LA PROFANAZIONE DI FEDERICO RADIS

di FRANCESCO CORIGLIANO

Ormai mi muovevo come un uomo braccato – dall’orologio
e dall’orrido avanzare del numero.

U. Eco – Il pendolo di Foucault

Naturalmente, all’inizio il commissario Delfi aveva pensato a una farsa. Uno scherzo di cattivo gusto, di certo ben congegnato, ma pur sempre un’illusione, una montatura, una mistificazione.

Ora, davanti alla finestra del suo studio, osservava le gocce di pioggia ticchettare contro il proprio riflesso sul vetro e scivolare subito, rapide, verso le caotiche e cangianti luci della strada. Pensava, il commissario, che sarebbe stato meglio – “più bello”, gli veniva da dire – se davvero ogni cosa fosse stata finta, inconsistente, come quel riflesso.

Eppure, l’evidenza e la sequenza dei fatti, di tutti i singoli eventi che si erano susseguiti così precisamente in un arco di tempo così lungo, lo costringevano a credere alla realtà della situazione. Sulla sua scrivania, nella penombra dell’ufficio a malapena illuminato dal sole – il sole che stava, lassù, oltre le fitte coltri delle nuvole – erano adagiati sei fascicoli, tutti con date e codici diversi, alcuni polverosi e stropicciati, altri nuovissimi, i fogli ancora impregnati del puzzo chimico della carta fresca di fabbrica.
Erano stati abbandonati lì da Delfi, dopo il quarto controllo a cui li aveva sottoposti durante quella giornata, il 23 settembre 2016.

A ogni lettura sperava di trovare l’errore, l’irregolarità che dimostrasse la falsità della storia in cui era invischiato, in modi che a lungo gli erano stati sconosciuti, già da ventisei anni. Ma non c’era nulla, nessuna formula errata, nessun calcolo sbagliato. Tutto gli risultava crudamente preciso e chiaro.
L’ultimo plico che aveva controllato, e che ora pendeva in bilico sull’orlo della scrivania, tra una fotografia di sua moglie e il telefono staccato dal mattino, era il primo gradino in una scala fatta di tormenti per la ragione. Il commissario lasciò la finestra, raggiunse lentamente il fascicolo e lo prese tra le mani; aveva scritto un “uno” a matita sulla copertina, tentando di mettere ordine in quello sfacelo di eventi, sentendosi adesso colpevole per aver contribuito a evidenziare la meccanicità di quei fatti, la loro consequenzialità già tanto difficile da equivocare.

Forse esistevano altri ordini, pensava, altre numerazioni – ogni cosa può cambiare posizione e aver comunque senso, nell’infinito vorticare dell’universo – ma nonostante potesse ancora sperare che il proprio ruolo in quella vicenda fosse poco rilevante, quale quello di un mero spettatore dinanzi a un’opera grottesca, egli non riusciva a liberarsi dall’oppressione di un senso di colpa infido e pungente, e dall’orrore di cosa aveva scoperto.

Si sedette dunque alla scrivania, sentendo una grande afflizione nel petto, e con pena iniziò a scorrere per l’ennesima volta il contenuto del primo fascicolo.

PRIMO FASCICOLO: LA PROFANAZIONE

Il plico conteneva la relazione redatta da alcuni agenti sugli eventi verificatisi appena dieci giorni prima. Il 13 settembre, attorno alle quattro e mezza del mattino, alla centrale di polizia di Milano era arrivata la telefonata del custode del Cimitero monumentale. L’uomo, un cinquantaseienne di origine veneta, chiedeva che venisse subito mandata una volante al cimitero perché era in atto un tentativo di effrazione.

La polizia era giunta sul posto in dieci minuti, e scendendo dalla macchina i tre agenti avevano trovato il custode davanti all’entrata del cimitero, con una vecchia doppietta tra le mani, pallido e sudato nonostante le temperature basse della notte ancora buia. Il custode aveva iniziato a raccontare tutto balbettando, parlando un po’ in italiano e un po’ in dialetto, cosicché era stato impossibile capire con chiarezza cosa volesse dire.

Mentre dormiva nel suo alloggio, nei pressi dell’entrata del cimitero, era stato avvertito dal suono di un campanello che qualcuno era entrato all’interno del camposanto.

Il sistema d’allarme era in realtà abbastanza datato, e non si era mai sentita la necessità di cambiarlo poiché i tentativi di furto erano davvero rari; del resto, le telecamere a circuito chiuso servivano a far desistere la maggior parte dei potenziali ladri, mentre le grandi mura perimetrali rendevano difficile la scalata e l’irruzione clandestina. Ciò naturalmente non poteva impedire del tutto l’irruzione di malintenzionati, e quando il campanello aveva squillato acuto nel silenzio fondo della notte, il custode s’era quasi sentito male per lo spavento. Si era alzato di fretta e s’era fiondato a controllare le trasmissioni delle telecamere, per essere sicuro che non si fosse trattato di un falso contatto o di qualche gatto; l’allarme proveniva dalla zona più liminare del cimitero, quella vicina ai forni crematori, e spesso da quelle parti si vedevano grossi felini neri aggirarsi tra le tombe.

Il custode s’era messo a osservare i monitor, tentando di scorgere qualche movimento nel video a tinte grigiastre che mostravano selve di croci, guglie e lapidi – costruzioni ammassate tra loro a imitare le case dei vivi, quelle che si cercano l’un l’altra nelle città non ancora morte. E se la schermata della prima telecamera vicino al crematorio lo aveva fatto rilassare un istante, mostrando la solita immobilità delle cappelle funebri, la seconda gli aveva fatto come rompere il cuore nel petto, poiché gli aveva mostrato – per un istante o due – una figura magra correre scalciando tra i sepolcri. Il custode aveva afferrato il telefono per chiamare la polizia, ma mentre componeva il numero aveva visto con la coda dell’occhio un movimento in un terzo monitor; già al centro del cimitero, l’intruso sfrecciava muovendosi scattoso, evidentemente in direzione dell’uscita.

Ora, gli alloggi del custode si trovano proprio accanto all’entrata principale, e fu questo a convincere l’uomo che non fosse il caso di tentare personalmente qualche azione senza prima chiamare soccorso. Agli agenti disse di essersi sentito terrorizzato, come mai gli era accaduto in casi simili; allora aveva chiamato la centrale, chiedendo aiuto e lanciando un mezzo urlo quando aveva visto dalla telecamera più vicina all’uscita che l’estraneo era incespicato tra le lapidi, rialzandosi con degli spasmi.

Poi, senza sapere neanche lui perché, era stato preso da una paura ancora più sottile e pungente, e con una spinta quasi incontrollata – “come una bestia”, affermava – si era lanciato a prendere il fucile ed era corso fuori ad affrontare direttamente quello che, in quel momento, percepiva come una minaccia orrenda.

Ma fuori, alla luce delle lampade vicine al suo alloggio, l’uomo non aveva trovato alcunché. Si era messo a correre nello spiazzo davanti all’entrata, dove l’intruso doveva essere appena passato, ma non aveva visto niente. Poi aveva sentito un rumore di ghiaia, verso la parte più centrale del camposanto; nella fretta aveva dimenticato di prendere una torcia, ma nella penombra, lontano dai fasci di luce, era riuscito a vedere chiaramente qualcuno muoversi con cautela verso il fondo del cimitero.

«Fermo,» aveva urlato il custode, alzando il fucile, e l’intruso s’era messo a scappare di gran foga, costringendo il guardiano a inseguirlo. Agli agenti volle specificare più volte che quell’individuo, nella corsa, si muoveva con molta velocità e disinvoltura, schivando i sepolcri e le croci nell’oscurità, mentre il custode stesso inseguendolo era inciampato due volte. A un certo punto l’estraneo, muovendosi flessuosamente, aveva svoltato di colpo a destra e il custode aveva investito in pieno un vecchio monumento funerario, un angelo in pietra armato di spada, finendo quasi impalato sulla lama.

Col fiatone s’era rialzato per riprendere la caccia, ma presto s’era reso conto che non sentiva più i suoni dei passi dell’altro e che seguirlo al buio nel dedalo di vecchie tombe non avrebbe condotto a nulla.

Indolenzito, l’uomo era tornato sui suoi passi per raggiungere l’uscita e incontrare gli agenti appena giunti; il terrore atavico che l’aveva colto era ora sparito, e il custode si accorgeva finalmente di un’enorme spossatezza. Non riusciva ad articolare una risposta sensata sul perché l’estraneo stesse prima scappando verso l’esterno del cimitero e poi verso la parte opposta.

I poliziotti, capito che l’intruso poteva ancora trovarsi entro il perimetro del camposanto, avevano chiamato dei rinforzi e si erano divisi per effettuare una perlustrazione.

