IL LABIRINTO

di DAVID TALLERMAN

traduzione di Stefano Paparozzi

Aveva sette anni, e se non avesse visto il cartello non sarebbe successo niente.

La tenuta della baita era ampia, apparentemente illimitata. Erano già stati dentro la casa, avevano pranzato al bar, avevano esplorato sia i giardini inferiori che quelli superiori ed erano risalti fino al lago. Era tardo pomeriggio e c’era una vaga freschezza nell’aria; Laurie era irritabile e le facevano male i piedi. Aveva fatto i capricci per motivi che in seguito non avrebbe saputo ricordare e suo padre aveva deciso che sarebbero tornati all’auto. L’atmosfera era tesa. Lui non la guardava neanche: quand’era arrabbiato trovava il modo di cancellarla dalla propria esistenza, una capacità che la inquietava molto. Laurie era pentita, benché frustrata. Iniziò a cadere una pioggia leggera.

C’erano cartelli di legno ovunque, con codici a colori, le direzioni segnate in caratteri neri come il carbone. Laurie aveva presto preso l’abitudine di ignorarli. Non c’era motivo per cui non dovesse ignorare anche quello, ma così non fece: il suo sguardo fu catturato dalla parola DEDALO. Sapeva che un dedalo era un tipo di labirinto. L’idea la colmò di un’eccitazione non del tutto piacevole.

«Possiamo?» chiese. Rivolse la domanda alla mamma, avendo cura di minacciare con la voce nuove lacrime.

«Stiamo andato al parcheggio» rispose suo padre.

Laurie frignò. «Non facciamo mai quello che va di fare a me». Diceva sul serio: non l’avevano trascinata tutto il giorno come un pacco?

«È di strada» osservò la mamma. Controllava una mappa sopra il cartello. «Per Laurie è stata una giornata lunga».

Suo padre si limitò a scuotere le spalle e riprese a camminare. Laurie considerò quanto rischiava a lamentarsi di nuovo e decise che era meglio non rischiare. L’umore del padre, sempre imprevedibile, negli ultimi tempi era peggiorato notevolmente.

All’incrocio successivo, lui ignorò il cartello PARCHEGGIO e seguì quello DEDALO. Era stata presa una tacita decisione, e alla fine Laurie aveva ottenuto quello che voleva.

Non ci volle molto per raggiungere il punto in cui la mappa asseriva ci fosse un dedalo, ma ciò che raggiunsero non era neanche vagamente come lei se lo aspettava. Aveva immaginato delle alte mura di pietra, ma c’era appena un arco di canne sulla siepe che correva di fianco al sentiero. A Laurie sembrò più spontaneo che intrecciato. Non c’era nulla che indicasse che quell’apertura fosse l’ingresso, a parte il fatto che al centro c’era una placca stretta con incisi dei segni. Vi lanciò solo un’occhiata, anche se in seguito si sarebbe spesso spremuta le meningi per riesumare qualche dettaglio di cosa vi aveva visto.

«Dobbiamo fare in fretta» disse suo padre. «Presto farà buio».

Laurie sapeva che non era vero. Mancava ancora più di un’ora perché si facesse sera. Ciononostante, il cielo si scuriva, carico di nuvole grigie che continuavano a disperdere una pioggerellina costante. Delusa dal dedalo, era quasi pronta a dire che preferiva tornare all’auto.

Forse avrebbe dovuto, visto che suo padre gliene aveva dato la possibilità. Prima che lei potesse esprimere i suoi dubbi, lui oltrepassò l’arco. La mamma le diede una pacca sulla spalla e disse: «E allora andiamo». Suonava stanca. Seguì il marito, e a Laurie non rimase altra scelta che affrettarsi a rincorrerli.

All’inizio camminarono in mezzo ad altre siepi, ma presto queste terminarono. Raggiunsero una zona ampia e aperta, con lastre di pietra bianca che si facevano largo nel suolo pallido. Il perimetro irregolare era delimitato da cespugli e alberi bassi dall’aspetto selvatico. C’erano tre, anzi quattro altri sentieri che partivano dai bordi verso direzioni diverse.

Laurie pensò che dovevano essere finiti nel posto sbagliato. Magari questo era un altro giardino, uno senza fiori, o una parte della tenuta che era caduta in disuso. Ma non ebbe tempo di farsi domande, perché suo padre aveva imboccato una delle uscite e la mamma era vicino a lui.

