LA SPOSA PIANGENTE

di CARRIE LABEN

traduzione di Francesca Della Bona

Il nastro sta ancora registrando? Oh, non si usa più il nastro? Molto furbo. Benissimo.

Ma sul serio, ti sei fatta tutta questa strada per venire a intervistarmi a proposito della mia famiglia e ora ci ritroviamo a parlare di fantasmi! Ora, nel ventunesimo secolo, nel magico secolo del futuro che ci avevano promesso? No. Non credo nei fantasmi, perché la sposa piangente non ci ha mai perseguitato. Dio solo sa che, se c’era qualcuno che aveva tutte le ragioni per farlo, quella era lei. Forse pensi che la questione mi preoccupi, ora che sto per compiere ottantanove anni, ma non è così. Potrebbe sorprenderti, ragazza mia, scoprire che sono decisamente soddisfatta di tutto ciò che ho fatto.

Cecelia, esatto. Penso sempre a lei come alla sposa piangente perché era così che la chiamavo quando ero piccola, prima di scoprire il suo vero nome. Era nell’album delle fotografie, con l’abito bianco e lo strascico che le ricadeva ai piedi, fiori bianchi stretti tra le dita bianche, i solchi delle lacrime che le attraversavano il volto, evidenti come tagli di coltelli una volta che sapevi dove guardare. Il suo nome era stato graffiato via dalla sottile didascalia al di sotto della foto, e né Mà né Nonna lo pronunciavano. Non c’erano altre sue fotografie e non so perché Nonna conservasse quella, forse perché era anche una fotografia di Mà e dei suoi fratelli tutti insieme, vestiti eleganti per il matrimonio, e poco tempo dopo zio Robert – che era il testimone di nozze – si sarebbe arruolato e nessuno avrebbe più potuto scattare una foto di loro insieme. Morì in un incidente sulla Jeep.

Hai visto la foto? Era davvero bellissima. Ecco, lascia che te la mostri.

Uff! Ormai anche fare qualche passo mi lascia senza fiato. Comunque, eccole qui, le lacrime. Magari non si notano se passi gli occhi velocemente sulla fotografia, ma come ti dicevo, una volta che hai imparato a vedere… Questa è la prima immagine che abbia mai visto di un matrimonio, sai, e quindi è come se per me si sovrapponesse a tutti i matrimoni che ho visto in seguito. Non ho mai creduto in tutti quei sorrisi. Non ho mai pensato che qualcuno fosse davvero felice di fissare qualcun altro e dire sì, questa è la fine, non ci sarà mai niente di nuovo o di meglio per me da qui in avanti.

Oh, cara. Sono certa che il tuo matrimonio sarà adorabile. Anjali mi sembra una ragazza meravigliosa e, comunque, oggigiorno le cose sono un po’ differenti. Ragazze che sposano altre ragazze, un’idea fantastica, considerati certi uomini che a volte ci toccava sposare!
E non c’è bisogno che te lo dica: se hai bisogno di qualcosa dalla tua vecchia zia, non esitare a chiedere.

Va bene, va bene. Il frutteto di mele, sì, ci sto arrivando. La prima volta che mi sono resa conto della sua importanza avrò avuto otto anni. Ero fuori casa e non avevo il permesso di rientrare, perché tuo zio Don era un neonato e l’avrei svegliato, e visto che mio padre faceva il turno di notte allo stabilimento per l’imbottigliamento avrei svegliato anche lui.

Cadeva una pioggia leggera, smetteva e ricominciava, così mi andai a sedere sotto il melo che si ergeva poco lontano da casa. Ce n’era solo uno, ai tempi, nessun frutteto. Ero una sognatrice di bambina: mi sedevo nell’erba, strappavo gli steli e li intrecciavo, oppure inventavo storie su persone così piccole che dovevo stare attenta a non calpestarle sotto il tacco delle scarpe. O ascoltavo il mormorio delle tortore appollaiate sui rami e fingevo che mi stessero raccontando dei segreti.

Mi venne fame. Eravamo nel mezzo della Depressione e un sacco di bambini soffrivano la fame all’epoca, come mi veniva ricordato ogni volta che facevo la schizzinosa a cena, e io ero fortunata perché stavamo nella fattoria dello zio Ray, e non avevo idea di cosa fosse la vera fame, e così via. Ma era irritante. E proprio mentre stavo pensando di correre il rischio e infilarmi in cucina, una mela mi cadde in grembo.