Soltanto verso l’alba, sfiniti e amareggiati, gli agenti avevano ritenuto opportuno fermarsi e iniziare a redigere il verbale, con la testimonianza del custode e la relazione su ciò che essi stessi avevano visto. Avevano deciso di chiamare subito il commissario, e di fare intervenire qualcuno per i rilievi il prima possibile. Nel fianco sinistro del perimetro del cimitero avevano trovato una porticina di servizio aperta, senza alcun segno di scasso; presso l’edificio del crematorio, invece, sul fondo della necropoli, quando ormai la luce del sole iniziava a divorare le tenebre notturne, due dei primi agenti avevano puntato le torce sul cancello sfondato di una piccola cappella. All’interno, sopra al pavimento cosparso di frammenti di marmo e di calcestruzzo, stava la bara smembrata che aveva ospitato le spoglie del professor Federico Radis, adesso profanate e sparite.

SECONDO FASCICOLO: L’OMICIDIO DI FEDERICO RADIS

Il commissario richiuse il plico, torcendo il viso in una smorfia di disappunto. Secondo la scientifica, la profanazione della tomba doveva essere avvenuta in fretta, usando forse dei martelli o dei picconi; le spaccature del marmo indicavano che i colpi erano stati inferti sulla parte sinistra della lapide, facendo cedere prima quella e poi i mattoni che vi erano posti dietro; quindi la bara era stata trascinata fuori e aperta. Il ladro – o i ladri – aveva approfittato della notte serena, una piccola pausa nel maltempo di quei giorni.

Delfi si perse per un istante nell’universo del possibile, adombrando altre possibilità, più razionali e logiche, per la risoluzione di quell’enigma di bare e morti; ma gli si torse lo stomaco al riaffiorare della consapevolezza, al ricordo dei fatti, inconfutabili, ormai impossibili da dimenticare. Fuori il temporale imperversava, spingendo sui vetri come se avesse l’intenzione di romperli; e anche ventisei anni prima, la notte del 12 giugno 1990, la pioggia aveva spazzato le strade e le abitazioni degli uomini, quasi a volerle cancellare dalla terra. 

Delfi ricordava molto bene gli eventi di quella giornata, e solo con molta costrizione si decise a ricontrollare il secondo plico, che riportava gli avvenimenti occorsi allora, e tutti i dati e le supposizioni che s’erano raccolte attorno all’omicidio di Federico Radis.
Quella sera di tanti anni prima, la telefonata era arrivata attorno alle 18, direttamente dalla villetta dell’uomo. A chiamare era un amico di Radis, un certo Alberto Aldoteri, talmente nervoso che l’agente aveva dovuto farsi ripetere tre volte l’accaduto, riuscendo solo a capire che il professore era stato trovato morto nel suo studio.

Una volta sul posto, la polizia aveva dovuto disperdere un capannello di gente che si era raccolto per curiosare, nonostante la pioggia, attorno al cancello della villetta a Brera; oltre ad Aldoteri era presente tale Teresa Selini, che era giunta pochi minuti prima della venuta degli agenti. Il commissario era arrivato subito dopo e aveva raccolto le prime informazioni: Aldoteri, trafelato e nervoso, aveva raccontato di essersi recato alla villetta per un appuntamento con Radis. Aveva trovato il cancello e il portone aperti, e dopo aver citofonato più volte senza ottenere risposta, era entrato in casa chiamando a gran voce l’amico. Alla fine era salito al secondo piano, dove si trovava lo studio, e nell’inaspettato disordine della camera lo aveva scoperto riverso sul tappeto, dove effettivamente la polizia aveva rinvenuto il corpo.

La Selini doveva partecipare allo stesso incontro, e pareva visibilmente meno scioccata di Aldoteri; era giunta attorno alle 18:15, accompagnata dal suo autista, e alla notizia della morte della vittima si era lasciata sfuggire un «c’era da aspettarselo» proprio davanti al commissario.

Naturalmente, erano stati operati i primi rilievi sul posto. Radis, un uomo energico e robusto di trentasette anni, era riverso sulla schiena nel mezzo della stanza, su un pregiato tappeto persiano dall’orditura complicatissima. Gli scaffali di legno, ricolmi di libri di matematica e antropologia, erano in completo disordine e sembrava che qualcuno avesse deliberatamente afferrato quanti più volumi possibile e li avesse scagliati di qua e di là. La scrivania era rovesciata, mentre la piccola cassaforte a muro era stata trovata aperta e vuota. Il completo grigio scuro di Radis diventava quasi nero all’altezza del cuore, dove una ferita profonda aveva fatto traboccare il sangue attraverso il tessuto.

Non c’erano altre macchie per la stanza, e perciò fu ritenuto ragionevole pensare che Radis fosse stato accoltellato in piedi, nel punto in cui si trovava ora, e che fosse semplicemente stramazzato a terra.

Non fu possibile rintracciare alcun parente, e anche i vicini non furono d’aiuto; perlopiù affermarono di essersi attardati a curiosare davanti alla casa perché Aldoteri aveva subito detto a uno di loro che c’era stato un omicidio. Radis, avevano spiegato, era un uomo molto schivo e viveva solo in casa da almeno dieci anni – se si escludeva naturalmente l’ultimo anno, in cui aveva vissuto con un messicano, del quale però in quel momento non c’era traccia.

Durante i rilievi, Delfi aveva occupato un piccolo salotto al primo piano per sottoporre Aldoteri e Selini a un interrogatorio. Iniziò dalla donna. L’aveva fatta accomodare su una grande poltrona di pelle, mentre lui si era seduto su un divano alla parte opposta di un basso tavolino di vetro. La Selini, una giovane sui trent’anni dall’aspetto emaciato e stanco, gli parve molto seccata e ansiosa di andarsene. Si guardava attorno, sbuffava, lanciava occhiate ai soprammobili d’onice intarsiata e alle antiche mappe geografiche che decoravano i muri del salotto.

Ogni tanto faceva risuonare i tacchi alti sul parquet, e poi restava in silenzio, come in ascolto. Si affrettò a spiegare a Delfi che era stata in giro per Milano tutto il giorno, come il suo autista e le varie persone che aveva incontrato avrebbero potuto confermare; quando il commissario le fece notare che non l’aveva accusata in alcun modo, lei fece una risata stridula, dicendo che erano entrambe persone adulte e che non c’era bisogno di ricorrere a simili farse. Poi gli lanciò un’occhiata che riuscì a offenderlo e turbarlo insieme, senza che lui stesso riuscisse a capirne la ragione.

Vagamente angustiato, ma deciso a vagliare ogni ipotesi, il commissario nascose dunque l’imbarazzo e le chiese a che tipo di incontro avrebbe dovuto partecipare con Radis e Aldoteri.

«Nulla di equivoco» rispose lei, prendendo delle sigarette dalla borsetta, «facciamo… facevamo questo tipo di riunioni molto spesso. Scopi scientifici, capisce».

«Di cosa si occupava Radis?» incalzò il commissario, estraendo i propri sigari dalla giacca.

«Non lo sa?» fece lei, stupita, «ma di matematica, è ovvio».

«E lei?».

Sorrise, tenendo una sigaretta tra le labbra. «Di matematica…è ovvio».

«Signorina, o signora Selini…».

«Signorina» ribatté lei, accendendo la sigaretta e inspirando subito una boccata di fumo.

«Signorina Selini,» continuò il commissario, conciliante, «questi incontri a sfondo scientifico si sono sempre svolti qui?».

«Certo, è da almeno otto anni che ci riuniamo in questa casa. Ovvio, ultimamente le cose sono mutate, e ho chiesto personalmente a Federico di cambiare le condizioni».

«E come mai?» ribatté Delfi, accendendo il sigaro, mentre lei scuoteva la sigaretta su un portacenere di creta modellato a mo’ di lanternina funeraria.

«Perché da un anno, qui in casa, c’era il messicano a vivere con lui. Il messicano che naturalmente ha ammazzato Federico».

«Chi è quest’uomo? E come fa ad essere certa che sia stato lui?».

Lei aveva lanciato una nuvola di fumo nell’aria densa della stanza. La luce dei due lampadari non bastava a rischiarare ogni angolo, reso più cupo dalle pareti rivestite di legno scuro.

«Quest’uomo, se così vogliamo chiamarlo, si chiama Aleandro Tobar. Vive qui da un anno, da quando Federico l’ha fatto venire qui dal Messico, dopo il suo ultimo viaggio. No, prima che me lo chieda, non l’ho accompagnato fin laggiù, e neanche Aldoteri. Aveva altri amici, lì, Federico. E se mi chiede perché penso che l’abbia ucciso lui, non posso che risponderle così,» cominciò a sussurrare, sporgendosi in avanti ed espirando lentamente un’altra boccata di fumo, «bastava vedere come Tobar guardava Federico, ogni giorno, ogni ora, ogni singolo minuto. In quella sua faccia mostruosa si poteva difficilmente leggere un’espressione qualsiasi, ma certo, quando guardava il professore, traboccava di un odio bestiale,» concluse, poi, tornando ad aggiustarsi sulla poltrona, «e d’altronde è davvero una bestia».

Il commissario aveva lasciato spegnere il proprio sigaro, ascoltando il racconto della donna. «Perché dice questo? Perché sarebbe un mostro?».