Laurie dovette affrettarsi di nuovo. Non c’era alcun senso di chiusura, da nessuna parte: ai bordi dell’ampio sentiero c’erano cespugli ad altezza del ginocchio, macchie di corniolo e salice, pietre impilate o talvolta ciocchi di legno. Sporadicamente, delle svolte e degli incroci. Suo padre sembrava scegliere a caso. Laurie si rese conto che aveva smesso di piovere. Il cielo aveva un colore strano, né grigio né blu.

Sentiva espandersi l’ira di suo padre. Non capiva se fosse diretta verso di lei, verso sua madre o verso il dedalo, ma la spaventò. E se avesse perso la pazienza? Se l’avesse abbandonata lì? L’idea la riempì di un tale terrore che le venne voglia di aggrapparglisi addosso, di farsi trascinare, se necessario. Non osò farlo: non trovò neanche il coraggio di prendere per mano la mamma.

La zona successiva era circondata da alberi più alti di quelli davanti a cui erano passati in precedenza, e curvati verso l’interno. Sul terreno c’erano sculture di pietra che sembravano totem, la più alta delle quali arrivava alla spalla di Laurie. Alcune figure erano chiaramente identificabili come animali. Altre erano sconosciute.

Nella zona seguente c’era un pozzo, e quando Laurie si affacciò sulle sue profondità vide che scendeva per mezzo metro, terminando in un cerchio di fango umido.

Nella successiva c’era una piccola fontana, ma era spenta. Non capiva se il bacino color acquamarina fosse davvero vecchio o fatto apposta perché lo sembrasse. La figura al centro era una specie di sirena, e Laurie era certa che, se ci fosse stata acqua, la corrente sarebbe sgorgata dalla sua bocca spalancata. Qualcuno aveva gettato delle monete nelle poche dita di acqua stagnante, e queste scintillavano come le prime stelle della sera. Laurie si domandò cos’avessero desiderato quelle persone. Trovare la via d’uscita? Prima che potesse lanciarci una delle sue monete, suo padre aveva proseguito.

Ora i sentieri erano costeggiati da siepi alte e fitte, così strette che i tre dovevano camminare in fila. Finalmente Laurie si sentiva davvero in un labirinto. Ma per raggiungere quel punto avevano camminato a lungo, e dubitava che suo padre sarebbe riuscito a ritrovare la strada per l’uscita.

Nello spiazzo successivo c’era un piccolo edificio, quasi il modellino di una casa. Il legno attorno al tetto era ornato in uno stile che le fece pensare a Heidi o The Sound of Music. Per qualche motivo, Laurie era certa che quello fosse il centro del dedalo. La casa aveva una sola porta, chiusa con un chiavistello. Suo padre stava proseguendo, ma Laurie non riuscì a resistere alla tentazione di spiarvi dentro. Né, mentre apriva la porta, poté rifuggire la certezza che lo spazio interno le sarebbe stato familiare: il loro salotto o la cucina, forse persino camera sua. Invece era vuota, a parte delle basse panche lungo le pareti, e aveva un forte odore di muschio. Probabilmente la casa era un rifugio in caso di maltempo, un rifugio in cui forse pochi si imbattevano.

Quando chiuse la porta e fece scorrere di nuovo il chiavistello, i suoi genitori erano scomparsi. Per un attimo il panico paralizzò Laurie. E se l’avessero davvero abbandonata? O non fossero riusciti a tornare da lei? Suo padre era già così arrabbiato e lontano che comprensibilmente non ci avrebbe neanche provato.

Escluso il passaggio da cui erano arrivati, c’erano due uscite dallo spiazzo. Quasi scelse quella a sinistra, ma all’ultimo istante cambiò idea. Sorpassata la prima svolta, vide i genitori qualche passo avanti. Non avevano aspettato che li raggiungesse. Quando ci riuscì era quasi senza fiato, una fitta le lacerava le costole.

Poco dopo, le siepi si aprirono. Il sentiero era nuovamente delimitato da cespugli bassi, ciocchi e pietre. Laurie si chiese se il padre sapesse dove stava andando e se avesse un piano, ma aveva un volto rigido che non rivelava nulla.

Quando alzò lo sguardo, Laurie venne colpita da un’inaspettata, travolgente sensazione: non conosceva quell’uomo e quella donna che le camminavano a fianco. In qualsiasi momento potevano essere stati sostituiti da altre due persone identiche: come poteva scorprire la verità? E se avesse scelto male? Se avesse dovuto girare a sinistra e non a destra?

Arrivarono a un’altra arcata di vimini. Rifletteva il varco da cui erano entrati, anche se Laurie era convinta che non fosse lo stesso. Il sentiero al di là, al limite di un ripido declivio e un fitto bosco, non le era familiare. Più avanti ancora vide uno dei cartelli di legno, il primo da quando erano entrati nel dedalo.

Erano usciti? Non ce n’era indizio. Questo sentiero a tre linee poteva anche essere parte del labirinto, una sua propaggine. Quando iniziò a riconoscere scorci dell’esplorazione precedente, a Laurie sembrarono un poco differenti. Arrivati al parcheggio, questo le parve familiare ma strano. E così l’auto. Forse era solo una che assomigliava alla loro, in un parcheggio identico a dove l’avevano lasciata: tutto una replica, quasi perfetta.

La sensazione le rimase durante il tragitto verso casa. I suoi genitori rimanevano zitti. Anche se avessero parlato, non avrebbe osato rivelare loro cosa provava. Non aveva paura che le dessero della sciocca, bensì il contrario. Il suo terrore più grande era che ammettessero la verità: che non erano davvero i suoi genitori, ma ci assomigliavano soltanto. Che in realtà erano del popolo del labirinto, in quel labirinto di mondo che si torceva senza fine.

Per Laurie era difficile identificare il momento preciso in cui si era resa conto che tutto era cambiato.

I suoi quasi non si parlavano più. Suo padre sembrava uno sconosciuto, sia a Laurie, sia alla mamma. Lavorava di più, tornava tardi. A volte Laurie scopriva la mamma a piangere, o la sentiva soffocare i singhiozzi da un’altra stanza. A volte litigavano, anche se non spesso, dopo che Laurie era andata a letto. Rimaneva sveglia ad ascoltare, tentando di riassemblare i frammenti urlati e ricavarne una spiegazione di cosa potesse significare quell’improvviso conflitto.

Ma in cuor suo sapeva la verità. Continuò a seguire le tracce dei cambiamenti a ritroso fino a quel giorno, fino al dedalo. Era successo là: qualcosa di importantissimo e intangibile era andato perso. Erano entrati come una famiglia, erano usciti come sconosciuti… o non erano usciti affatto.

Era questa l’idea che l’ossessionava sempre più. Come si poteva esserne certi? La convinzione cresceva a ogni litigio origliato, a ogni gelida occhiata dalla mamma tutte le sere che suo padre tornava irresponsabilmente tardi. Quella non era la sua vecchia vita. Non era la sua vecchia casa. La strada che percorreva per andare a scuola (che era leggermente sbagliata) non era la strada che percorreva settimane prima. Tutto, tutto quanto era il dedalo, e forse un giorno avrebbe voltato l’angolo e ci sarebbe stato l’arco di vimini, il sentiero, la versione della sua famiglia che adesso era scomparsa.

La separazione arrivò quell’inverno. Non sorprese nessuno, e Laurie si considerava al di là del punto in cui potesse rimanere scioccata da qualcosa. Le dissero che era momentanea, ma lei sapeva che non era così. Era ovvio che quei due sconosciuti non avevano alcun motivo di stare insieme, di mantenere in piedi la farsa di essere i suoi genitori. Quasi si dispiaceva per loro: la messinscena non doveva essere stata facile.

Andò a vivere con la mamma. Non se ne discusse. All’inizio stettero con i nonni, ma l’estate successiva avevano un casa per loro. Non era bella come la vecchia, e per Laurie trasferirsi significò cambiare scuola. Vedeva il padre una volta a settimana, e i loro incontri erano rigidi e imbarazzati. Una volta lui puzzava di alcool e quasi non le parlò. Un’altra corse via dalla stanza e lo sentì piangere in bagno. Sembrava più sconosciuto del solito, e pareva avere abbandonato qualsiasi tentativo di convincerla. Dopo l’undicesima o dodicesima visita, Laurie disse alla madre che non voleva più vederlo, e lei non ebbe nulla da obiettare.

Quell’anno arrivarono ancora biglietti di auguri per il compleanno e per Natale. Contenevano messaggi impersonali. Li avrebbe potuti scrivere chiunque. Laurie dava per scontato che fosse la scrittura di suo padre, ma non poteva dirlo con certezza.

Quantomeno la vita a casa era più semplice. Andavano d’accordo: di rado sua madre alzava la voce con lei. Ma a scuola Laurie era distratta. Su tutti i libri di esercizi scarabocchiava labirinti che si univano, si sovrapponevano e non avevano fine.

Gli altri bambini pensavano fosse strana, e anche lei lo pensava di loro. Erano finti e non lo sapevano. Credevano davvero che il mondo dentro il dedalo fosse vero.

Quando arrivò all’adolescenza, Laurie non parlava più tanto spesso del labirinto. Poco alla volta riuscì a convincersi che non importava, o quantomeno che il danno ormai era fatto. E  se anche il mondo fosse stato in qualche modo sbagliato? Se era davvero un inganno, era perfetto in ogni suo dettaglio.

Pur sapendo ciò, pur comprendendo che la sua esistenza era un’illusione, non fu mai in grado di connettersi del tutto. Che senso aveva, se una svolta o un passo attraverso la soglia sbagliata potevano riportarla di nuovo nella vecchia realtà? Che scopo aveva preoccuparsi delle persone, quando erano soltanto membri del popolo del dedalo? Mano a mano sua madre diventava più irriconoscibile e lontana, così Laurie trovava più difficile fingere di volerle bene. Quando si risposò, Laurie si rese conto che la transizione era completa. Fra loro non c’era più nulla.

Laurie conobbe James all’università. Non era particolarmente bello, né era qualsiasi altra cosa, ma la faceva ridere e non la trattava come se fosse strana. Con lui si trovava a suo agio, dopo avere abbandonato molto tempo prima la speranza di sentirsi a proprio agio con qualcuno. Aveva un paio d’anni più di lei e capiva il mondo in un modo che a lei sfuggiva, una praticità intuitiva che la rassicurava. Rese la sua vita più reale.

Forse nessuno dei due credeva che la relazione potesse sopravvivere all’università (specialmente dopo che James si fu laureato ed ebbe iniziato a lavorare), ma lo fece. Laurie non era interessata a trovare qualcun altro, e James per qualche ragione era soddisfatto con lei. Quando si laureò anche Laurie, andarono a vivere insieme in un’altra città, e da allora le probabilità che si lasciassero si fecero meno consistenti. Per Laurie, che evitava le decisioni quando poteva, non esistevano neanche.

Il cambiamento non è una cosa che si fa a comando. Il cambiamento è una svolta errata, un incrocio inaspettato che ti lascia l’illusione della scelta. O lei e James sarebbero rimasti insieme per sempre, o sarebbero andati in pezzi. Finché non la colpiva troppo in profondità, il risultato non era così importante.

Si sposarono quando lei aveva ventitré anni e lui venticinque. Un matrimonio modesto, gran parte degli invitati erano amici e parenti di James. La madre di Laurie venne con il nuovo marito. Non invitò il padre.

Quasi esattamente cinque anni dopo, più o meno quattro anni dopo che era nato Michael, Laurie finalmente fu consapevole di cosa doveva fare.

L’impulso venne dal nulla, e al contempo era irresistibile. Capì subito che non poteva dirlo a James: avrebbe significato portare sia lui che Michael, e la prospettiva la avvicinò al panico. E se si fossero persi come aveva fatto lei? E il peggio era che non ne sarebbe mai stata sicura, ma l’avrebbe sempre sospettato.

L’unica alternativa era mentire. Inventò una storia su un viaggio d’affari, disse che doveva andare a recuperare una collega per qualche motivo. Sapeva che James non ci aveva creduto. Probabilmente pensava che lo tradisse, come Laurie era sempre più convinta stesse facendo lui.

Laurie si convinse che partiva per prendersi una pausa. Gli altri motivi erano sciocchi, solo uno scherzo: andava tutto bene, un paio di giorni lontana da James, persino da Michael, non potevano che farle bene. Prenotò una stanza in una pensione vicina con un ristorante che sembrava di classe. Da quant’è che non riposava, che non riposava davvero, anche solo per una notte?

I suoi buoni propositi svanirono quando arrivò. La pensione era carina, la stanza anche, ma riusciva appena a sforzarsi di guardarle, perché sapeva che il dedalo era vicino. Attese solo il tempo necessario a scaricare il suo piccolo bagaglio, prima di tornare in macchina e guidare fino alla baita.

Non era come la ricordava. Si accorse che la ricordava a malapena. Le sue memorie erano un collage di altri momenti, altri luoghi, vagamente incollati insieme. Il parcheggio era stato spostato, oppure ampliato. In ogni caso, il nastro di asfalto non le era per niente familiare.

Comunque, per testardaggine o forse per paura, Laurie insistette a basarsi sui suoi ricordi frammentati e abbozzati. Ignorò i cartelli, rifiutandosi di prendere un dépliant stampato dall’ufficio informazioni. Si convinse che i passi che compiva per salire la collina accidentata le avrebbero acceso qualche scintilla di memoria.

Il lago era ancora lì. Ma erano cambiati i ponti sul fiume che lo alimentava dal centro e i radi pini intorno, e con loro i sentieri che vagavano al limitare dell’acqua. O così pensava Laurie: in quel momento era disposta ad ammettere che forse era la sua memoria a essere instabile e inaffidabile. Ciononostante, aveva fiducia nel fatto che avrebbe ritrovato la strada per l’ingresso del dedalo. Sarebbe bastato scendere dalla collina verso il parcheggio, lasciare che la sua mente inconscia scivolasse nel passato e prendesse decisioni al posto suo.

Non sapeva cos’avrebbe fatto una volta là. Forse alla fine sarebbe dovuta arrivare al centro, alla casa vuota e dall’odore di umido, per scoprire se i suoi occhi adulti avrebbero visto risposte che si era persa da bambina. Forse avrebbe dovuto percorrere il labirinto al contrario: teoricamente una cosa del genere era possibile. L’idea era eccitante e la terrorizzò. Sarebbe cambiato qualcosa? Avrebbe incontrato la se stessa del passato e i suoi veri genitori, ancora a vagare in questi sentieri infiniti? Si sarebbe ritrovata all’arco di canne, di nuovo bambina, stavolta con il coraggio di voltarsi?

Non l’avrebbe mai saputo. Il dedalo non c’era più. Laurie non riusciva a identificare nessun dettaglio che potesse riconoscere, anche se c’erano pezzi, frammenti sparsi, un albero o una pietra o una sezione di muro che si ergevano vividamente nei suoi ricordi. Dopo un’ora a esplorare non c’erano dubbi: aveva attraversato tutta l’area dove avrebbe dovuto trovarsi, dal lago al confine occidentale della strada di asfalto che circondava la tenuta. Ma il labirinto poteva davvero essere così piccolo? La ragione le diceva che avevano vagato per quei sentieri tortuosi per almeno venti minuti. A Laurie quei minuti erano sembrati ore, epoche, una vita in miniatura.

Una volta esplorato tutto quello che poteva, si sedette su una grezza panca di legno spaccato e si prese la testa fra le mani. Non poteva più negare quel che aveva dedotto dall’inizio: non era il dedalo a essere scomparso, erano le sue volute che avevano consumato tutto il resto. Quello che aveva percorso anni prima non era che un guscio da tempo scartato.

Passò il resto del pomeriggio a vagare per la tenuta, provando a dare un senso a tutto quel che era successo. Ora capiva che era così che funzionava il mondo: prendi una svolta sbagliata e la tua rotta è definitivamente cambiata, a volte irreparabilmente danneggiata. Non c’era più nulla da fare. L’unico problema di Laurie era che aveva imparato la lezione prima degli altri, e se l’era sepolta nel cuore.

Se ne andò prima che calasse la sera, consapevole che la baita avrebbe potuto chiudere per la notte e terrorizzata all’idea di rimanere chiusa lì. Sospettava che ciò che era riuscita in qualche modo a superare durante il giorno sarebbe diventato insostenibile di notte. Qualsiasi fosse la fonte del coraggio che le aveva permesso di affrontare il passato e la sua relazione così contrastante con esso, adesso era esaurita. Pensò di tornare a casa, ma la prospettiva di guidare per ore nell’oscurità era soltanto di poco più rassicurante che rimanere nella tenuta.

Tornata alla pensione, mangiò un piacevole pasto di cui sentì appena il sapore, bevve più di quanto faceva normalmente, andò subito a letto e solo quando stava per spegnere la luce si accorse delle chiamate perse di James sul cellulare. Si ricordò che gli aveva promesso che l’avrebbe chiamato, che avrebbe dato la buonanotte a Michael. Sarebbe stata la prima volta che non lo faceva, da quando era nato.

Laurie spense il telefono, si girò, e si arrese al sonno.

Si alzò presto, anche se non aveva impostato la sveglia. Si sentiva più lucida, calma. Quando accese il telefono, c’erano altre chiamate perse di James. Laurie fece i bagagli e lasciò la pensione.

Non sapeva come tornare a casa. Invece di chiedere al navigatore, guidò a caso, scegliendo le strade come aveva fatto nel terreno della tenuta, basandosi su frammenti di ricordi, o su intuizioni, o su niente in particolare. Quelle strade erano un nuovo dedalo, un labirinto nel labirinto, e in quel momento la colpì come fossero progettate per confondere e scoraggiare.

Laurie continuò a guidare. Era più facile che pensare. Aveva messo il telefono in modalità silenziosa, ma lo sentì ronzare dal sedile accanto una decina di volte. Ogni vibrazione suonava meno urgente della precedente. Se si fosse fermata e avesse chiamato James, sarebbe dovuta tornare a casa, e non era pronta per questo. La direzione che aveva preso, per quanto irrazionale, le sembrava più semplice e corretta.

Ma non poteva guidare per sempre. Iniziò a spiare nomi familiari tra i luoghi che finora aveva accuratamente ignorato. Un’improvvisa svolta a sinistra la portò in un groviglio di stradine dentro una specie di terreno industriale, e infine si ritrovò in un vicolo cieco senza altra scelta che parcheggiare alla sua destra, davanti a un’ampia ala quadrata di un edificio, due piani di altezza e di triste progettazione anni Settanta.

Laurie sapeva dov’era arrivata, dove l’aveva portata il suo subconscio. Aveva cercato su internet immagini della struttura, quando l’avevano contattata.

Sei mesi prima, suo padre aveva avuto un ictus. L’ospedale privato in cui si trovava aveva contattato Laurie per chiederle se intendeva andarlo a trovare e se voleva avere aggiornamenti sulle sue condizioni. Non aveva risposto alla lettera, né alle lettere e chiamate che seguirono. Sarebbe stato inutile spiegare loro che suo padre era scomparso dalla sua vita anni prima.

Ma ora era lì. Aveva percorso il labirinto rifiutando qualsiasi scelta, lasciandosi trasportare dalle sue volute, e ora era al centro. Era ovvio, e se ne sarebbe dovuta rendere conto: un dedalo era inutile senza un mostro. Capì chi l’aveva perseguitata per così tanto tempo: non la sua presenza, ma la sua crescente assenza, come un riflesso che si ritira nel fondo di uno specchio.

Per quanto il personale fosse sorpreso della sua apparizione improvvisa, non la mandarono via. In effetti l’infermiere che la accompagnò sembrava compiaciuto. «Suo padre non riceve molte visite» disse.

Laurie rispose evasivamente. Non aveva mai voluto venire a trovare il padre, quindi perché altri avrebbero dovuto farlo?

Mentre percorrevano corridoi che differivano solo per il colore (dall’azzurro al giallo al verde salvia), le disse cosa aspettarsi: «Suo padre non ha ancora recuperato la mobilità. Nelle giornate peggiori fatica a parlare. Si prepari a una conversazione difficile».

Laurie annuì. Sarebbe stato inutile spiegare che non si aspettava altro.

Suo padre era seduto sul letto, o meglio, era stato messo così. Aveva il volto cadente e gonfio, giaceva di sbieco ed era molto più vecchio di quanto ricordasse. Si rendeva chiaramente conto della sua presenza. Laurie sentiva che l’aveva riconosciuta. Sapeva che c’erano delle cose da dire in situazioni del genere, banalità che dovevano essere espresse. Quantomeno avrebbe dovuto spiegare a quell’uomo che non aveva visto per anni per quale motivo fosse lì.

Invece Laurie prese la sedia accanto al letto e faticò a trovare le parole che cercava di esprimere. «Cos’è successo quel giorno?» disse. «Quel giorno nel labirinto. È stato l’ultimo viaggio di famiglia, prima che tutto andasse in pezzi. Ti ricordi? Ho bisogno che tu mi dica cos’è successo davvero.»

La bocca del padre si mosse, ma non ne giunse alcun suono. Laurie pensò di aver scorto del dolore, molto al di là di quegli occhi.

«Sei davvero mio padre?» lo sfidò. «O sei qualcos’altro?»

Di nuovo nessuna replica, se non un muto gorgoglio dalla gola, come la risposta che voleva dare si fosse blocca e non riuscisse a liberarla.

«Ti odio» gli disse. «Ti odio, e spero che tu soffra dove sei.» Perché aveva compreso che ora anche il padre era intrappolato, e non poteva trovare una via di uscita.

Lui allungò una mano tremante e il movimento la sorprese. La forza delle dita si esaurì prima che la raggiungesse, caddero sulla coperta. Laurie contemplò la mano del padre come fosse una creatura che si accasciava a morire. Per la prima volta, provò una sensazione diversa dal suo stesso dolore.

«Perché» chiese «le cose devono cambiare?»

Laurie iniziò a piangere. Pianse come una bambina, come la bambina che era stata e che riusciva a malapena a ricordare, che aveva perso e non avrebbe più ritrovato. Pianse per sé, per suo padre, per la loro famiglia, per il fatto che le decisioni non hanno un esito prevedibile. Pianse per il dedalo e per cosa significava viverci dentro, e la consapevolezza che non c’era uscita, per nessuno. Pianse per il sollievo e per la liberazione che le portò quella consapevolezza.

Dopodiché afferrò la mano del padre. Non c’era più rancore in lei, e tutto quello che vedeva nel letto davanti a sé era un vecchio sconosciuto fragile che assomigliava a qualcuno che una volta era stato il centro della sua vita.

Fuori il sole tramontava. La luce ambrata donava uno strano splendore e una dignità persino alle strade, ai prefabbricati, ai prati fioriti troppo ordinari dei parcheggi degli uffici.

Mentre tornava a casa, Laurie si accorse che vedeva tutto in modo diverso. Una gabbia dorata è pur sempre una gabbia, ma questo non intacca la sua bellezza. Il cielo che imbruniva, gli alberi che ondeggiavano, le macchine sull’autostrada, un serpente nero macchiato di rosso brillante: era vero che tutto ciò era il labirinto. Ma era sempre stato così, e lo sarebbe sempre stato. Erano tutti intrappolati, e alla fine ogni conseguenza portava più lontano un centro irraggiungibile. Ma erano intrappolati insieme, tutti esattamente allo stesso modo. Non era sola.

James doveva aver sentito l’auto entrare nel vialetto. La aspettava all’ingresso mentre scendeva. Per lei era difficile separare le emozioni mescolate sul volto di lui, o sapere cosa avrebbe dovuto rispondergli.

«Mi spiace» disse sfiorandolo mentre entrava. Aveva una gran voglia di vedere suo figlio.

Michael era visibilmente grato che fosse successo qualcosa, indipendentemente da cosa. All’inizio era inconsolabile, ma dopo che Laurie lo prese in grembo per qualche minuto e gli giurò che non l’avrebbe mai più abbandonato, iniziò a calmarsi. Poi lei lo portò al piano superiore e lo mise a letto.

Riguardo James, all’inizio rimase arrabbiato, come lei non l’aveva mai visto. Ma Laurie capiva che aveva solo avuto paura. Resistette alla tempesta della sua ira, al desiderio di confrontarsi con lui: sull’infedeltà che lei sospettava, su come il lavoro lo rendesse freddo, distante, distratto. Per quello ci sarebbe stato tempo, e la prospettiva di compiere scelte difficili non la spaventava più come un tempo.

«Mi spiace» disse, e continuò a ripeterlo. Le parole erano facili da pronunciare, perché erano sincere. Ma non importava in quanti modi lui lo chiedesse: Laurie si rifiutava di spiegare dov’era stata.

«Mi ero persa» fu l’unica risposta che riuscì a dargli.

*

David Tallerman è autore del recente thriller The Bad Neighbor, della serie YA fantasy The Black River Chronicles, della trilogia Tales of Easie Damasco e del romanzo breve Patchwerk.

Racconti di David sono apparsi in un’ottantina di riviste, tra cui Clarkesworld, Nightmare, Alfred Hitchcock Mystery Magazine, e Beneath Ceaseless Skies. Alcune delle sue migliori storie dark fantasy e horror sono raccolte nella sua prima raccolta personale, The Sign in the Moonlight and Other Stories.

Lo trovate online su www.davidtallerman.co.

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