Era sbagliato e lo sapevo, era troppo presto per le mele, non era ancora periodo. Ma sembrava succosa, deliziosa, e la mangiai comunque. Di lì in avanti l’albero divenne mio amico, andavo a sedermi ai suoi piedi anche quando non pioveva. Anche quando non era Mà a ordinarmi di uscire: quando non ero a portata di voce non poteva mettermi a fare i lavori domestici e non dovevo sorbirmi i pianti di Donny, o Mà e Papà e lo zio Ray che si urlavano addosso a seconda dell’umore. Mi sentivo più vicina che mai a comprendere le tortore, e ogni volta che avevo fame una mela cadeva dall’albero.

Le cose belle non durano, ovviamente. La scuola ricominciò e poi arrivò la neve, e quando la primavera divenne sufficientemente tiepida per tornare a passare i finesettimana all’aria aperta, Donny era abbastanza grande per aggrapparmisi alle sottane e seguirmi dappertutto, infastidendo me anziché Mà.

Sottrarmi i miei sogni a occhi aperti fu il primo grande furto che tentò, anche se io lo ignoravo per quanto potevo, limitandomi a impedire che cascasse nel pozzo o finisse a passeggiare sulla strada. E non voleva starsene sotto l’albero per un minuto intero, figurati. Scappava via, o piangeva se cercavo di trattenerlo lì. Quando si fece un po’ più grande iniziò a tirare sassi alle tortore per fare loro sbattere le ali, anche se non riusciva a colpirle. Una volta gli diedi un pezzo di mela, ma lo sputò.

La casa e tutta la terra dove si trova adesso il frutteto, sì, apparteneva tutto a Zio Ray all’epoca, essendo lui il fratello maggiore di Mà. Mà e Papà erano affittuari, in effetti, anche se quanto spesso dovessero pagare l’affitto era uno dei motivi per cui erano soliti fare baccano. Nonna viveva giusto a due campi di distanza nella casetta in cui Mà e tutti i suoi fratelli erano cresciuti, prima che la famiglia si arricchisse a la bella casa nuova venisse costruita per zio Ray e sua moglie.

Devi capire che il tuo prozio Ray era un ubriacone. Chiunque fosse quel giovane e bello sposo della foto, da che io fui abbastanza grande per iniziare a ricordarmelo, lui era immerso nel whisky ogni sera. Il fienile era attrezzato per le mucche da latte, ma tutto quello che Ray faceva era seminare mais e avena nei campi ogni primavera e vendere il raccolto ogni autunno – l’unico bestiame rimasto era una mucca che dava latte solo per la famiglia e una piccola frotta di polli, tutti allevati da Mà, perché di solito Ray era alla locanda all’ora della mungitura ed era bello che svenuto al mattino quando le uova venivano deposte. Non era un ubriacone violento, in realtà, eccetto quando decideva che aveva bisogno dei soldi dell’affitto per comprare altro whisky. Era un po’ sdolcinato. Piangeva tutta la notte, cantando a volte. Si abbandonava a lunghe reminescenze che Mà interrompeva con una parola brusca. Quel comportamento mi spaventava più dei momenti di cattiveria, anche se non riuscivo mai a capire il perché.

Quindi sì, una mattina – penso non fosse passato molto da quando Papà aveva perso il lavoro allo stabilimento e i litigi erano peggiorati – mi svegliai all’alba dopo una notte insonne a causa di Ray che cantava. Tutti gli altri riuscivano a dormirci sopra, ma non io. Fuori dalla mia finestra il mondo sembrava nuovo e segreto nella luce priva di colore e sapevo che se in quel momento, mentre ero in quello stato, Donny fosse spuntato per infastidirmi e lagnarsi rovinandomi tutto, l’avrei apostrofato in un modo che mi sarebbe costato una dose di legnate. Quindi scivolai fuori prima che chiunque altro si svegliasse e andai al mio albero.

C’era qualcosa nell’erba. Scintillava d’oro nonostante il sole non fosse ancora sorto per poterlo illuminare e ogni cosa tutt’intorno fosse ancora grigia. Lo afferrai come se avessi paura che potesse scivolare via, ma era solo una catenina, una sottile catenina d’oro con un piccolo pendente a forma di colomba, come quelle che si vedono in chiesa. Guardai in alto. Le tortore erano lì e, come se mi avessero scorto in quel momento, iniziarono a parlare di nuovo. Ero così stanca che mi sentivo come dentro un sogno. Potevo capirle in quel momento, mi stavano dicendo che io ero meglio di così e che sarei potuta volare via con loro.

Mi risvegliai in pieno giorno, Papà mi stava trasportando di nuovo dentro casa. Le botte le ebbi comunque per aver spaventato tutti in quella maniera. Ma non lasciavo mai quella piccola catenina d’oro, e la indossavo sotto la maglietta così che nessuno mi chiedesse dove l’avevo presa.

Dopo aver trovato la catenina le cose per me a scuola iniziarono a migliorare. Prima sognavo a occhi aperti lì quanto a casa e gli insegnanti non si aspettavano molto da me. Adesso le cose iniziavano ad avere senso, come se qualcuno me le stesse sussurrando all’orecchio, non solo le risposte, ma il funzionamento di ogni cosa. Come se mi stessero mostrando una mappa del mondo indicandomi il sentiero per raggiungere il cuore delle cose, capisci? Le tabelline cessarono di essere file arbitrarie di numeri e divennero ovvie come lo era scendere le scale. La mia maestra di terza elementare fu sorpresa, ma era contenta come una pasqua. Così come Mà e Papà.

Appena un anno dopo, più nessuno era sorpreso quando iniziai a prendere il massimo dei voti. Gli insegnanti erano ancora contenti, ma Mà e Papà… be’, Papà si dimenticò che ci fosse qualcosa di cui essere contenti in primo luogo, tanto era giù a causa della mancanza di lavoro per gli uomini onesti. Con Mà era diverso. Sembrava… Ciò che la tortora mi sussurrava era che Mà era sospettosa, non pensava fosse una cosa buona che io fossi così intelligente. Non riuscivo a capire per quale motivo. Non è che avessi barato. Ma era vero, lo sentivo, e sempre più spesso mi domandavo se i pensieri della colomba non fossero i miei, adesso che ero più intelligente.

Mà era agitata per il fatto che Papà non riuscisse a trovare lavoro, mentre invece zio Ray chiedeva i soldi dell’affitto sempre più spesso, per andare a spenderli alla locanda. Mà faceva del suo meglio vendendo uova e quel po’ di latte che la nostra unica mucca produceva, ma non era molto. Una sera zio Ray disse che se Papà non serviva a nulla, forse avremmo fatto meglio ad andarcene a cavalcare i binari come facevano i vagabondi. E nonostante lo avesse detto mentre faceva rimbalzare Donny sulle ginocchia («Che te ne pare?» aveva aggiunto, «Ti andrebbe di essere un piccolo bimbo vagabondo?») e Donny avesse riso, lanciò uno sguardo a Mà e io vidi la tempesta addensarsi. E anche se sognavo di andarmene dalla fattoria, in quel momento odiai lo zio Ray più di quanto avessi mai odiato qualcosa in vita mia. È sempre stato così, pensai, sono stata una sciocca a non vederlo prima.

Quella notte non andò alla locanda – niente affitto significava niente soldi e niente whisky. Suppongo, a ben vedere, che il suo credito l’avesse prosciugato da tempo, o forse perfino allora era troppo orgoglioso per accettarlo. Cantò tutta la notte, ma stavolta rimasi in camera mia e tentai di costringermi ad addormentarmi. Suppongo di aver dormito, perché sognai, e nel sogno ero la Sposa Piangente. Ero intrappolata in quel vestito e zio Ray tentava di baciarmi mentre io voltavo e rivoltavo il viso a causa del puzzo terribile del suo fiato. Mi svegliai odiandolo ancora di più, e triste come se tutto il mondo fosse scomparso. Dopo quella volta, non riuscii più a dormire anche quando non cantava.

Ben presto Mà iniziò a sgridarmi perché ero fredda e acida nei confronti di zio Ray, nonostante si capisse che anche lei era ancora arrabbiata con lui. Non mi sembrava giusto.

Era passato un mese o giù di lì quando, sferragliando, zio Ray parcheggiò la sua Dodge – un’altra reliquia di quando eravamo stati tra i fattori più abbienti della contea, prima che io nascessi – nel garage, una notte in cui solo io, tra tutti quanti in casa, ero sveglia. Ascoltai mentre sbatteva la portiera, temendo il suo canto, ma non venne mai.

Vai di sotto, qualcosa mi disse. Vai nel garage. Quando arrivai lì trovai la macchina ancora in moto e zio Ray accasciato sullo sterzo, che borbottava tra sé in un modo che lo faceva sembrare meno umano di quanto non lo fossero le tortore. Indossavo la catenina sulla mia camicia da notte – mi piaceva osservarla quando, di notte, non riuscivo a dormire – e quando lui sollevò la testa i suoi occhi vi rimasero agganciati. Tentò di alzarsi e tentò di parlare, fallendo in entrambe le cose. Probabilmente non se ne sarebbe ricordato al mattino, ma chi può dirlo? Bisogna sempre fare attenzione.

Gli scoccai un’occhiata e pensai: “Tanti saluti”, e mentre me ne andavo mi sollevai in punta di piedi e mi allungai più che potevo per afferrare la cordicella della porta del garage. Ci volle tutto il mio peso per chiuderla, ma ci riuscii.

Dormii della grossa quella notte, e fui svegliata al mattino da Mà che gridava peggio di quanto avessi mai sentito, perfino più forte di quando era nato Donny. È buffo, mi ricordo a malapena il funerale, a parte che fu lungo e cattolico e noioso. Non venne mai menzionato il fatto che Ray era stato sposato, un tempo, né che fosse un ubriacone. Quel che invece ricordo fu che dentro di me sorse lentamente la comprensione che la fattoria adesso era nostra. Zio Ray non aveva né moglie né figli perciò tutto quanto sarebbe tornato a Nonna, ed era più probabile che lei sbattesse le ali e volasse via piuttosto che si mettesse a coltivare quel posto assieme  a qualche bracciante. Sembrerà strano che proprio io abbia fatto la cosa che più di tutte ci avrebbe legato strettamente alla fattoria quando invece ero quella che se ne voleva andare, ma ero una bambina, allora, e volevo ancora che Mà fosse felice. E andare a vivere in un vagone non mi avrebbe affatto reso la vita migliore. L’ultima cosa che volevo era essere separata dal mio albero.

Ero una ragazzina ingenua e fui sinceramente sorpresa che Mà non fosse felice dell’intera faccenda. Non saremmo diventati vagabondi, non avrebbe più pianto e strepitato per colpa dell’affitto, né avrebbe dovuto chiedere perché zio Ray non vendesse la dannata macchina se proprio gli servivano soldi, o i gioielli di quella puttana. Ma, per lungo tempo, Mà non volle fare altro che piangere insieme a Nonna. Una volta andai a sedermi con loro, e fu allora che scoprii che non pronunciavano il nome di Cecelia, sai. Stavano sfogliando l’album di foto e Mà trafisse la pagina col dito e disse: «È tutta colpa sua» e nonostante sapessi che non stava parlando di me non potei fare a meno di rabbrividire.

«Già» disse Nonna cupamente, ma non fu abbastanza per Mà.

«Era felice prima di incontrare lei. Perché l’ha intrappolato se nemmeno lo voleva? Non è più riuscito a stare bene, dopo».

«Lei non era così intelligente» disse Nonna, «non importa cosa dicono tutti. Non ha mai avuto nessun piano, voleva solo divertirsi un po’ ed è rimasta fregata».

«Io dico che l’ha fatto di proposito» insistette Mà. «Pensava che avrebbe avuto una grande casa e tutta la terra e le belle cose e che si sarebbe divertita con Ray. Invece le è andata male».

Chi vorrebbe tutto questo? pensai. Divertirsi sarebbe stato bello, ma non c’era divertimento alla fattoria.

Andrò un po’ avanti, capisco quando qualcuno è paziente con una vecchia signora. Passarono gli anni e l’unica cosa che cambiò fu che Mà sembrava diventare sempre più sospettosa davanti ai miei buoni voti a scuola. In parte era colpa di Donny – lui era rimasto il suo bambino e gli piaceva chiamarmi so-tutto-io e cocca della maestra, nonché affermare che io ritenessi di valere troppo per stare alla fattoria e fare le mie faccende. Il che era vero, bada bene, non avevo bisogno della catenina per accorgermene!

Ma per quanto riguarda Mà, be’… dopo un po’ mi resi conto che c’era qualcosa che non andava in Mà. Aveva amato suo fratello più di quanto fosse giusto. In parte lo capii ascoltando lei e la Nonna, e in parte lo capii a seguito di ciò che accadde quando aveva diciannove anni, quando nacque tua madre.

Ero partita per il college l’anno prima, studiavo Scienze Agrarie alla Cornell con una borsa di studio completa. A quei tempi le donne frequentavano i corsi di Economia Domestica, ma gli uccelli mi avevano suggerito Scienze Agrarie e io mi iscrissi lì. Il mio ultimo regalo da parte dell’albero di mele prima di andarmene da casa fu un germoglio non più grande del mio mignolo, di cui mi presi cura come un figlio finché non trovai dove innestarlo in primavera.

Le mie compagne di stanza presero a chiamarmi Janey Seme di Mela. A me piaceva parecchio. Quando si trattava di alberi da frutta – non solo mele, ma pere e drupacee e perfino cespugli di bacche e viti – le mie mani non potevano sbagliare. Il professore di Genetica Introduttiva mi chiese di sposarlo, ma fu una trappola che vidi e la evitai con un salto. Le mie compagne di stanza pensarono che fossi matta. Lui aveva trent’anni e, secondo loro, era un ottimo partito.

A ogni modo, feci la mia chiamata interurbana settimanale a Mà. Non le parlai mai della proposta, dio solo sa quanto si sarebbe infuriata se avesse saputo che mi ero messa a rifiutare rispettabili proposte di matrimonio!

Mi disse che, dopo non meno di una decade che Donny aveva trascorso spadroneggiando, ci sarebbe stato un altro bambino in famiglia. Una tarda sorpresa nella vita di Mà e Papà, e a proposito, se non avessi fatto quello che ho fatto a Ray, Papà non avrebbe ricevuto l’aspettativa per la fattoria e tu forse non saresti nemmeno qui. E non fare quella faccia tutta scandalizzata! Ah!

Tornai a casa quell’estate per aiutare Mà con le faccende – a trentotto anni non era più energica come una volta, e Nonna era ben lontana dall’essere di qualche aiuto. Ma presto mi accorsi che avevo commesso un errore: per quanto mi impegnassi, per quanto le mie mani fossero capaci a scuola, tutto quel che facevo lì a casa era sbagliato.

Ci provavo, sai. Forse non abbastanza, ma ci provavo, fino al giorno in cui la catenina d’oro scivolò da sotto la mia blusa e il piccolo uccellino fu in qualche modo in bella vista sulla stoffa quando andai a portare a Mà le sue uova all’ora di pranzo.

Non appena lo vide mi afferrò per la catenina, con più forza di quanto avrebbe dovuto avere, e non potei divincolarmi per paura di romperla.

«Dove l’hai presa?» disse con una voce che non era la sua, fatta di cattiveria. «Infida puttanella, dove hai preso questa collana?»

«L’ho trovata» dissi, il che non era una bugia.

«Trovata» mi scimmiottò. «Vuoi dire rubata. Questa era di tuo zio Ray».

Non riuscii a trattenermi. Scoppiai a ridere all’idea di Ray, ubriaco e rubizzo, con indosso quella fine catenina, e siccome mi aveva tirato a sé, le risi proprio in faccia.

Mi schiaffeggiò con tale violenza che per un momento non fui altro che uno sprazzo di calore e buio. Ma per farlo aveva lasciato andare la catenina e io mi liberai.

«Sai cosa è successo all’ultima puttana intelligente che ha indossato quella catenina?» disse Mà. «È sepolta sotto l’albero di mele».

Uscii dalla stanza e quello stesso pomeriggio ero su un autobus diretto a Ithaca. Telefonai al professore che voleva sposarmi e in breve mi trovò un alloggio, ma avevo fatto solo promesse che non avevo intenzione di mantenere. Il resto di quell’estate e le stagioni successive le trascorsi immersa nelle mie ricerche, e quando nacque tua madre non lo venni a sapere, ma più tardi controllai i miei taccuini e vidi che avevo innestato sette alberi, quel giorno con i germogli dati dal primo che avevo preso dal melo di casa. Non un gran numero, ma un numero fortunato.

Presto non furono soltanto le mie coinquiline a chiamarmi Janey Seme di Mela, ma anche i miei colleghi e infine i miei studenti.