Lei allungò il mozzicone di sigaretta ancora acceso verso il posacenere, facendovelo cadere dentro. La lanternina si accese, come se stesse baluginando nel buio di un cimitero. «Perché è orribilmente deforme. Sembra che gli abbiano tirato la faccia da un lato. Non so come Federico sia riuscito a tenerselo in casa, perché per me è raccapricciante anche solo immaginarmelo vicino».

Delfi prese nota del fatto che la Selini non sapeva dichiarare altro sulla faccenda; per lei il colpevole era il messicano, perché Radis non aveva altri nemici di sorta – «nessuno sarebbe stato così stupido da andargli contro» disse – e perché il fatto stesso che fosse sparito indicava la sua colpevolezza. Tobar non aveva certamente altri posti dove andare, sebbene trascorresse molto tempo fuori e conoscesse molti degli amici di Radis. Nessuno, certamente, lo avrebbe mai ospitato o nascosto. In quanto agli incontri scientifici, la Selini sostenne che si trattava di semplici scambi di informazioni sulle rispettive ricerche, e che si svolgevano una o due volte a settimana. Il commissario la congedò con la sensazione che stesse nascondendo molto altro, e fece entrare Aldoteri.

Questi, un uomo corpulento e robusto sulla quarantina, sprofondò nella poltrona occupata fino a poco prima dalla Selini come un sasso che affondi in un pozzo. Si tormentava le mani, come se stritolandosi le dita potesse far colare via da esse il nervosismo.
Il commissario gli chiese in che rapporti fosse con Radis.

«In che rapporti,» fece, borbottando, «eravamo colleghi di studi. Io mi occupo di antropologia».

«Mi sembra di aver capito che Radis fosse uno studioso di matematica» ribatté Delfi.

«Beh, anche di matematica. Ma è… era un uomo poliedrico, capisce. Tante sfaccettature. Alla fine è andata così, ma credo che avrebbe dovuto aspettarselo».

«Cosa intende dire?».

«Che il messicano…» ribatté quello, guardandosi attorno con circospezione, «insomma, era chiaro che non avesse buone intenzioni. Non riesco proprio a capire perché lo avesse chiamato qui. Ma d’altronde, da quando è tornato dalla spedizione in Messico, Radis non è più stato lo stesso».

Il commissario riaccese il sigaro. Dalle stanze superiori provenivano i rumori della scientifica, che continuava con i rilievi insieme al coroner; tra poco avrebbe saputo di che cosa era morto precisamente quell’uomo.

«Perché non era più lo stesso? Da quando conosce Radis?».

Aldoteri si grattò la testa. «Da quindici anni. Abbiamo seguito insieme alcuni corsi all’Università, a Padova. Lui si era iscritto ad antropologia, prima di passare a matematica. Ci siamo conosciuti quell’anno, e poi siamo rimasti in contatto. Dopo essersi laureato è venuto subito a stare a Milano, dove poi ci siamo poi riuniti».

«Eravate amici?»

L’altro deglutì. «Non so se si possa essere… insomma, se si poteva essere amici di Radis. Non era il tipo. Non gli piacevano le relazioni umane. Era sempre stato schivo. All’epoca, tra compagni di corso si scherzava, si diceva che non sopportasse nessuno, neanche i suoi genitori, che li avesse ammazzati…».

Il commissario lo squadrò. «Ed è così?».

«No, no,» si schermì Aldoteri, «ma di certo non aveva buoni rapporti con loro. Credo non si parlassero neanche. Ad ogni modo, sono morti entrambi quattro anni fa, in un incidente stradale».
Delfi annuì, pensieroso. «E in cosa era cambiato, Radis, nell’ultimo periodo?» chiese poi.

Aldoteri si fece un po’ più pallido, e tornò a tormentarsi le dita. Rimase in silenzio qualche secondo. «Insomma, sembrava un po’ più agitato» mormorò, «è andato in Messico nel marzo dell’89, ed è tornato a maggio dello stesso anno. Era euforico, perché la sua ricerca lì aveva dato i risultati sperati. Non era il primo viaggio che faceva all’estero, certo, era stato in India nell’87, nell’Unione Sovietica nell’aprile dell’86, sì, credo dalle parti dell’Ucraina. Oh, e in Giappone verso l’84».

«Perché un matematico dovrebbe viaggiare tanto?».

«Mi chiedeva informazioni sulla storia e il folklore di quei posti. Io provvedevo a fornirgli quello che voleva sapere. Sa, io mi occupo di una certa parte dell’antropologia, studio l’animismo, i culti arcaici… ma lui,» disse infine, sussurrando, «non mi ha mai spiegato perché gli servissero quelle informazioni. So che si occupava delle relazioni tra la matematica e il misticismo, la sezione aurea, la ricorrenza numerologica in certi culti, ma non ho mai capito a cosa gli servissero i dati sulle posizioni delle città precolombiane, o sulla conoscenza astrologica dei cinesi Shang. Ovviamente erano informazioni che dovevo dargli per forza».

Delfi inarcò un sopracciglio. «Perché? La ricattava?».

Quello arrossì, e rispose balbettando. «No, non c’era certo bisogno di questo. Non era un uomo col quale scherzare».

«Un violento?».

«Se vogliamo definirlo così».

«E perciò lei non sa cosa è andato a fare in Messico».

«Io no, ma Teresa, la Selini, qualcosa deve pure saperla. Così come doveva saperla Tobar, per come sono andate le cose».

«Così, anche lei sospetta di Tobar».

«Naturale. Lo odiava, si vedeva proprio. Quegli occhi, quella specie di… diamine, non capirò mai perché è venuto a stare qui. Arrivò a metà giugno dell’89. Ricordo che Radis mi avvisò per telefono, che da quel momento in poi lo avremmo trovato sempre in casa. Era molto nervoso, e sentivo la sua voce allarmata. La stanza di Tobar è al secondo piano, e lui è sempre stato lì. Cioè, quando non era fuori… In ogni caso, si muove sempre con un cappuccio o un cappello, perché è davvero orribile da guardare. Deforme».

«Non sa perché Radis lo ha preso con sé?».

«No, e quando gliel’ho chiesto non mi ha risposto. Sembrava del tutto indifferente verso Tobar. Era preso da una nuova serie di studi, abbastanza diversi, nella pratica, per così dire, da quelli di cui ci aveva messo a parte sino a quel momento. Pareva sempre più distratto, fuori dal mondo; e Tobar lo seguiva sempre, tranne in alcuni momenti in cui spariva per andare a farsi i fatti propri nei quartieri di Milano. E poi è finita così. C’è solo una cosa che non mi convince».

«Sentiamo» ribatté Delfi, terminando il sigaro e lasciando il mozzicone nel posacenere. Alla porta un agente gli aveva fatto cenno per comunicargli che il coroner aveva finito.

«Qui in casa Radis non teneva soldi. Perlomeno, non credo ne avesse. Nella cassaforte c’erano solo i suoi appunti. Tobar è un mezzo analfabeta, che non parla quasi mai; perché rubare quei saggi scientifici?».

Il commissario, annuendo, gli disse che avrebbe tenuto conto delle sue osservazioni; quindi lo congedò. Era certo che Aldoteri non potesse aver commesso direttamente il delitto, e infatti il colloquio col coroner fece emergere che la morte era avvenuta almeno tre ore prima, quando Aldoteri stava presenziando un convegno all’Università. Anche la Selini aveva un alibi, e l’unico sospettato plausibile continuava a essere quell’Aleandro Tobar, ovunque e chiunque egli fosse.

Il medico aveva spiegato che Radis era morto sul colpo, dopo aver ricevuto una ferita di arma da taglio direttamente al cuore. Doveva essersi trattato di una sorta di coltello dalla lama a zigzag, peraltro molto corto; in effetti il coroner si diceva perplesso, poiché l’arma aveva raggiunto per poco il cuore della vittima, causando dei danni lievi ma evidentemente sufficienti a provocarne la morte. Radis non doveva essere rimasto scioccato dal dolore, perché sulla sua faccia risultava appena una leggera espressione di stupore.

Vennero raccolti dei campioni di sangue e fatti tutti i rilievi possibili. Si cercò di rintracciare Tobar, e il commissario non si meravigliò quando venne fuori che nessun messicano con quel nome era mai stato registrato legalmente in Italia negli ultimi anni. L’arma non venne mai trovata, così come non vennero trovati i testi contenuti nella cassaforte. L’unico documento di rilievo rinvenuto in casa fu il testamento di Radis, redatto a mano, nel quale si leggeva che tutti i suoi beni dovevano essere lasciati ad Aleandro Tobar. Il notaio che lo aveva curato assicurò che era stato Radis in persona a rivolgersi a lui per la ratifica, insieme ad altri atti; eppure Tobar non si trovava, e naturalmente la situazione impediva una normale risoluzione legale.

Perciò un lontano cugino di Radis venne a Milano dopo tre giorni, per occuparsi delle formalità riguardanti il riconoscimento, il funerale e l’inumazione; per la verità non fu una cosa molto impegnativa, poiché nessuna parrocchia si disse disposta ad ospitare le esequie, e la messa fu detta molto sbrigativamente in una cappella del Cimitero Monumentale, dove il defunto aveva disposto di essere inumato. Il cugino rinunciò a ogni coinvolgimento nell’eredità, e se ne andò il prima possibile.

Le indagini proseguirono per due mesi senza approdare a nulla. Tobar era scomparso, l’arma non era stata trovata, e si giunse alla conclusione che lui fosse il colpevole e che fosse fuggito in maniera clandestina; non fu possibile diramare un identikit, poiché né Aldoteri né la Selini riuscirono a fornire una descrizione sufficientemente dettagliata del volto deforme dell’uomo. Il commissario stabilì dei contatti con la polizia messicana, ma non fu possibile capire con chi fosse entrato in contatto Radis durante il suo viaggio. L’unica persona a essere individuata con relativa certezza fu un tale Hernandez, professore di storia antica di un’università di Città del Messico, che però era sparito nell’agosto del 1989, e rinvenuto dopo due settimane, impiccato sotto un ponte in periferia. Fu poi appurato che Radis si era recato in visita in una zona archeologica vicino Città del Messico, ma non si poté scoprire altro: sembrava che avesse cercato di lasciare pochissime tracce, forse utilizzando l’appoggio di organizzazioni clandestine o criminali.

Perciò, in Italia ci si limitò a comunicare alle autorità estere le generalità di Tobar: messicano, sui trentacinque anni, clandestino, sospettato di omicidio. Il caso fu archiviato – nonostante tutti gli sforzi di Delfi – e considerato chiuso.

TERZO FASCICOLO: LA COSTITUZIONE DI ALEANDRO TOBAR

La pioggia iniziava a diminuire d’intensità, e nelle strade sotto il commissariato la gente cominciava ad avventurarsi sui marciapiedi, armata di ombrelli e impermeabili. Il delitto del 1990 non lo aveva mai convinto del tutto: come era possibile che Tobar fosse sparito così facilmente? Dov’era l’arma dell’omicidio? E perché Radis era stato ucciso?

Delfi avvertì un sapore ferroso in bocca, e si accorse di star digrignando i denti. Fece un giro per la stanza, camminando nervosamente. Poi tornò alla scrivania, chiuse il secondo fascicolo e aprì il terzo, con la documentazione che risaliva a due giorni prima. All’alba del 21 settembre 2016, infatti, un uomo si era presentato alla polizia chiedendo di essere arrestato; l’agente di turno aveva chiamato al telefono Delfi, svegliandolo, dicendo che quell’individuo – “una specie di mostro”, aveva detto – sosteneva di chiamarsi Aleandro Tobar e di voler parlare con il commissario. Lì per lì avevano creduto si trattasse di un matto, e nessuno degli agenti presenti – tutti più giovani di Delfi – aveva mai sentito quel nome; ma appena il commissario aveva sentito quelle parole, ebbe un tuffo al cuore e un giramento di testa. Raggiunse la centrale il prima possibile, con una sensazione di sottile angoscia che non aveva mai provato prima, e che gli sembrava essere sempre stata latente, sopita, sotto l’idea che si era fatta del caso di Radis.

Arrivato al commissariato, due agenti pallidi e nervosi gli avevano spiegato che l’uomo si trovava ora nel suo ufficio. Quello aveva con sé un pesante faldone per documenti, il cui contenuto avrebbe rivelato – così diceva – soltanto a Delfi. I poliziotti sembravano tutti confusi e irrequieti, e parlottavano a bassa voce tra di loro mentre l’alba, fuori, sorgeva sopra Milano.

Dopo aver ascoltato tutte le informazioni disponibili – ma c’era dell’altro, gli agenti gli avrebbero detto tra poco – Delfi fece un bel respiro ed entrò nell’ufficio. Di spalle stava seduto un uomo, vestito con una tuta da ginnastica e con un cappuccio sulla testa; il commissario lo salutò, andò a prendere posto alla scrivania dalla parte opposta, e finalmente lo guardò in faccia.

Nel corso di ventisei anni aveva cercato molte volte di immaginarsi quel volto. Il fatto che Aldoteri e la Selini si dichiarassero incapaci di descriverlo lo aveva sempre insospettito, portandolo a credere che lo volessero coprire in qualche modo; ma adesso, guardando in faccia quel disgraziato, riusciva a capire la difficoltà dei due nel parlarne.

Il volto di Tobar era tirato, come se lo zigomo destro avesse cercato di staccarsi dal teschio portando con sé la pelle e i muscoli. La guancia si allungava, tendendo il labbro superiore e mostrando una fila di denti storti, che si aprivano come un ventaglio seguendo la bizzarra curva del viso. L’occhio destro sembrava sparito tra i mucchi di carne, mentre il sinistro – più visibile – fissava Delfi con calma. La precisa conformazione dei connotati era impossibile da memorizzare, poiché a cercare di concentrarsi su un singolo particolare si finiva col vagare con lo sguardo su quel volto devastato e deformato, scoprendo nuovi dettagli che facevano dimenticare i precedenti e aumentare il desiderio di guardare altrove.
Delfi si sentì come svuotato, con un brivido freddo lungo la schiena; ma quando quello parlò, ogni sensazione svanì davanti allo stupore.

Tobar parlò in un perfetto italiano – appena distorto dalle orrende condizioni del suo apparato fonatorio – spiegandogli che lo aveva aspettato con ansia.

«Non avrei potuto parlare con nessun altro di questa vicenda, e devo dire che mi premeva, anche, poterla conoscere personalmente».

«Lei» disse Delfi, in un sussurro, «lei è veramente Aleandro Tobar? L’uomo che sparì ventisei anni fa dopo l’omicidio di Federico Radis?».

«Precisamente,» rispose quello, con un tono di soddisfazione, «e le ho portato qualcosa che le potrà essere molto utile».
Prese il faldone di documenti e lo sistemò sulla scrivania, spingendolo poi verso il commissario.

«Ho un favore da chiederle, Delfi» continuò poi, muovendo grottescamente la sua bocca storta, «ho intenzione di deporre la mia versione dei fatti su quanto è accaduto nel 1990. Per poterlo fare con efficacia, però, ho bisogno che lei legga tutto ciò che è contenuto in questi documenti. Può facilmente immaginarne l’origine. Nel frattempo, credo che lei dovrebbe impormi un fermo per ulteriori accertamenti».

«Lei,» ribatté l’altro, incerto, «lei è l’unico sospettato per quel delitto. Lei deve aver commesso l’omicidio».

«La prego» disse Tobar, con un tono stranamente suadente, «la prego, accetti la mia proposta. Legga questi documenti. Dopo, e soltanto dopo, potremo parlare con calma dell’omicidio».

Il commissario si era sentito di colpo stanco, sfiduciato, vecchio. Il passato era tornato, dopo tutti quegli anni, e più che chiarezza sembrava voler portare mistero e inquietudine.

«Non è lei a dettare le regole qui» aveva detto poi, cercando un tono autoritario, «e se io voglio interrogarla adesso, lei…».
Tobar aveva alzato una mano imponendo il silenzio e scavando nell’animo di Delfi un improvviso vuoto di stupore e spavento. «Ci sono altre cose che lei deve sapere. Sono fermamente convinto che soltanto lei possa capire, e in verità io stesso dubito di quello che potrebbe accadere dopo che lei avrà compreso ogni cosa. Certo, inizio a essere stanco anche io. Ma la semplicità, per così dire, della realtà, le risulterà più sopportabile del dubbio che l’ha accompagnata in questi anni. La prego» aggiunse, con un movimento del volto che a Delfi parve un sorriso, «legga i documenti».

Senza sapere neanche il perché, il commissario acconsentì. Chiamò in fretta un agente, chiedendogli di accompagnare Tobar in una cella detentiva fino a ulteriori accertamenti. Disse anche che avrebbe avuto bisogno di contattare Aldoteri e Selini.

Il poliziotto obbedì, e scortò Tobar fuori dall’ufficio cercando di non toccarlo. «Grazie, commissario,» disse il messicano prima di uscire, «vedrà che dopo ci sentiremo meglio entrambi».

Delfi non ebbe il tempo neanche di analizzare la propria paura, perché entrò nell’ufficio una poliziotta con le notizie della notte. Sembrava scandalizzata, poiché l’altro agente le aveva appena riferito i nomi da rintracciare; pallida, si avvicinò alla scrivania del commissario e gli riferì i casi su cui stavano recuperando informazioni prima del colloquio con Tobar.

Per prima cosa, non sarebbe stato possibile convocare Aldoteri poiché mezz’ora prima era stato rinvenuto appeso al lampadario nel suo appartamento, morto presumibilmente da tre giorni. Era stato trovato dalla donna delle pulizie, che si recava lì due volte a settimana; la signora aveva le chiavi della porta e dentro aveva scoperto l’uomo impiccato. La casa era in condizioni disastrose, come se ci fosse stata una colluttazione in ogni stanza.

Inoltre, l’ormai defunta Teresa Selini si trovava al momento nell’obitorio del San Raffaele, dopo una notte di agonia in terapia intensiva; era stata condotta all’ospedale dal suo autista, dopo che lei gli aveva telefonato da casa propria urlando e implorando aiuto. Dalle prime analisi, era risultato che la donna aveva gli organi interni tutti schiacciati, nonostante la mancanza di segni di violenza o di lotta. L’intervento dei medici era stato del tutto inutile.

Il commissario aveva ascoltato queste notizie con un groppo in gola. La sensazione di una morsa che stesse per chiudersi attorno a lui – una sensazione che durava da ventisei anni, nonostante tutti i tentativi che aveva fatto per ignorarla – diventava sempre più soffocante. Aveva ascoltato con scarso interesse la poliziotta che gli comunicava l’arrivo di una sesta segnalazione per uno strano evento atmosferico, verificatosi tre notti prima e consistente in un lampo verdastro avvistato in cielo a via Padova, e le aveva detto biascicando di lasciarlo solo perché doveva studiare dei documenti.

Poi, con le mani tremanti, aveva aperto il faldone portatogli da Tobar.

QUARTO FASCICOLO: IL DIARIO

Il fascicolo numero “quattro” era senz’altro il più voluminoso. Era impossibile per Delfi, ora, riesaminarlo tutto, e per la maggior parte dei dati bastavano gli appunti che egli stesso aveva preso.

Si trattava, ovviamente, dei documenti portati da Tobar, cioè quelli sottratti dalla cassaforte di Radis la notte in cui era stato assassinato – documenti che racchiudevano il nucleo degli studi del professore. Durante la sua analisi, il commissario aveva pensato più volte di rivolgersi a tecnici specializzati per riuscire a decifrare correttamente tutti quei dati; eppure Radis doveva essere una mente davvero brillante, poiché riusciva a rendere chiari – più o meno – i risultati delle sue ricerche anche ai profani della materia.

I primi studi, più vecchi, consistevano in comparazioni tra modelli matematici e strutture del linguaggio di alcune popolazioni dell’Indonesia. Radis si era recato da giovane in quei luoghi, scoprendo delle correlazioni che a lui sembravano lampanti, ma che a quanto pareva erano state pesantemente criticate da alcuni suoi colleghi.

Altre ricerche riguardavano i decori su alcuni templi induisti, dispersi nelle foreste tra India e Bangladesh, che seguivano una certa ricorrenza geometrica comparabile alle pulsazioni di una stella ormai morta nei pressi della costellazione dell’Ofiuco; altri studi ancora, numerosi e più recenti, si concentravano sulla possibile esistenza di solidi regolari perfetti in specifiche condizioni naturali.

Il commissario aveva iniziato a dare controllate superficiali ai documenti più vecchi, cercando di arrivare il prima possibile al periodo che a lui interessava; poi si era trovato davanti un diario, redatto su un semplice quaderno a righe, che recava il titolo “Messico – 1989”. Con una trepidazione che gli era sembrata troppo simile alla paura, aveva cominciato a leggere.

Il resoconto iniziava direttamente dall’arrivo di Radis in Messico, e sembrava contenere soltanto gli eventi più rilevanti, riportati insieme alla data precisa, segnati sul diario come promemoria. La maggior parte delle pagine era occupata da formule matematiche e grafici.

12 marzo 1989

“Arrivato in bus a Città del Messico, dopo atterraggio all’aeroporto. Presi contatti con Ortiz e Lamarque, domani primo incontro. L’albergo è pessimo.”

13 marzo 1989

“Incontrati Ortiz e Lamarque nella villa di Lamarque. Loro sostengono che dovremmo coinvolgere Fonthill, ma io mi sono opposto ancora. Ribadita la natura materiale dell’oggetto. Ortiz ha detto che la ricerca può essere pericolosa, e Lamarque si è affrettato a dire che faranno entrambi la loro parte. Pavido e vigliacco.”

17 marzo 1989

“Incontrato Fonthill alla villa di Lamarque, dove mi sono recato senza essere atteso. Fonthill freddo e distaccato come sempre. Lamarque in imbarazzo. Ho detto che la questione è seria e che non dovremmo ricorrere a sotterfugi di alcun tipo. Fonthill parla un pessimo spagnolo e non sono riuscito a capire cosa intendesse dire. Quando se ne è andato ho detto a Lamarque che posso continuare il lavoro da solo, ma che sarebbe spiacevole per loro interrompere la collaborazione, adesso che sanno tante cose.”

22 marzo 1989

“Di nuovo discussioni con Ortiz e Lamarque. Hanno ancora dubbi sulla natura effettiva dell’oggetto. Ho dovuto ricorrere a spiegazioni elementari. Il polimetaedro non può esistere che sul piano materiale. La spiegazione mi ha fatto venire dei dubbi su quanto riferito da V. J. in Unauss. K. e soprattutto dubbi sui miei due collaboratori. Controllare.”

28 marzo 1989

“Ortiz mi ha accompagnato alla Cattedrale. Architettura meravigliosa. Il Cristo del Veleno è palesemente un esempio di quanto affermato in Unauss. K. riguardo alle statue delta. Incontrato il vescovo che ha dato la sua benedizione alla nostra operazione. I templi sotto la cattedrale sarebbero stati certamente utili, ma ormai sono distrutti da tempo, come già evidenziato in Necr.

3 aprile 1989

“Fissata la data per la spedizione, il 18. Settimana prossima i primi rilievi. Oggi incontro con il professore Hernandez. Mi ha parlato di un pugnale che sarebbe nascosto da qualche parte nel Palazzo della Farfalla. Devo reperire in biblioteca una versione fotografica dei mosaici di C. I.”

4 aprile 1989

“Verificate informazioni fornite da Hernandez. Uno studioso discreto, ma limitato nelle prospettive. Ieri mi ha detto che le ricerche a Teotihuacan sono molto vincolate a quanto decide il governo, ma che nessuno ha sospetti riguardo al polimetaedro. Secondo lui è ancora possibile che la città sia stata costruita dai Toltechi. Non gli ho detto che sono di opinione diametralmente opposta. Mi ha consigliato di perlustrare i sotterranei della Cattedrale per farmi un’idea della percezione degli antichi riguardo questo tipo di solidi. Parlare con il vescovo.”

10 aprile 1989

“Effettuata perlustrazione dei sotterranei della Cattedrale. Presenti Ortiz, il vescovo e Hernandez. Quest’ultimo molto nervoso quando, sotto l’Altare del Perdono, ho esposto brevemente la mia teoria sul germogliare delle architetture. Il vescovo ha riso, Ortiz non ha detto nulla, Hernandez mi ha guardato spaventato. Non può capire. Le possibilità sono infinite.”

12 aprile 1989

“Coinvolgere Hernandez è stato palesemente un errore. Iniziate oggi le procedure per risolvere la sua questione. Lamarque mi ha procurato le ossa e i metalli. Probabilmente basteranno quattro mesi.”

18 aprile 1989

“Giunti a Teotihuacan. Ortiz sostiene che è necessario iniziare dalla Piramide della Luna, Lamarque da quella del Sole. Ho iniziato i calcoli per capire a quali coordinate precise può trovarsi il polimetaedro per conservarsi intatto. Stimati centoundici metri di profondità. Impossibile stabilire latitudine.”

25 aprile 1989

“Tentativo fallito nel tunnel A trovato sotto la Piramide della Luna. Ortiz ha perso una mano cercando di sostenere una lastra che gli stava cadendo addosso. È un idiota che può mettere a repentaglio la spedizione. In fondo al tunnel solo intarsi come già operati da Delli Antri in Italia. Due iscrizioni riguardo all’origine di un «seme squadrato caduto dalle stelle» (Lamarque ha tradotto così) ma non ci si può certo fidare di chi ha costruito questa città.”

27 aprile 1989

“Ortiz morto all’ospedale di Città del Messico (me lo riferisce Lamarque) per cancrena o altra infezione. Mio palese errore nella scelta dei collaboratori. Lamarque non tornerà a Teotihuacan, dove invece sono rimasto io. Anche lui è un errore al quale rimediare. Lavoro da solo all’accampamento. Scoperto nuovo tunnel a metà del Viale dei Morti.”

28 aprile 1989

“Ci siamo. L’allineamento delle stelle mi ha permesso di ultimare i calcoli. Il tunnel è quello giusto. Ultimare preparazione dei grafici, forse tre giorni. Non ho modo di verificare la tenuta del contenitore. Dovrebbe andare tutto bene. Purtroppo qui V. J. non è d’aiuto. Le piramidi mi circondano e non posso non pensare a come siano sorte spontaneamente dal terreno.”

1 maggio 1989

“Questa notte entro. Possano gli Dei Ulteriori proteggermi.”

3 maggio 1989

“Ne sono uscito solo stamattina. Mi tremano le mani. Il contenitore ha funzionato. Le pinze speciali sono servite. Seguirà descrizione dettagliata.”

[…]

“Cerco di registrare con ordine. La notte tra l’1 e il 2 sono entrato nel tunnel. Percorso fino alla fine, dove è interrotto da una lastra. Ho usato uno spacco sull’angolo a destra in basso per farla cedere. Il piccone si è spezzato. Sono strisciato dentro. Subito sala a volta con scala a chiocciola. Decorazioni distorte, Quetzalcoatl e forse Huitzilopochtli. Tutto storto. In fondo alla scala, lungo corridoio con iscrizioni intraducibili. Alla fine, grande sala quadrata sormontata da un braciere ancora acceso (confermata la trasmissione di energia letta in Necr.?), con vasca quadrata piena di mercurio liquido o materiale simile. Al centro galleggiava il polimetaedro. Aria pesantissima, vibrazioni impossibili da registrare ma senz’altro in ordine con quelle atomiche e con la matrice di Leng. Preso il polimetaedro con le pinze in lega di einstenio (riscaldate meno del previsto) messo nello scrigno trovato in India. L’oggetto non emette luce o colore. Se lo si guarda distrattamente sembra un ottaedro, ma fissarlo per troppo tempo causa mal di testa e nausea. Nello scrigno vibra leggermente. Composto di piccole barre di materiale simili a legno o pietra, porose, tra una barra e un’altra lo spazio che dovrebbe essere occupato dalle facce è vuoto. Diametro di venti centimetri circa. Non posso credere di esserci riuscito. La lastra è crollata e ho dovuto percorrere un labirinto di pietra simile ad opale per uscire. Sbucato sotto Piramide del Sole. Sanguino dagli occhi ma sto bene. Ho profanato il tempio.”

5 maggio 1989

“Tornerò in Italia il 12. Lamarque è morto. Non ho avuto bisogno di fare alcunché, ci ha pensato Fonthill per questioni che riguardavano loro due. Fonthill mi ha fatto capire che non mi disturberà. Le stelle sono state propizie. I calcoli automatici nel computatore di Roma hanno funto da protezione. Iä iä Pitagora. Olshevsky impazzirebbe a sapere queste cose. Ora iniziano gli esperimenti. Negli angoli la luce.”

QUINTO FASCICOLO: LA DEPOSIZIONE DI ALEANDRO TOBAR

In quel piovoso 23 giugno Delfi lanciò solo un’occhiata angosciosa al fascicolo “quattro”. Poi lo spostò da parte, osservando distratto alla finestra. Ricominciava a diluviare, e la luce diminuiva sempre di più, come se il lento ruotare della Terra sapesse che il commissario si stava avvicinando all’ennesima revisione della parte più nauseante di tutta la storia.

Il fascicolo “cinque” sembrava fissarlo malignamente, con l’odio che soltanto gli oggetti inanimati possono trasmettere, quando l’animo umano cerca vanamente risposte nella materia. Delfi tese la mano, la ritrasse, poi di nuovo si sporse e prese i documenti, che altro non erano che la trascrizione di ciò che Aleandro Tobar aveva dichiarato al commissario il giorno prima, il 22 giugno.

Quella trascrizione l’aveva redatta lui stesso, dopo aver sentito diverse volte la registrazione del suo colloquio con Tobar. Il commissario aveva voluto – senza capirne lui stesso il motivo – che fossero soli, e così era stato; aveva sentito come una responsabilità morale la necessità di non fare ascoltare ad altri quello che quell’uomo aveva da dire.
Tobar era entrato nell’ufficio scortato da alcuni agenti, camminando con movimenti snelli e sicuri, e si era seduto comodamente sulla sedia che aveva occupato il giorno prima. Il volto devastato trasmetteva in modo incomprensibile una grande soddisfazione e serenità. Delfi volle tagliare corto, accese il registratore e gli chiese dove si era nascosto per quei ventisei anni.

«Un uomo come me,» rispose quello, «ha tanti mezzi per rimanere al sicuro. Naturalmente ho impiegato bene questo tempo, glielo posso assicurare».

«Per nascondere l’arma del delitto, forse? O per andare a profanare la tomba di Radis?» aveva ribattuto Delfi, con poca convinzione.

«Così tanto tempo per azioni simili? Non sarebbe stato necessario. D’altronde, credo che non siano queste le informazioni che più desidera conoscere a riguardo della vicenda,» sussurrò poi, con il suo accento perfetto, «vero?».

Delfi si sentiva la pelle formicolare, e un sospiro freddo soffiargli con decisione sul collo. Gli chiese di raccontare la storia dal punto che preferiva.

Sorridendo, Aleandro volle prima accertarsi che il commissario avesse letto i documenti – «ma riesco a capirlo già dai suoi occhi» aveva aggiunto – e poi, sporgendosi un poco sulla scrivania, aveva iniziato a raccontare.

Radis era tornato in Italia a maggio del 1989, come il commissario aveva potuto leggere. Con sé aveva portato il polimetaedro, un oggetto della cui natura lo stesso Radis sapeva assai poco. «All’epoca si potevano fare solo congetture, e perciò credo che in generale sia possibile scusare le ipotesi folli che furono fatte in quei giorni,» disse freddamente Tobar, proseguendo a spiegare che Radis aveva mantenuto l’oggetto all’interno dello scrigno finemente inciso che aveva trovato con tanta fatica in India.

Aveva disposto il cofanetto nel suo studio – lo stesso studio che il commissario aveva visto nel caos più completo – e già dal giorno successivo al suo arrivo aveva iniziato i test.

Gli esami si basavano sulla sottoposizione del polimetaedro all’influenza di formule matematiche. L’idea di Radis era che quello fosse uno dei rarissimi, seppur esistenti, solidi regolari “perfetti e speciali” in natura, e che al contempo fosse un esemplare di un tipo specifico e particolare. Le teorie sui solidi erano rimaste molto arretrate rispetto allo sviluppo scientifico generale – «escludendo forse alcune considerazioni di Olshevsky,» aveva aggiunto rispettosamente – e soltanto Radis era stato in grado di comprenderne la rilevanza ai fini della fisica; era riuscito in questa operazione grazie a un nuovo sistema matematico di sua invenzione, basato su certi mantra indiani e su rappresentazioni grafiche delle emissioni di alcune pulsar morte da millenni.

Questo sistema, che Tobar semplificava affinché Delfi potesse capirlo, si basava su un diverso concetto di interezza numerica, e si traduceva in un modello fisico in cui gli atomi erano assimilabili a forme specificamente architettoniche.
«Vorrei che lei capisse che non si trattava di considerazioni teoriche,» aggiunse Aleandro, sorridendo con la sua bocca mostruosa, «ma di concetti direttamente applicabili alla realtà fisica». Secondo questo modello si potevano trovare solidi perfettamente regolari in natura – cubi, piramidi, esaedri e così via – in condizioni che potevano alterare la struttura fisica dei solidi stessi. Di questo c’era dimostrazione in certi reperti rinvenuti in Australia, in Antartide, e per alcuni aspetti nella Pietra Nera a La Mecca.

Ma Radis non si era fermato a verifiche così semplici. Aveva teorizzato la possibilità di un solido di diverso tipo, ulteriore, che accentrava in sé tutte le implicazioni di una struttura atomica angolare e soprattutto quelle legate alla legge di gravità. La comparazione di alcune antichissime leggende contenute in testi proibiti, e la sperimentazione con campi magnetici su scala ridotta, lo avevano portato a credere che un oggetto simile – da lui ribattezzato “polimetaedro” – potesse trovarsi a Teotihuacan.

«Naturalmente la sperimentazione sul campione, in seguito, ha permesso la rettifica di diverse opinioni totalmente errate. L’idea principale, in quel momento,» e Tobar si toccò lo zigomo deforme, causando un moto di ribrezzo nel commissario, «era che il polimetaedro fosse precipitato da altri spazi fin sulla Terra, e che avesse fatto nascere una città. Intendo farla sorgere dal terreno, come una pianta sorge dal seme infilato nelle oscurità delle zolle». Questo comportamento doveva dipendere da una rifrazione delle caratteristiche proprie dell’oggetto, e secondo Radis era stato alla base del concetto stesso di architettura umana. Nessuno aveva inventato le case, o le colonne o gli archi, per il semplice motivo che le avevano già viste in natura, sorte dai polimetaedri caduti su questo pianeta. Essi modificavano la materia attorno a sé, con un sistema che aveva qualcosa dei frattali, espandendo autonomamente roccia e granito nella foggia di città.

Ma le prove condotte da Radis gli avevano presto dimostrato che si sbagliava. La sua teoria per la verità non era stata mai del tutto smentita, ma gli apparve presto chiaro che il polimetaedro non funzionava nel modo che aveva previsto.
Il primo giorno lo aveva sottoposto a esperimenti che avrebbero dovuto farlo entrare in risonanza, provocando una reazione architetturizzante nel suo lo studio; eppure niente del genere era accaduto. Radis evitava di guardarlo direttamente, ma ogni tanto vi si soffermava per vedere se ci fossero modificazioni di sorta nella sua struttura; esso però era sempre uguale e sempre diverso, e bastava cambiare il punto di vista di pochi millimetri per vedere le barre che ne costituivano gli spigoli spostarsi e ricombinarsi; tornare all’esatto punto di vista precedente era inutile, e rivelava soltanto altre storture nella sua forma. Eppure i test non lo facevano mutare minimamente. Radis gli fece una foto, che portò a sviluppare, lasciando lì il polimetaedro.

Quando tornò, la sera stessa, poté notare che l’oggetto si era lievemente spostato, come se fosse stato urtato. Radis si era aspettato qualcosa del genere a causa dei campi elettromagnetici che certo l’oggetto emanava, ma non poté fare a meno di sentirsi turbato.

In vita sua aveva visto e fatto cose orribili, ma quel solido gli trasmetteva un senso di inquietudine che non aveva mai provato prima. Si sedette alla propria scrivania e continuò a proporre formule e grafici al polimetaedro, senza ottenere nulla.

Il giorno dopo Radis poté appurare che nella foto scattata al campione non si vedeva nulla; era come se non fosse stato fotografato. Questo fu il primo indizio che lo portò a cambiare la sua teoria.

I test continuarono, finché due giorni dopo, raggiungendo lo studio al mattino, Radis trovò il polimetaedro sulla poltrona dietro la scrivania. Lo prese e lo rimise nello scrigno, e per quel giorno non fece altri test.

L’indomani non accadde nulla di strano, e gli esperimenti furono un fiasco completo. Il giorno dopo ancora, uscendo dal bagno, Radis aveva trovato il polimetaedro nella propria camera da letto, infilato dentro una camicia. Le barre di materiale poroso sembravano essersi distorte, e l’oggetto pareva in qualche modo più grande. Radis iniziava a essere spaventato.

Cominciò a consultare testi antichi e alcuni colleghi matematici che vivevano all’estero, ma non ottenne risultati. Dopo ventiquattro ore Radis non trovò più il polimetaedro, scoprendo però una sorta di piccolo fantoccio in cucina, sotto il tavolo. Il colore del pupazzo era simile a quello delle barre del polimetaedro. L’uomo prese l’oggetto e lo chiuse dentro lo scrigno indiano, ma durante la notte, a letto, poté sentire dei piccoli passi ticchettanti nel corridoio; si era alzato di corsa spalancando la porta, solo per vedere il fantoccio gettato per terra, immobile.

Quando infine aveva trovato il manichino ancora cresciuto, e con allacciato al polso l’orologio che gli aveva regalato suo padre, Radis aveva cominciato a sentirsi in pericolo. Usando molte cautele, aveva preso nota dei mutamenti del polimetaedro, registrando la sua crescita, la sua evoluzione, la comparsa degli strati di carne sulle braccia sempre più sviluppate, il sorgere dei capelli sul capo ancora spigoloso, lo spuntare degli occhi tra i vuoti caotici delle sbarre.

Agli inizi di giugno Radis, al mattino presto, aveva semplicemente trovato sé stesso nella vasca da bagno, a fissare le proprie membra nell’acqua calda e scrosciante; il polimetaedro lo aveva imitato alla perfezione. Senza dire nulla il professore si era avvicinato, e la copia lo aveva scrutato senza proferire suono.

Più tardi, Radis avrebbe detto che essere fissato da quel sembiante era come essere guardati da un muro, o da un sasso; eppure quell’oggetto era fatto di muscoli, pelle, ossa. Radis lo aveva osservato impietrito lavarsi, poi uscire dalla vasca e dirigersi nella camera da letto. Qui aveva preso dei vestiti e si era sistemato, come se avesse un appuntamento molto importante, e poi si era avviato verso la porta. Radis gli si era lanciato contro per fermarlo, ma quello lo aveva respinto con uno schiaffo che l’aveva fatto cadere per terra, e se n’era andato.
Urtando col pavimento Radis era svenuto. Al suo risveglio era già sera, e dopo una breve perlustrazione aveva trovato il suo sosia nella camera degli ospiti, seduto sul letto, a fissare il vuoto. Il professore aveva quasi urlato vedendo che il polimetaedro aveva tra le mani un libro che lui stesso intendeva ritirare quel giorno in una biblioteca di Milano.

Dopo, era stato un delirio continuo. Il polimetaedro aveva iniziato a parlare, sebbene sembrasse ignorare deliberatamente Radis. Una sera si erano presentati Aldoteri e la Selini a casa, ed erano stati accolti dall’oggetto; esso aveva iniziato a disquisire con loro con molta tranquillità, rispondendo come avrebbe fatto Radis che, nascosto al piano di sopra, origliava orripilato. Aveva la netta percezione che nessuno avrebbe dovuto sapere del suo clone e della sua vera natura, ma l’oggetto sembrava al di fuori di qualsiasi controllo.

E d’altronde, per lui, iniziava a diventare tutto sempre più difficile. Il polimetaedro aveva cominciato a organizzare degli esperimenti di nuova natura con la Selini e con Aldoteri, esperimenti che riguardavano rituali del quale Radis non aveva mai sentito parlare. Si era già dedicato ad attività simili – lo aveva dovuto fare, nel corso delle sue ricerche – eppure le attività proposte dal solido animato andavano contro ogni tipo di immaginazione. La Selini sembrava molto più entusiasta di Aldoteri, il quale comunque non sapeva tirarsi indietro; iniziarono a pianificare un test che prevedeva l’uso di cellule affini a quelle staminali, che si potevano trovare soltanto nel pancreas dei bambini di età inferiore agli otto anni. Dalle voci dei suoi due colleghi il professore capiva il turbamento che provavano sentendo quell’oggetto – che loro credevano essere il vero Radis – proporre attività sempre più raccapriccianti. 

Una sera lui decise di intervenire e di irrompere nel salotto in cui quelli si riunivano, ma mentre si lanciava verso la porta chiusa l’aveva vista aprirsi di scatto, col polimetaedro che sgusciava fuori e gli si gettava contro, schiaffeggiandolo e riducendolo all’impotenza. Era svenuto, e si era trovato chiuso a chiave nella propria stanza a notte fonda. La cosa era andata ad aprirgli soltanto al mattino. La sera stessa il professore aveva provato a fuggire, incorrendo nello stesso destino; l’oggetto era andato a prenderlo proprio mentre raggiungeva la porta di casa.

Radis, a quel punto, era comprensibilmente disperato. Era segregato nella propria abitazione, con un evento fisico inconcepibile che imperversava architettando chissà cosa, manifestandosi come un essere vivente e al contempo essendo – di questo Radis era perfettamente certo – del tutto inanimato e privo di ragione. Il polimetaedro continuava a ordinare del cibo a domicilio, sebbene non mangiasse mai; non lo faceva certo per permettere al prigioniero di nutrirsi, ma soltanto per seguire il suo assurdo meccanismo di imitazione. Inoltre non usciva mai, risolvendo ogni affare per via telefonica, sorvegliando il proprio prigioniero e impedendogli ogni nuovo tentativo di fuga.

A metà giungo, dopo l’ultima riunione con Aldoteri e la Selini in cui programmavano di ingaggiare qualcuno per procurarsi dei “campioni”, Radis si era infine deciso: aveva aspettato che i due se ne andassero, per poi aggredire di colpo il polimetaedro con un martello.

«Non fu una bella pensata, in realtà. Ma bisogna comprendere l’orrore di quella situazione, non crede? Fatto sta che quell’affare reagì prontamente».

Fu infatti in quell’occasione che Radis ebbe la conferma su alcuni suoi sospetti riguardanti la natura di quell’abominio che camminava per casa. Esso rispose all’aggressione, manifestando su di lui alcune delle sue qualità, e arrivando quasi ad ucciderlo; e da quel momento l’intera vicenda subì una svolta.

«Cioè,» lo interruppe il commissario, pallido in volto, «entrò in scena lei?».

Tobar sorrise, trattenendo una risata. «In un certo senso, sì» aggiunse, muovendo la sua testa orrendamente storpiata.

Radis fu messo nelle condizioni di uscire di casa. Ciò che il polimetaedro gli aveva fatto sembrava aver tranquillizzato l’oggetto stesso, che adesso gli permetteva di fare quasi qualsiasi cosa volesse. Lui riuscì così a organizzare la sua resistenza, e passò dei mesi a studiare un modo per porre fine a quella situazione impossibile. Più che la paura per ciò che il polimetaedro poteva fare insieme ad Aldoteri e alla Selini, ciò che lo muoveva ora era un senso di vendetta, di rivalsa resa amara dalla perfetta consapevolezza di avere contro un oggetto inanimato.

Radis riuscì a partire clandestinamente per il Messico nel maggio del 1990, e a raggiungere nuovamente Teotihuacan. Fece altri calcoli, altre congetture, e riuscì a procurarsi una certa lama, che era rimasta conficcata per duemiladuecento anni nella gola di una statua di Quetzalcoatl. Quando tornò a Milano, la notte del 12 giugno si recò nella propria casa, dove il polimetaedro stava compilando alcuni documenti con la sua stessa calligrafia, e lo attaccò con il coltello.

SESTO FASCICOLO: IL REFERTO MEDICO

Delfi lasciò aperto il fascicolo “cinque”, dando un’occhiata sofferente a quello con su scritto “sei”. Quell’ultimo plico racchiudeva la prova finale di tutto quello che aveva sospettato riguardo all’intera vicenda della morte e profanazione di Federico Radis. Era un semplice referto medico, una comparazione tra campioni biologici; eppure, nella sua immediatezza, il suo contenuto sanciva l’assurdità e la nauseante chiarezza dello svolgimento dei fatti.

