuori portata, un ansito che proviene dalle macchine invece che dalla sua gola. Poggio la mano sulla forma sotto le coperte, si affloscia fino al materasso, poi si rigonfia quando la macchina soffia aria all’interno.

«Ciao mamma,» diciamo insieme io e mio fratello, ed è la prima cosa che facciamo insieme da anni.

«È carino da parte vostra venirmi a trovare. Forse sarebbe stato meglio quando ero ancora viva. Come sta Marsha?».

«Ci siamo lasciati quando eri malata,» risponde Bill, ogni parola un passo cauto sullo strato di ghiaccio in superficie, a provare un peso via via maggiore.

«Tu la tradivi,» dico io, ho di nuovo dieci anni e faccio la spia su mio fratello.

«E che è successo con Bruce?» chiede la Signora Pennyfeather. Non si muove di un centimetro ma posso sentire il suo sguardo addosso, come il bagliore del sole a mezzogiorno.

«L’ho lasciato, l’ho superato,» borbotto, evitando il suo non-sguardo.

«Lui era malato, e tu non potevi sopportare di doverci passare di nuovo». La voce meccanica di mamma non ha tono o inflessione, salvo i rantoli dei mantici e il sibilo dell’aria in uscita, e ciononostante mi sta rimproverando. «Non l’hai superato. Non hai superato me, e nemmeno Bruce. Non hai superato Holborn».

Bill prese il colpo al mio posto. Io avrei fatto lo stesso per lui, siamo sempre scattati per proteggere l’altro. Fu solo un caso che fossi io quello dietro e non il contrario. Ecco la vera ingiustizia di tutto questo.

Il polmone artificiale balbetta, le pompe cliccano, i tubi tremolano. È solo l’indifferenza di Bill che mi consente di interpretare gli spasmi per quello che sono: mamma sta ridendo. «Oh, Bob, piccolo mio. Sempre l’eroe della tua storia, sempre il protagonista della tua tragedia».

«E allora perché perseguitarmi?».

Questa maratona alcolica ha avuto una svolta, e ora sono il coyote dei cartoni, con le gambe che ruotano in cerchio sospeso in aria sopra un precipizio, ad aspettare che la gravità si ricordi chi ha lasciato indietro.

Io me la sto cavando. Ci sono molte cose che posso fare, in fondo sono figlio di una strega, il mio talento vale ancora dei buoni soldi.

«Lascia che ti dica una cosa sui fantasmi, figlio mio,» dice la signora Pennyfeather. «Siamo morti. Abbiamo avuto il nostro tempo, stiamo andando oltre. Tuo fratello non ti sta perseguitando. Io non ti sto perseguitando».

Ma certo che no. La signora Pennyfeather, esorcista di prima classe, ha sicuramente di meglio da fare, anche ora che il suo tempo in questo piano dell’esistenza è terminato. William Pennyfeather, migliore amico, esorcista, fratello, avrebbe fatto molto di peggio se avesse voluto perseguitarmi.

«E la maratona alcolica?» chiedo a lui.

«Il Last free house non è per i vivi, nemmeno uno dotato come te può vedere gli altri ospiti. Ti ho fatto fare il giro panoramico,» risponde.

Echi di passi, aloni di conversazioni, cibo e amore appena oltre le mie percezioni. Non così diverso dalla vita senza mamma e Bill: felicità al negativo. La vita è nella stanza accanto, non in quella dove sto io.

I fantasmi sono oggetti liminali, né vivi né morti. Hanno subito una violenza, diceva mamma. Ed era violenza che mostravano: il ragazzo che si disfaceva e ricomponeva; la coppia, congiunta e intrecciata; la donna senza nome, sfarfallante da uno stato all’altro come una falena in volo. Bloccati a metà strada, incapaci di andare avanti. Come me. Non mi hanno portato al Last free house per guarirli, semmai il contrario.

«Credo che l’abbia capito,» dice mamma dal suo letto.

Mi siedo sulla poltrona accanto a lei, non sono sicuro che le gambe mi possano reggere. Bill si sistema al mio fianco.

«E ora che succede?» gli chiedo.

«Come diceva mamma, hai sempre una scelta. La vita va avanti,» risponde, ed evoca in un istante le ultime birre della serata. E caspita se non ha tirato fuori la roba buona. La miglior birra che si possa immaginare, così cremosa che non può essere vera, la schiuma più spessa e soffice della panna, fredda abbastanza da intorpidirmi le dita.

«Non è più la stessa cosa». Non importa quanto mi sia dimenticato, o quanto mi sia attaccato alle cose che mi fanno più male, o per quanto mi sono trascinato dietro il mio inferno.

Bill annuisce, ed è un gesto stanco, anche se i fantasmi non sentono più la fatica della carne. «Sai come si dice, non puoi immergerti due volte nello stesso fiume. Ma puoi stare attento a non pisciare controcorrente alle altre persone».

«È quello che facciamo sempre, buttare tutto all’aria con le persone che amiamo. Trattiamo con la morte, e la morte ci corrompe, ce la portiamo a casa e non possiamo lavarla via. Col tempo, inquina tutti quelli che abbiamo intorno». Sbuffo dal naso. «E pensare che eravamo i migliori nel Lavoro».

«Lo sei ancora. Tra tutti tu dovresti essere quello che sa cosa ci sarà dopo, Bob».

«Quindi perché mamma non l’ha superato?»

«Questa non è la vera domanda, immagino».

«Allora perché mamma?».

«Soprattutto perché non avresti ascoltato se fossi stato solo io. Sai, i fantasmi sono esseri in transizione, come quel gatto che è sia vivo che morto. L’osservatore cambia le cose, le definisce. Definisce il dolore dell’osservato. Che cos’era per te mamma?».

«Un letto d’ospedale».

«Io non sono mai stato forte come te, Bob. Ho visto com’era, ma non potevo rimanere fino alla fine. Credo che lei lo sapesse. Quello che voglio sapere ora è, tu come mi vedi? Come a Holborn?».

A quelle parole, alzo il mio bicchiere.

«Lo stesso stronzo di sempre».

Il suo bicchiere incontra il mio e le nostre nocche si sfiorano, le mie gelate per il freddo della sera, le sue ancora tiepide. Vivo, a modo suo.

«Anche tu mi sei mancato».

*

L Chan vive a Singapore, dove alterna le passeggiate con il cane alla scrittura di fantascienza quando stacca da lavoro. Suoi lavori sono apparsi in riviste quali Liminal Stories, Metaphorosis Magazine e Arsenika. Sporadicamente twitta su @lchanwrites.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *