IL SELVAGGIO

di ANGELA SLATTER

traduzione di Francesca Della Bona

Il bambino apparve il primo giorno di maggio.

LP se ne stava in cucina a fare i piatti alla bell’e meglio, maledicendo Kurt che si rifiutava di sborsare la grana per una lavastoviglie (“Ce l’ho già e cucina pure”, con pacca sul culo a seguire, era la sua risposta standard) e fissando la vegetazione incolta nel cortile sul retro che si aggrovigliava con l’antica foresta al confine con la loro proprietà.

Fu il movimento a catturare la sua attenzione, lento eppure piuttosto deciso, cauto e nervoso, e presto ci fu un bambino che sgusciava fuori dagli alberi, facendosi strada tra gli arbusti e l’erba alta.

Una massa di capelli scuri gli arrivava a metà schiena, di vestiti neanche l’ombra, ma era talmente sudicio che LP non riusciva a dire se fosse maschio o femmina. Gesù, la puzza doveva arrivare fino in paradiso. Si chiese se il bambino riuscisse a vederla, ma si accorse che il suo sguardo non era rivolto a lei, o alle finestre dietro cui sostava, ma al grasso gatto tartarugato.

Era martedì ed era tutto calmo. Angie, la migliore amica di LP, era stata male, quindi non era passata a lasciare Thomas per il suo giorno settimanale con “la zietta”. Era un bravo bambino, Thomas, sereno, piangeva raramente, ma LP era sempre consapevole della sua presenza. Kurt era andato a lavoro alla fabbrica di mobili già da parecchio. Le case su entrambi i lati erano vuote e lo erano da un po’, con avvisi di pignoramento a decorarne i cortili come grandi stronzi fumanti. LP era profondamente grata per questa tregua, dato che i lunedì che trascorreva con sua madre erano invariabilmente un inferno e ieri avevano raggiunto il livello di piena.

Whiskey stava prendendo il sole sul tavolinetto di ferro rotondo che da dieci anni arrugginiva silenziosamente in giardino. Il tavolo era accanto a un’estremità della corda per il bucato, non intralciava e poteva a malapena sostenere il peso di un gatto o di un cestino. Era corredato da due sedie, ma nessuno ci si sedeva più, essendo le gambe tenute insieme da ciò che poteva essere sputo ossidato e dai tralci di qualche misteriosa erbaccia che si facevano strada aggrovigliandosi tra i merletti.

LP si disse poi che non avrebbe potuto fare niente, non avrebbe potuto prevenire quello che era successo, ma stava mentendo e lo sapeva. Certo, non sarebbe riuscita a raggiungere in tempo la porta sul retro e il cortile, ma avrebbe potuto bussare contro il vetro. Kurt amava quel dannato gatto più della vita stessa, forse più di quanto amasse LP, ma quello saltava e soffiava se lei anche solo gli respirava vicino; qualsiasi rumore più forte avrebbe fatto sì che la bestiaccia si cacasse sotto e scappasse.

Ma LP non si diede pena di far rumore, anzi trattenne il fiato, semplicemente in attesa di scoprire cosa sarebbe potuto succedere. Strofinò distrattamente una mano umida sul ventre piatto sotto il suo vestito di cotone, con l’altra accarezzò i corti riccioli scuri del suo riflesso spettrale.

Whiskey nemmeno se ne accorse. 

Il bambino fu silenzioso, furtivo come una volpe, leggero come una brezza, le sue dita – più da vicino, ora, LP poteva vedere quanto fossero lunghe le unghie, nere e frastagliate – furono attorno allo spesso collo di Whiskey prima che il gatto potesse rendersene conto. Il collo fu spezzato con un movimento mostruosamente rapido. Non c’erano dubbi che il gatto fosse morto, dal modo in cui penzolava in quella salda, atroce, piccola stretta.

Ma LP non riuscì a racimolare neppure un pizzico di compassione per il felino. Troppi anni passati a sopportare che il gattaccio riducesse a brandelli i suoi cuscini e divani preferiti, i suoi attrezzi da bricolage e i suoi lavoretti, i suoi vestiti, ogni volta che poteva metterci sopra le zampe, per non parlare dell’odore di piscio che regnava in casa perché Kurt non voleva far sterilizzare quel cazzo di animale. C’erano profondi graffi rossi sulle sue braccia, gli ultimi di una serie di “colpetti d’amore” inflitti da Whiskey mentre lei dormiva. Si era beccata già tre infezioni.

LP sentì il primo vero sorriso sfiorarle le labbra da molto tempo, e immaginare la vita senza Whiskey la distrasse dall’osservare il bambino sventrarlo e banchettare con le sue interiora. Il suo sguardo si spostò di lato, perciò vide ma non proprio.

Quando il gatto non fu altro che un sacchetto di pelo insanguinato e ossa, il piccolo selvaggio rilanciò Whiskey sul tavolinetto di ferro, quasi con educazione, e scomparve nuovamente nella foresta. LP sarebbe uscita per mettere il gatto nel compostaggio, seppellendolo in profondità tra gli scarti di cibo in decomposizione e le altre schifezze nel bidone di plastica, che a volte di gonfiava nella calura estiva e aveva un odore così pessimo che nemmeno Whiskey ci andava mai vicino. Kurt non avrebbe cercato lì il suo vecchio gatto.

LP tornò a fare i piatti, canticchiando, il cuore considerevolmente più leggero.

«Angie, hai mai sentito parlare di bambini scomparsi nei boschi da queste parti? Bambini che non sono più tornati?»

LP aveva trascorso parte della giornata in biblioteca, usando la loro connessione internet così che Kurt non potesse controllare la sua cronologia a casa. Non che lo facesse per tenerla d’occhio o cose del genere – non era quel tipo di marito – ma gli piaceva scovare ragioni per prenderla in giro e LP era un’inveterata adottatrice di hobby. Iniziava sempre col fare ricerche online. Kurt pensava di essere spiritoso, non notava mai il modo in cui lei digrignava i denti.

Perciò LP sedeva all’aria condizionata, ignorando il lieve brusio della gente e delle macchine, a scorrere vecchi articoli di giornale alla ricerca di menzioni di bambini scomparsi da casa o da scuola o dal parco forestale nazionale… Da qualunque posto, in effetti. Ma trovò le solite cose: genitori in lite per la custodia che rapivano la loro stessa prole, aspiranti assassini e/o pedofili che coglievano l’occasione fortuita; ma quei bambini erano sempre tornati, in uno stato o nell’altro, alcuni meno vivi di altri, alcuni che desideravano non essere sopravvissuti. Poi c’erano quelli che semplicemente si erano messi a vagare fuori dalla porta a un’ora più tarda del solito, avevano perso la cognizione del tempo o avevano cercato di scappare per poi decidere che, in un modo o nell’altro, casa era più sicura del grande, vecchio mondo.

In effetti, dalle letture di LP sembrava che Wolf’s Briar detenesse uno strano record, il cento percento del ritorno dei bambini scomparsi (vivi o morti, ma sempre tornati). Quindi aveva chiamato Angie, perché qualsiasi pettegolezzo di cui Angie non fosse a conoscenza non valeva la pena conoscerlo, soprattutto visto che l’amica lavorava per il dipartimento di polizia locale. Non che avesse la lingua lunga, diavolo no – Angie avrebbe perso il lavoro se lo Sceriffo Bagley avesse pensato che distribuiva segreti come un colabrodo – ma, come aveva detto a LP, Angie aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi di tanto in tanto. Tutte quelle informazioni, tutti quei frammenti di verità, tutte quelle cose terribili, premevano dentro di lei con tale forza che a volte pensava che la sua pelle si sarebbe spaccata.

Perciò parlava con LP, e sapeva che di LP ci si poteva fidare, perché erano state migliori amiche fin dai tempi delle elementari. Per non parlare del fatto che LP non aveva nessun altro che si potesse definire “intimo”, quindi a chi mai avrebbe spifferato? Non che Angie avrebbe mai detto ad alta voce una cosa simile, ma LP sapeva che lei sapeva, e apprezzava la discrezione della sua amica.

Visti i risultati delle sue ricerche, LP pensò che probabilmente conosceva già la risposta alla sua stessa domanda, ma chiese comunque. Giusto per essere sicura. 

«Intendi morti sul serio?» Angie era al lavoro, quindi parlava a bassa voce. LP poteva immaginare gli occhi blu della sua amica perlustrare l’ufficio per sincerarsi che nessuno fosse a portata d’orecchio, le spalle un po’ ingobbite, la penna che tamburellava contro il registro sulla sua scrivania. Per una che era così brava a mantenere segreti, Angie aveva davvero un mucchio di tic; sarebbe stata una schiappa a poker.

«Non proprio. Scomparsi, mai ritrovati. Magari una decina d’anni fa?»

Non aveva più visto il bambino, non nei due giorni che erano passati da quando aveva seppellito Whiskey alla massima profondità che era riuscita a sopportare all’interno del secchione puzzolente. Ma sentiva che il bambino sarebbe tornato; non sapeva dire come lo sapesse, ma alle volte aveva delle sensazioni, LP.

«Perché lo chiedi?» fece Angie, ma LP poteva già udire il ticchettio dei tasti mentre l’amica iniziava a cercare su qualunque database le forze di polizia avessero a disposizione. Quello, sicuro come la morte, era meglio che cercare su Google in biblioteca. Tutto considerato Angie riusciva ad affrontare abbastanza bene ciò che sentiva e vedeva, cose che facevano scoppiare in lacrime uomini adulti. Proprio dannatamente brava, specie considerando che Thomas aveva solo sei mesi.

Certo, qualche volta Angie accusava il colpo, ma non sembrava che avesse paura, non per il suo bambino. Diceva a LP che quella roba la rendeva più sicura di stare facendo qualcosa di importante, anche se si trattava solo di rispondere al telefono, archiviare documenti e fare ricerche. “È solo qualcosina”, diceva, “ma è il mio qualcosina”. Nuovamente disse: «Perché lo chiedi?»

LP stette attenta a non deglutire – nonostante Angie non fosse conscia dei propri tic, conosceva bene quelli di LP, e lo schiocco sommesso della deglutizione era un segnale inconfondibile – uscendosene con un rilassato: «Pensavo, sai, che potrei provare a scrivere una storia».

Senza figli né lavoro, non c’era molto che tenesse occupate le giornate di LP quando Kurt non era in casa, quindi collezionava hobby nel modo in cui certi uomini rimorchiano prostitute. Per più di due anni aveva lavorato a una casa delle bambole con tanto di mobilio in miniatura, prima di stufarsi; aveva confezionato così tanti maglioni che il negozio di beneficenza ne aveva ancora qualcuno sugli scaffali; coperte all’uncinetto, alcune delle quali venivano ancora usate nelle celle della prigione perché erano più calde rispetto alle porcherie a poco prezzo che venivano fornite di solito; aveva provato a dipingere, a fare gioielli, vasi e ceramiche (c’era una bella differenza), si era occupata di rifiniture per auto, giardinaggio paesaggistico, aveva provato a fare cuscini, a cucire abiti per bebè, bambini, adulti e bambole, aveva decorato torte, si era data alla trapuntatura, alla rilegatura di libri, alla riparazione di orologi, al restauro di mobili… Bastava nominare qualcosa, c’era una buona probabilità che LP l’avesse provata, e che, una volta diventata esperta, si fosse stufata e l’avesse abbandonata per qualcosa di nuovo con grande divertimento di Kurt. Perciò, non pensava che il radar di Angie avrebbe rilevato qualcosa di strano in quello che sembrava a tutti gli effetti il principio di un nuovo hobby.

Aveva ragione.

«Be’, perché no?» disse Angie, più a se stessa che a LP. Non avendo alcun talento per le attività artigianali, Angie era sempre interessata alle imprese dell’amica. Ancora rumore di tasti, qualche schiocco di lingua.

«Sai, sembra proprio di no. Non in quel periodo. Vuoi che ampli i parametri della ricerca? Diciamo, un margine di cinque anni?»

«Certo, sarebbe fantastico».

LP non credeva sarebbe servito, il bambino non sembrava avere più di dieci anni. Ma, ripensandoci, la forza delle sue mani… Lo sporco che oscurava quasi tutto…

«Allora, di che parla questa storia?» Ad Angie chiaramente piaceva l’idea che la sua amica diventasse una scrittrice.

«Be’, non posso ancora dirtelo!» LP rispose a voce troppo alta. «Per scaramanzia. Chissà se riuscirò a mettere l’idea su carta. E non dirlo a nessuno: l’ultima cosa che mi serve è avere Kurt che si prende gioco di me anche per questo.» Sospirò. «Questa cosa è solo mia, qualcosa che posso tenere per me».

«Le mie labbra sono sigillate, come sai bene. Ma prometti che potrò leggerla quando avrai finito, anche se pensi che sia terribile».

«Ok, promesso».

«Ehi, senti, il computer va a rilento. Ti richiamo appena trovo qualcosa, ok?»

«Va bene. Confermato per mercoledì prossimo?» Ogni settimana s’incontravano per un filmetto e qualche drink al piccolo cinema Royale, sia che ci fossero nuovi film in programmazione o meno.

«Diavolo, sì. Ti porto Thomas la mattina presto per la giornata con la zietta. Poi vi passo a prendere dopo il lavoro, possiamo lasciarlo a Byron mentre andiamo al cinema».

«Perfetto».

LP badava a Thomas perché voleva bene ad Angie, che aveva sposato Byron subito dopo il liceo ed era rimasta incinta quasi immediatamente. Ma aveva perso quel bambino e quello che era venuto dopo. Quindi, per un po’, non aveva avuto importanza che nemmeno LP (che aveva sposato Kurt più o meno nello stesso periodo) avesse figli. Non aveva avuto importanza che LP non rimanesse incinta a prescindere da quante volte lo facessero, a prescindere dalle posizioni, a prescindere dai rimedi, dalle pillole, dalle iniezioni a cui ricorresse. Non aveva avuto importanza perché i bambini di Angie non nascevano mai.

Almeno fino a Thomas. Il piccolo non dava quasi mai problemi, dormiva per la maggior parte del tempo che trascorreva con LP e un giorno alla settimana era gestibile. L’amarezza non le serrava troppo la gola, non era un continuo richiamo ad opportunità che lei non aveva.

La voce di Angie accelerò con urgenza improvvisa, mischiando le parole insieme: «Devo-andare-arriva-lo-sceriffo-ciao».

«Ciao» LP rispose al nulla.

LP trovò il più grasso, vecchio gatto che poté in uno dei gattili di Wolf’s Briar. Raccontò alla donna della reception di Whiskey, di com’era sparito, di quanto suo marito amasse quel gatto. Sicuro, era un po’ presto per rimpiazzare il caro vecchio Whiskey, ma ehi: prima o poi doveva succedere ed era terribile avere quel vuoto a forma di felino nelle loro vite. La donna annuì in modo comprensivo e le chiese se non preferisse un animale più giovane, uno che sarebbe potuto restare con loro più a lungo. LP mantenne un’espressione credibile e disse che avrebbe preferito dare a un “anziano” una bella casa per il breve tempo che gli rimaneva, e la donna si asciugò una lacrima.

LP legò il gatto al tavolinetto di ferro con un filo di spago che partiva dal suo collare ed era assicurato ai ghirigori della base; gli lasciò una ciotola di latte, dei croccantini, e l’animale sembrò abbastanza contento, tanto che si addormentò quasi immediata-mente. Nel tardo pomeriggio, LP non era più così sicura che avrebbe rivisto il piccolo selvaggio. Ma circa venti minuti prima che Kurt tornasse – e grazie a Dio, perché non avrebbe sopportato di presentargli un altro gatto che potesse avere la precedenza su di lei – ci fu lo stesso movimento lento ma deciso tra gli alberi, e ben presto il bambino stava camminando furtivamente nel giardino, il nasino impertinente arricciato mentre annusava qualunque odore il gatto emanasse.

Il gatto senza nome fece la fine di Whiskey; il bambino mangiava velocemente, doveva essere affamato. LP si chiese se avesse dato la caccia a tutte le creature che abitavano la sua porzione di foresta, se gli scoiattoli e i procioni, o qualsiasi altra cosa potesse costituire una preda, fossero diventati troppo circospetti o troppo pochi. O forse, semplicemente, trovare Whiskey era stato così facile che il bambino aveva deciso che facile gli piaceva.

Dalla finestra della cucina LP osservò tutto, non distolse lo sguardo. Forse perché non era legata a quell’animale, o forse solo perché la sua curiosità stava aumentando sempre di più. A ogni modo, stava guardando dritto verso il bambino che si leccava il rosso dai palmi quando lui sollevò lo sguardo, proprio nella direzione di LP. Stavolta LP fu certa di essere stata vista. Trattenne il fiato, immobile. Il bambino si fermò, inclinò la testa e la fissò.

La curiosità di LP era ciò che le faceva sopportare la noia, ciò che le faceva inseguire hobby dopo hobby, ciò che le impediva di fare cose terribili come brandire un martello contro il brutto testone di Kurt nei momenti in cui era più frustrata, o passare una lama sulla gola di sua madre ogni volta che Agnes le ripeteva che gran delusione fosse. Ogni genere di cosa violenta le venisse in mente quando qualcuno la insultava o la sottovalutava e non era abbastanza gentile da darsi la pena di mascherarlo.

Ma adesso? La curiosità che si era mossa in lei in quei giorni, che l’aveva spinta a cercare il bambino, divenne fredda come un sasso in un ruscello di montagna. Perché il bambino la stava guardando come se fosse cibo.

LP aveva avuto una visione del bambino, del bambino che in qualche modo diventava suo. Nella sua immaginazione, era una bambina, tutta pulita e ordinata, con un bel vestitino o magari jeans con fiorellini cuciti sui bordi, i capelli spazzolati e lucenti, beneducata e dolce e addomesticata. E si era detta che se avesse avuto quel bambino, un bambino, il suo bambino, allora nessuno l’avrebbe giudicata mai più.

Niente più sguardi carichi di pietà, niente più sussurri (sterile) alle sue spalle quando pensavano che lei non potesse vederli nei riflessi delle vetrine dei negozi o negli sportelli di vetro del reparto frigo al supermercato. Se solo avesse avuto quel bambino…

Tutti amavano Kurt. Alla gente piaceva anche LP, ma avevano pietà di lei, sussurravano che peccato, che peccato, e lei lo sapeva. Niente bambini, niente figli.

L’idea si era fatta strada dentro di lei e, nonostante si sentisse ancora scossa dallo sguardo feroce del bambino, era ancora lì. È così che sono le idee, quando mettono radici hanno quei piccoli viticci, e se si avvinghiano a qualcosa che vuoi davvero, davvero tanto… Be’, in quel caso non ha importanza quanto l’idea possa essere stupida, probabilmente rimarrà con te finché non otterrai quel che desideri, e al diavolo le conseguenze.

Una cosa era certa, a LP sarebbero serviti altri gatti.

Dopo il terzo gatto (fornito dall’ultimo gattile di Wolf’s Briar), LP preparò un piccolo giaciglio nel seminterrato: c’era un piccolo spazio che un paio d’anni prima aveva adibito a camera oscura, quando le era saltato in mente di dedicarsi alla fotografia. Rimpiazzò il lucchetto e si assicurò che fosse resistente. Kurt non andava mai là sotto, e nemmeno trascorreva tempo nel capanno. Non era tipo da arnesi. “Il lavoro è lavoro” diceva, “e voglio lasciarlo dove sta”.

Amava starsene seduto in veranda, Kurt. Tornava a casa, prendeva una birra dal frigo, le dava un bacio sulla fronte, dopodiché usciva sulla veranda e andava a sedersi sulla vecchia seggiola a dondolo che scricchiolava e scricchiolava e scricchiolava. Non era un uomo cattivo, ma lei si era comprata i tappi per le orecchie così da riuscire a preparare la cena senza avvertire l’impulso di correre fuori e colpirlo sulla zucca con una padella o qualunque cosa le capitasse a portata di mano. “I tappi per le orecchie hanno salvato il mio matrimonio!” A volte pensava di scrivere quella storia e di spedirla a una rivista, ma immaginava che fosse una soluzione abbastanza comune per molte donne, perciò non avrebbe detto niente di nuovo.

C’erano una piccola cassettiera e un divano letto che aveva rimesso in sesto. Il materasso era morbido se non addirittura molle, ma non pensava che il bambino avesse mai dormito su niente di particolarmente sontuoso. La stanzetta era pulita e la finestrella dai vetri oscurati era piccola, così piccola che nessuno avrebbe potuto arrampicarsi fuori, anche riuscendo a rompere il vetro. Così LP avrebbe avuto il tempo di fare abituare il bambino a lei, presto avrebbe fatto sì che prendesse il cibo dalle sue mani, poi… la civilizzazione avrebbe avuto la meglio. Il bambino sapeva parlare? LP non ne aveva idea.

Kurt aveva sempre voluto bambini, ma non l’aveva mai fatta sentire in colpa per non averne avuti. Aveva chiesto se non fosse il caso che facessero il test, per capire chi di loro due non funzionava a dovere, ma LP quello non voleva scoprirlo. La gente dava automaticamente la colpa a lei, comunque. E se avesse scoperto che avevano ragione? Preferiva non saperlo. Adesso, però, c’era questo bambino, un bambino, il suo bambino. Il loro bambino. Alle domande LP avrebbe risposto che l’avevano avuto in affido. Che proveniva da una situazione difficile. E Kurt? Come l’avrebbe detto a Kurt? Sinceramente non ne aveva idea, era solo un dettaglio, ma tutto ciò che vedeva era l’obiettivo, che splendeva appena fuori portata, perciò ci avrebbe pensato quando fosse arrivato il momento.

Quando arrivò il lunedì la solita ansia si era accumulata nel suo petto, ma lo stesso LP si alzò e preparò una crostata di pesche mentre Kurt faceva colazione. Quando se ne fu andato, LP s’infilò un vestito blu, sandali col tacco e si sistemò i capelli. Il trucco che portava era leggero, ma anche se l’avesse applicato con una cazzuola non avrebbe avuto importanza: sua madre l’avrebbe criticata comunque. Troppo poco e non ci stava nemmeno provando, troppo e sembrava una puttana. LP era figlia unica, ma mai come da adulta aveva desiderato un fratello, solo per avere qualcuno con cui condividere il fardello che era sua madre.

Il senso di dovere filiale era l’unica cosa che la spingeva a farle visita ogni settimana, anche se mai per molto. Già era abbastanza grave che avesse fallito nell’avere figli, essere un fallimento anche come figlia rappresentava l’umiliazione finale, e quella non poteva sopportarla. Nonostante non esistesse una donna, viva o morta, che meritasse più di sua madre di essere lasciata sola.

LP imboccò il vialetto della casa che Agnes Mayberry aveva condiviso con quattro mariti (uno dopo l’altro, non contempora-neamente, e tutti a turno deceduti) e che adesso condivideva con un solo gatto (Micio, fiacco, grasso, non troppo diverso dal defunto e non compianto Whiskey), e spense il motore. Contò fino a quindici, le mani appoggiate sul volante, per calmare il respiro; dopodiché recuperò la teglia ancora tiepida dal sedile posteriore e scese dalla macchina.

«Mamma?» chiamò ad alta voce e bussò. Nonostante Agnes non fosse sorda, se ne usciva sempre con un: “Oh, non ti avevo sentito”. LP aprì la porta, che non era mai chiusa a chiave sebbene tutti consigliassero di fare il contrario. Segretamente, LP sospettava che nessun ladro o intruso di alcun tipo avrebbe avuto la benché minima speranza contro lo sguardo raggelante di sua madre.

Ancora nessuna risposta. LP camminò lungo il corridoio, tenendosi all’erta per Micio, a cui piaceva attaccare gli ignari passanti sbucando fuori dalle porte. «Mamma?»

Continuò il silenzio. LP sapeva che era sbagliato avere quel piccolo tuffo al cuore, sentire quella speranza, immaginare un futuro in cui Agnes non sarebbe apparsa se non come un nome su una lapide. Sapeva che era sbagliato, qualcosa per cui l’universo l’avrebbe punita, e quindi non fu per niente sorpresa quando raggiunse la sala da pranzo-soggiorno a pianta aperta e vide sua madre.

In piedi sul portico, alta e diritta sui suoi zatteroni, con indosso un lungo abito estivo rosa e i capelli biondi pieni di lacca, così che non si imbizzarrissero, Agnes sorvegliava il suo giardino perfettamente curato. Aveva una sigaretta in mano, con un lungo cilindro di cenere che spuntava dall’estremità sfidando bellamente la gravità. Nell’altra mano stringeva un bicchiere da martini, la colazione dei campioni. LP mise la teglia sul bancone della cucina, sapendo che sua madre l’avrebbe mangiata solo dopo che lei se ne fosse andata: non sia mai che dovesse elargire qualche tipo di ringraziamento o complimento.

«Mamma» disse LP per la terza volta, e la raggiunse fuori. Agnes non si voltò, né al suono della sua voce né a quello dei suoi passi; anche quando LP fu accanto a lei. Tutto quel che si limitò a fare fu soffiare un lungo filo di fumo mentre diceva: «Oh, non ti avevo sentito, Laura Pauline».

LP rabbrividì nell’udire quel nome.

«Ciao, mamma».

«Come sta Angie?» chiese Agnes, come faceva sempre. Rispettava una sequenza, un piano d’attacco, nulla cambiava eccetto forse l’intensità. Non chiedeva mai come stesse LP, solo Angie, poi Kurt, poi Whiskey, poi Thomas. Si sdilinquiva sempre per Thomas, nonostante l’avesse visto solo una volta da quando era nato (non si era data nemmeno la pena di prenderlo in braccio) e non c’era verso che Angie portasse suo figlio in una casa il cui interno aveva un tasso d’inquinamento dell’aria più elevato dell’India. Per quanto Agnes fosse ostinata e precisa, non riusciva a smettere di fumare, e neppure poteva impedire al tanfo di impregnare tessuti e pareti, macchiare la vernice e creare nubi tossiche contro il soffitto.

«Sta bene. Kurt sta bene. Thomas sta bene».

«E Whiskey?»

«Andato».

«Che vuoi dire?»

E LP si sentì infinitamente soddisfatta, anche se sapeva che era dannatamente cattivo da parte sua, nel dire: «Andato. Scomparso. Probabilmente morto. Sai com’è».

«Oh. Povero Kurt. Sarà devastato.» Fece una pausa. «Dopotutto, quel gatto era la cosa più vicina a un figlio che potrà mai avere».

LP sbatté forte le palpebre. Non importava quanto spesso capitasse, quanto regolari fossero le frecciatine, in qualche modo Agnes riusciva sempre a trovare nuovi modi per rigirare il coltello nella piaga. Non era strano che LP trascorresse più tempo a cucinare e rassettare che a casa di sua madre. «Ok, mamma. Buona giornata».

Agnes non si curò di rispondere. 

LP raggiunse la porta d’ingresso e lì si fermò. Attraverso la porta della stanza alla sua destra vide il letto di sua madre, con la trapunta color zafferano e una montagna di cuscini e guanciali in varie tonalità di viola. Su quel cumulo, come un imperatore, giaceva Micio. Nel sonno emetteva lievi suoni rabbiosi, la coda che si contraeva, e una zampa nera ebbe uno spasmo come se stesse graffiando per bene qualcuno.

LP fissò l’animale.

Fissò Micio molto a lungo.

Lo stava ancora fissando, chiedendosi se avrebbe avuto il tempo di trovare il trasportino che Agnes usava per le visite dal veterinario, quando udì il rintocco dei tacchi di sua madre sul pavimento. Ci fu una pausa, poi un lieve: «Laura Pauline?»

LP se ne andò il più silenziosamente possibile, sentendo una fascia di tensione che le si stringeva attorno alla testa.

Il mal di testa era quasi scomparso quando Angie guidò fino a casa alle sette e mezzo del mattino seguente, proprio mentre Kurt usciva dal vialetto. Si scambiarono affettuosi saluti con la mano. LP osservò Angie prendere Thomas dall’auto insieme alla grande borsa che conteneva cibo e latte in polvere, pannolini nuovi e vestitini di ricambio; se tutto andava bene quella roba sarebbe bastata per un bambino di sei mesi e per un solo giorno, ma non si poteva mai sapere, anche se Thomas non si muoveva molto in questa fase.

I maschietti attiravano sporcizia, nell’esperienza di LP (cercò di non pensare alla quantità di lerciume che aderiva al bambino nei boschi, a cosa poteva significare), ma si limitò a sorridere quando aprì la porta, come se non avesse dimenticato che le toccava fare la babysitter, o la serata al cinema. Come se non avesse passato la colazione cercando di capire dove recuperare altri gatti, rispondendo al blaterare di Kurt con una sequela di ah-ah, già, forse e come-ti-pare-amore.

«Non ho trovato nulla» disse Angie mentre entrava in cucina, con Thomas vestito in tutina blu appoggiato sull’anca sinistra e la borsa sopra la spalla destra.

«Eh?»

«Bambini. Bambini scomparsi» spiegò la sua amica, riuscendo nell’impressionante manovra di scaricare la borsa sul tavolo e consegnare contemporaneamente il bambino sonnecchiante a LP. «Nessuno che sia rimasto scomparso, comunque. Come procede la tua storia?»

«Oh. Lentamente. Sai, mi ci vuole un po’ per andare avanti. Ed è una cosa diversa dai miei soliti hobby, quindi procede anche più lentamente del solito».

LP sistemò Thomas, che era leggermente umido, in modo che il suo faccino si appoggiasse contro l’incavo del suo collo, il suo respiro tiepido e dolce contro la pelle. Le fece stringere il cuore, in un modo che però non era né tiepido né dolce.

«Be’, non ti preoccupare, LP, ho fiducia in te. Sono sicura che puoi raccontare una grande storia. Non dicono che tutti hanno un libro dentro di loro?»

LP ebbe un vago sorriso, la sua mente da un’altra parte. Il bambino aveva consumato tre grassi pasti a quattro zampe e LP stava esaurendo i posti dove andare a rifornirsi. Le responsabili dei rifugi si sarebbero insospettite se fosse tornata troppo presto, e i gatti che vivevano nei cassonetti dietro al supermercato erano troppo diffidenti verso gli umani per avvicinarsi a lei, qualunque cosa tenesse in mano. A ogni modo, erano troppo magri, troppo nervosi e non riusciva a immaginarli sonnecchiare tutto il giorno finché il bambino non fosse spuntato. E Micio, sebbene allettante, non era un’opzione valida perché avrebbe significato tornare a casa di Agnes prima che fosse assolutamente necessario farlo.

«Be’, sarà meglio che vada, non voglio arrivare in ritardo.» Angie diede a LP un rapido bacio sulla guancia, e ne posò uno più deciso sulla fronte di suo figlio. «Vengo a prenderti oggi pomeriggio verso le cinque e mezza».

«Perfetto. Guida con prudenza».

LP guardò fuori dalla finestra della cucina mentre Thomas tirava su col naso e scoreggiava tra le sue braccia. Oggi non aveva alcuna esca, niente per attirare il bambino; nessun pranzo tutto legato e in attesa di attirarlo fuori dal bosco. Non l’avrebbe visto fino al prossimo gatto. Thomas si agitò, i suoi pugni iniziarono a battere; scoreggiò di nuovo e stavolta il suono fu umido. I pensieri sui gatti avrebbero dovuto attendere fino a domani. LP arricciò il naso: sapeva quando qualcosa aveva la priorità.

Thomas fu irritabile e capriccioso per gran parte della mattinata, cosa che normalmente non accadeva, ma normalmente LP non era così distratta dai suoi stessi pensieri. Di solito giocava con lui e si godeva la sua compagnia per quanto ne fosse capace, ma oggi non era quel tipo di giornata, quindi fu un sollievo metterlo nella culla nella camera degli ospiti al piano superiore, dopo pranzo. E il piccolo si addormentò velocemente, come se stesse solo aspettando che quella tortura finisse, e dormirci sopra fosse l’opzione migliore che potesse escogitare.

Di sotto, LP raccolse la biancheria dalla lavatrice. Chiuse con cura la porta sul retro alle sue spalle – un’abitudine dei tempi in cui c’era Whiskey, quando, durante il giorno, lo teneva fuori di casa fino a che Kurt non rientrava dal lavoro, e a quel punto lei lo lasciava rientrare – e si diresse alla corda per il bucato.

Mentre appendeva calzini e mutande, camicie da lavoro e jeans, reggiseni e abiti, LP sognava a occhi aperti. Aveva in mente una specie di lavagna visiva, LP, dove appuntava tutte le cose che desiderava nell’ordine in cui pensava che dovessero avvenire. A sua madre piaceva dire che LP non rifletteva abbastanza, il che non era del tutto vero, ma neppure del tutto falso. LP rifletteva molto, ma ciò che non riusciva a visualizzare erano tutte le prospettive. Lei pensava di sì, ma aveva la tendenza, non certo inusuale, a considerare solo le prospettive che supportavano ciò che voleva. Quindi i piani di LP tendevano a essere come reti da pesca con buchi troppo grandi, non abbastanza forti da resistere a tutto ciò che non voleva essere catturato.

Ormai LP aveva una visione, praticamente completa, del proprio finale. Aveva sempre avuto un “ideale”, indipendentemente da quale hobby intraprendesse, e forse era per questo che non stava davvero ragionando come si deve su quel progetto. Poteva vedere lei e il bambino (pulito e sistemato e ordinato) e Kurt che camminavano insieme per la strada, facevano la spesa, andavano a prendere il gelato, tutti seduti su una coperta al picnic della compagnia di Kurt, proprio come le altre famiglie con i loro cestini e i piatti e le tazze e le insalate di cavolo.

Non più sguardi pietosi, non più sussurri nascosti dietro le mani, nessuno che le dicesse che avrebbe fatto meglio a darsi una mossa prima della sua “data di scadenza”, nessuno che le scaricasse bambini in grembo come se stessero facendo a lei e al suo arido ventre un favore.

LP stava ancora sorridendo quando finì di lavare. Si appoggiò il cestino sul fianco, tornò a casa e aprì la porta sul retro con andatura oscillante. Non appena entrò, lo sentì. Crudo e fetido, un puzzo di fogna. Le fece lacrimare gli occhi. Sbatté le palpebre, riflettendo per un momento, e poi si ricordò di Thomas. Aveva di nuovo bisogno di essere cambiato. Che diavolo gli aveva dato da mangiare Angie?

Senza fretta, mise il cesto della biancheria sul divano – il sole era caldo e la brezza alta, presto ne avrebbe avuto di nuovo bisogno – e salì le scale. A metà strada, le sembrò di udire una porta chiudersi, ma sapeva di averla già chiusa quando era entrata, quindi doveva esserlo immaginato. Forse era solo il vento.

Fece due passi nella stanza degli ospiti prima di sapere che qualcosa non andava. Normalmente, sentiva Thomas respirare: aveva il respiro pesante da russatore, nonostante fosse ancora così piccolo; ma dalla culla non proveniva alcun suono. Altri due passi, altri tre, quattro ed eccola lì: la culla vuota.

LP era impietrita, confusa, sbigottita. Tutto questo e altro ancora, tutto ciò che potresti sentire venendo colpito alla testa con un mattone o un pezzo di legno senza perdere del tutto conoscenza. Stupida. Frugò tra la coperta e il lenzuolo, il cuscino, il materasso, la fodera di plastica, tutto, nel caso in cui il bambino fosse riuscito a nascondersi da qualche parte in quel piccolo rettangolo di spazio e i suoi occhi si fossero sbagliati.

Roteò sul posto, più di una volta, quindi si spinse fuori dalla stanza e scese le scale. In cucina c’era il telefono, appeso al muro, e inciampò per arrivarci. LP quasi divelse il ricevitore dalla base, mise le dita sui tasti, in procinto di individuare quei tre numeri, i numeri che avrebbero chiamato la polizia, che avrebbero fatto sapere fin troppo presto ad Angie che, in qualche modo, LP l’aveva delusa… E LP fece una pausa, rimase a fissare: i tasti 9-1-1 sembravano brillare e bruciare più luminosi degli altri.

Lentamente distolse lo sguardo, cercando ispirazione. Dove poteva essersene andato, il bambino? Magari camminando nel sonno, arrampicandosi nel sonno…

LP stava fissando fuori dalla finestra della cucina. Fissava, fissava, fissava, paralizzata. Così che solo i suoi occhi si spostarono.

Si spostarono catturando un movimento, proprio come era successo una settimana prima; ma questa volta il movimento non era lento o cauto o nervoso. No. Svelto, svelto, svelto; felice e brusco e terribilmente crudele mentre il piccolo selvaggio, capelli arruffati, pelle sporca, lunghe unghie simili ad artigli, indugiava al limitare del bosco, un fagotto vestito di blu tra le braccia, per poi precipitarsi tra gli alberi e gli arbusti e l’erba alta.

*

Angela Slatterè l’autrice dei romanzi Vigil, Corpselight e Restoration, nonché di otto raccolte di racconti, tra cui The Bitterwood Bible and Other Recountings e A Feast of Sorrows: Stories.
Ha vinto un World Fantasy Award, un British Fantasy Award, un Ditmar Award, un Australian Shadows Award e sei Aurealis Awards; Vigil è stato nominato per il Dublin Literary Award.
Le sue opere sono state tradotte in francese, cinese, spagnolo, giapponese, russo e bulgaro.

Acquista Il Buio, numero 6

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