Quei dati erano giunti in mattinata, il 23 giugno stesso, il giorno dopo che Tobar gli aveva rivelato a voce quale fosse la risoluzione di tutta la storia; già in quel momento Delfi si era sentito distrutto, e totalmente convinto di quello che gli era stato raccontato. Poi, durante la notte era sorto in lui un moto di rivalsa e di ribellione, al pensiero che nulla di quello che Tobar aveva raccontato poteva davvero essere verificato con esattezza; ma al mattino si era levato dal letto con un terribile presentimento, e in commissariato aveva trovato gli agghiaccianti risultati del referto e delle comparazioni che aveva richiesto, contenuti appunto nel fascicolo “sei”.

Il giorno prima, Tobar aveva fatto una pausa nel proprio racconto fissando Delfi, sorridendo – forse – con la sua mascella animalesca.

«Come fa a sapere tutte queste cose?» gli aveva chiesto il commissario.

L’altro aveva ridacchiato di nuovo. «Credo che lei lo abbia ormai capito. È una persona razionale, e questo da un lato potrebbe frenarla, ma dall’altro può portarla più velocemente alla comprensione. Vede, il polimetaedro possedeva delle caratteristiche uniche, come dicevo. Era composto da masse gravitazionali in opposizione, in un numero pressoché infinito e su dei piani fisici e ultrafisici che noi umani non possiamo del tutto comprendere. Le basti sapere che poteva utilizzare, perciò, la gravità in modi che non riusciremmo neanche ad immaginare, alterando la struttura degli atomi attorno a sé, modificandoli e facendone una copertura per le proprie strutture atomiche. Quando venne pugnalato nel 1990, naturalmente, non morì. Una cosa del genere non muore, perché non è viva. Ma nel suo assorbire la natura di Radis, aveva imitato anche la morte. Non per sempre, chiaramente”.

Davanti a Tobar, Delfi aveva tremato, tentando di dire qualcosa.

«Non era stato difficile fare i calcoli, dopo che le peculiarità più pure del polimetaedro si erano manifestate. Eppure, capita anche ai migliori… i calcoli erano stati approssimativi. C’era un errore di circa sette minuti. Capisce che, su un arco di tempo ampio come quello di ventisei anni, sbagliare di sette minuti è un errore comprensibile».

«Che cosa vuol dire?».

«Che era stato possibile capire quando il polimetaedro si sarebbe risvegliato dalla sua finta morte. Circa ventisei anni dopo, all’ora giusta, l’oggetto si sarebbe aperto un varco, ovunque esso si trovasse, e sarebbe fuggito. Capisce bene che qualcuno doveva fermarlo».

«Santo Dio, come fa lei a …?».

«Sto per terminare, si tranquillizzi. In ventisei anni di attesa ho avuto tutto il tempo di procurarmi qualcosa di più efficace del coltello rituale, per terminare il lavoro. Purtroppo il 13 settembre ho mancato il momento esatto a causa di quei sette minuti, e al Cimitero Monumentale l’oggetto mi è sfuggito. Non sono riuscito a vederlo in quel buio, sebbene ormai conoscessi il percorso a menadito. Sa, sono andato a trovarlo così tante volte, alla tomba… la trovavo una cosa divertente, sebbene a portarmi lì fosse l’odio. Ma certo non mi aspettavo che l’oggetto fosse così capace. Dopo cinque giorni, finalmente, l’ho trovato a casa di Aldoteri. Quell’idiota non aveva capito nulla, e non sapeva neppure lui perché lo stesse nascondendo. Credo sia stato il polimetaedro a costringerlo a uccidersi, poiché io avevo intenzione di risparmiarlo. Era solo un povero sciocco. La Selini, invece, si è meritata quello che ha avuto, sebbene il mio ruolo nella sua sorte sia impossibile da comprendere per lei, commissario».

Delfi lo fissava, con un’espressione impenetrabile. «L’ha uccisa lei?».

«Si aspetta davvero che le dica di sì? No. Ma le assicuro che in ventisei anni, con le mie conoscenze, sono giunto a scoprire forze e strumenti che possono risolvere efficacemente problemi come la Selini. Era una donna malvagia, glielo assicuro, e probabilmente aveva capito tutto ancora prima del 12 giugno del 1990, la data ufficiale della morte di Radis. Naturalmente non aveva mosso un dito, e perciò meritava una punizione. Quanto al polimetaedro, è subito fuggito dalla casa di Aldoteri, e io l’ho seguito. Finalmente è sparito da questo mondo qualche giorno fa, la notte del 18 settembre, quando sono riuscito a romperne l’integrità grazie a un… beh, probabilmente è inutile spiegarglielo. Le basti sapere che il manufatto che ho utilizzato si è dissolto dopo l’urto, con un’emanazione di luce verdastra simile, sì, simile a quella lanciata dal coltello rituale nel 1990, il coltello che non avete mai trovato perché, appunto, non esiste più. Ma questa volta il bagliore è stato molto più forte, e la notte di Milano ha ammirato, così, la lucerna d’estremo addio a quell’orrore rivoltante».

Il commissario lo osservava affannato, con gli occhi inumiditi dall’ansia. «Com’è possibile tutto ciò?» chiese.

Tobar sospirò. «Vede, come le dicevo, il polimetaedro era – tra le altre cose – un nucleo di gravità. Voialtri avete pensato che la notte della profanazione qualcuno avesse rotto la lapide, soltanto perché essa era rotta come se avesse subito dei colpi dall’esterno verso l’interno. Ma in realtà non è andata così. Il polimetaedro che vi era rinchiuso ha risucchiato da dentro la bara, i mattoni e il marmo per aprirsi un varco, e andarsene a spasso per le tombe. Beh, mi dispiace di non averlo potuto profanare personalmente di nuovo, dopo la prima volta nel tempio in Messico, anche una seconda volta nel sepolcro che un giorno sarebbe spettato a me.  Ad ogni modo è una fortuna che il custode del cimitero non lo abbia incontrato, perché a vedere quella cosa ormai senza forma sarebbe crepato di infarto, o forse qualcosa di peggio. Se fosse stato chiaro sin dall’inizio che l’oggetto poteva risucchiare e deformare la materia, anche organica e viva, le cose avrebbero preso una piega diversa».

Il 23 settembre 2016, Delfi guardava con disgusto il referto medico contenuto nel fascicolo “sei”. Al momento dell’arrivo di Tobar, per ordine del commissario gli erano stati prelevati dei campioni di saliva e di sangue, e ne erano state registrate le impronte digitali.

Delfi aveva chiesto di confrontare quei dati con quelli raccolti sul luogo del delitto ventisei anni prima. Gli avevano detto che sarebbe stato difficile avere dei risultati precisi, perché negli anni Novanta quel tipo di campione era prelevato con tecniche meno moderne; eppure lui aveva insistito, e il giorno dopo la deposizione di Tobar, il 23 settembre, erano arrivati i risultati, insieme a un referto grafologico. Aveva studiato e ristudiato quelle informazioni, sentendo sempre più delle fitte nel suo stanco petto. Esse non facevano che confermare quello che Tobar gli aveva detto nel terminare l’interrogatorio.

«Certo, progettando il futuro non mi ero preoccupato soltanto del polimetaedro,» aveva detto il testimone, avviandosi a concludere la deposizione, «e tra le carte di cui quell’oggetto si occupava quotidianamente avevo infilato anche il testamento. Il notaio era venuto qualche giorno dopo, chiamato da me al telefono – la voce era sempre la stessa – e il polimetaedro si era comportato come avrei fatto io, ratificando tutto, senza curarsi di controllare il contenuto del documento. Firmava come me, ovviamente, ma non comprendeva nulla di quello che faceva. Non ho mai capito come potesse anticipare alcune mie mosse, ignorandone completamente altre. Ma non ne abbia pietà, commissario, l’unica vittima di tutta questa storia sono soltanto io.

Certo i giudici avranno un bel daffare, e se decideranno di reputarmi responsabile della morte di Radis mi farò qualche anno di carcere… ma poi sarò di nuovo fuori, e i beni saranno di nuovo tutti miei, in quanto Tobar. O no? Ma in effetti non sono sicuro che qualcuno vorrà davvero affrontare tutta la questione giuridicamente. È buffo, in fondo. Uccidere se stessi. Ci pensai la prima volta quella sera in cui, attaccandolo con un martello, quell’orrore gravitazionale cercò di risucchiarmi la testa, deformandomi nel modo in cui lei mi vede ora,» fece ancora, ridacchiando e tornando poi subito serio.

«Perché, commissario, è forse inutile dirlo, ma ha ormai capito che non esiste né è mai esistito nessun Aleandro Tobar. Io sono Federico Radis».

*

Francesco Corigliano è docente di italiano, storia e geografia per la scuola media e sta completando una tesi di dottorato sulla letteratura weird. Nel 2015 è risultato primo classificato ex aequo alla seconda edizione del Premio Hypnos, mentre nel 2017 è arrivato secondo alla quarta edizione. Nel 2018 ha vinto il Premio N.A.S.F. 14.
Ha pubblicato diversi racconti su riviste e antologie.

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