Tornavo a casa di tanto in tanto, se ti dicono il contrario non ascoltarli. Ogni qualche anno tornavo e l’albero di mele era ancora lì, nonostante i meli non vivano a lungo e quello fosse già vecchio quando mi sedevo alla sua ombra da bambina. Portavo regali a tua madre e scambiavo frasi di circostanza con Mà e Papà e Donny. Nonna era morta, e quella fu un’altra tediosa cerimonia cattolica. Conseguii una laurea breve, una magistrale, un dottorato, e non venne nessuno. Papà spediva pacchetti di manzo e bacon e sciroppo d’acero, però. Tornai a casa e piantai un piccolo albero qui, un piccolo albero lì. Circondai l’albero che era mio di compagni e amici, quelli che avevo trovato nella mia nuova vita. Se qualcuno lo notò, non disse niente.

Ero una professoressa a tutti gli effetti nel 1965, quando tua madre si trasferì e lasciò Donny e Mà ai loro sogni di un futuro che non sarebbe mai più tornato. Papà era morto l’anno prima, nessuna cerimonia cattolica per lui, grazie a Dio, perché aveva deciso a un certo punto che voleva essere cremato. Non era un uomo cattivo, tuo nonno. Non era nemmeno un brav’uomo, ma faceva del suo meglio.

Tornai a casa subito dopo che tua madre se n’era andata, pensando che sarebbe stata l’ultima volta. Il facchino alla stazione si lamentò del peso del mio bagaglio, e a ragione. Trasportavo una roccia già intagliata, il pezzo di granito che a lei avevano negato. Sai quant’è strano viaggiare su un treno attraverso mezzo stato con una lapide nella valigia, anche se è una lapide piccola? Cecelia Trybusckewitz. Niente date perché non le conoscevo, e niente parole perché non conoscevo nemmeno quelle. Soltanto il suo nome e una tortora incisa. Così adesso sai da dove viene.

Nel mio baule, di cui il facchino si lamentò meno, c’erano cinquanta germogli presi da un albero che veniva da un albero che veniva dal primo albero, grandi quanto il mio dito mignolo, e cinquanta piccoli porta-innesti su cui farli crescere.

Piantai gli alberi in ogni campo di granturco e d’avena. Un albero normale sarebbe stato tagliato in autunno durante il raccolto. Non i miei. Le mie mani non potevano sbagliare. Quando me ne andai, lasciai tuo zio Donny con un frutteto che non aveva mai voluto, alberi che non poteva né abbattere né bruciare. Non c’era una sola dannatissima cosa che ci si potesse fare, in realtà. Le mele, se devo essere onesta, furono amare per i primi anni, anche se quando l’albero maturò erano dolci come il paradiso. Gli uccelli potevano viverci in mezzo, se ti importa degli uccelli.

Donny fu costretto a crescere, alla fine. A scegliere se andarsene o morire di fame, come avevo fatto io. La terra non serviva più a nessuno, perché era troppo imbarazzante ammettere che non riusciva a disfarsi di un semplice albero di mele! Mà andò con lui. Non aveva intenzione di rimanere con la roccia che avevo posto sotto il primo albero, così vicino alla finestra della sua cucina. Non mi parlò mai più.

Dopo… be’, lo sai. Non è che tu sia venuta qui senza aver fatto le tue ricerche, sei una brava ragazza. Ma ho avuto una buona vita, e sono andata di successo in successo, di premio in premio, e non sono mai stata appesantita da un marito o da un figlio. E il vasto frutteto, quando Donny alzò le mani e rinunciò a pagare le tasse, quando quindi divenne mio, lo trasformai in un parco, un posto per gli uccelli. E non sono mai stata in pena per un solo giorno.

Suppongo di averti privato di un’eredità semmai avessi voluto tra le braccia qualche acro di mondo agricolo. Ma posso darti qualcosa di meglio.

Potresti sotterrare questa catenina sotto la lapide di granito dove avrebbe dovuto riposare fin dall’inizio. Oppure potresti prenderla e indossarla, e mettere piede sul sentiero che porta al cuore delle cose.

*

Carrie Laben è cresciuta a New York e si è laureata all’Università del Montana. Adesso abita nel Queens. I suoi scritti sono apparsi in diverse riviste tra cui Birding, The Dark,  Indiana Review,  Okey-Panky, e  Outlook Springs. Nel 2017 ha vinto lo Shirley Jackson Award in Short Fiction per la sua storia Postcards from Natalie e il Duke University’s Documentary Essay Prize per The Wrong Place. Nel 2018 è stata insignita della MacDowell Fellowship.

Acquista Il Buio, numero 5

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