IL CONTORNO DELLE COSE

di STEVE RASNIC TEM

traduzione di Stefano Paparozzi

Peter si risveglia nell’oscurità, in un letto vuoto. Ha di nuovo scalciato via le lenzuola ed è disteso nudo a immaginare di essere pronto per un’operazione chirurgica. Sente il bisogno che qualcuno faccia qualcosa per lui, anche se non sa nemmeno cosa. Ma i dottori non arrivano mai neanche nei sogni e nelle fantasie. Una volta risvegliatosi del tutto, si ricorda di essere nel letto di Clarice.

Clarice non c’è, ma è normale che quando lui si sveglia lei sia già andata via, indipendentemente dall’orario. Ogni sera lei si avventura negli oceani di spazzatura e ruderi che circondano i vecchi magazzini e rimane fuori per ore, a volte la notte intera: alla fine riporta vecchi pneumatici, elettrodomestici inutilizzabili, ombrelli rotti, i vestiti strappati di uno sconosciuto, frammenti indefinibili di metallo fuso, qualsiasi cosa potrebbe interessarle per un motivo qualunque. A volte porta qualcosa per lui: una vecchia lama di coltello, un frammento contorto di un rottame, i resti di un incidente. Ovviamente gli oggetti non sono davvero per lui. Glieli porta perché lui li guardi e riferisca cosa ci vede: l’usura e la corruzione lungo i bordi, il sangue nascosto e i microscopici frammenti di carne, le prove occultate del decadimento della realtà che i suoi occhi umani vedono anche se non dovrebbero. Perché è questa la sua abilità, il suo privilegio segreto che tutto è tranne un privilegio. Ed è l’unica ragione – non si fa illusioni – per cui interessa a Clarice: il suo occhio per la degenerazione.

Eppure lei l’ha scelto. Dopo anni di vita solitaria, qualcuno l’ha scelto. E, così facendo, gli ha permesso di provare ciò che immagina debbano provare le altre persone.

«Lei ti sta usando, lo sai? È quel tipo… Ti usa e poi ti getta via. Non so per cosa… Non sei poi così bello. Non riesco a fissarti negli occhi per più di cinque secondi. Sembrano due nidi di vespe dentro a delle buste di plastica. Te lo dico sinceramente».

Questo era Billy, che scavava fra i cumuli di rifiuti qualche strada più in là, alla fine della Main. Billy dispensava consigli a chiunque e su qualsiasi argomento. Peter non aveva consigli per nessuno e ascoltava solo, anche se queste non erano novità. Se c’è di mezzo Clarice, non si fa neanche sfiorare dalle illusioni. Non gli interessa più. «E come lo sai, Billy?».

«Esperienza, esperienza. Magari sarai intelligente e più maturo – quanti anni hai ora? Cinquanta? – ma dell’amore non sai nulla, Peter».

Era vero, ma a Peter non piaceva comunque sentirlo. Non che volesse veder sparire Billy. Prima di Clarice, Billy era più o meno l’unica persona che gli parlasse tutti i giorni.

Sono mesi che Billy se n’è andato. Pare che nessuno sappia cosa gli è successo. Non è così insolito, in quest’epoca di spostamenti: a volte in pochi giorni spariscono interi quartieri. Anche le persone. Muoiono, o si trasferiscono, o qualche altra cosa che Peter non comprende. E allora Peter deve provare a dimenticare l’ennesima cosa che non fa più parte di questo mondo.

Alla fine Peter si riaddormenta pensando a Billy e a tutti gli altri che una volta conosceva e ora non più. Sogna nuvole che ribollono nere in cielo, e la terra che si agita rumorosamente sotto di loro.

Ore dopo, si sveglia di nuovo fra la luce che penetra dai vetri crepati del magazzino sopra il letto. È diventata la parte migliore della giornata di Peter: svegliarsi nella stanza di Clarice con il sole che in modi inattesi ne colpisce frammenti e pezzi, facendo brillare persino quelli meno promettenti.

Da un angolo delle finestre, vede lo scheletro di barre e cavi imbruniti e attorcigliati dal fuoco. Per molto tempo non è riuscito a capire cosa fosse, e alla fine l’ha identificato come l’antenna TV installata sul tetto dell’edificio bruciato a fianco. Non vede la televisione da moltissimo tempo e non ha idea se ci siano ancora trasmissioni. In alcune parti della città ci sono ancora scariche casuali di corrente Era nel negozio di Abby quando le luci hanno baluginato per qualche minuto prima di spegnersi di nuovo: come un trucchetto di magia, un’illusione da poco, la cosa più crudele che avesse visto da mesi.

Mentre esce, cerca di toccare ogni oggetto nella stanza di Clarice. Non sa mai se riuscirà a tornare o meno, oppure se Clarice scomparirà prima del suo ritorno, quindi prova a costruirsi nella memoria una copia della stanza da poter visitare quando vuole. Sa che è rischioso toccare: lei è molto precisa quando mette a posto le cose. Gli oggetti sono sistemati come fossero in un museo, in modo che niente nasconda ciò che c’è dietro. Vetro, metallo, plastica, legno. Pomello, quadrante, armatura, custodia. Tanti stili diversi di viti, chiodi, borchie, puntine, dal disegno tanto ornamentale quanto funzionale. Peter non ha idea di che significato possano avere, o se un significato deve esserci. Ma Clarice li colleziona per un motivo, anche se lui dubita che saprà mai quale.

Fuori dalla stanza, le pareti del magazzino sono decorate dai danni dell’acqua, dei depositi di ruggine e dall’onnipresente oscuro liquido di decomposizione che sgorga dagli elementi strutturali sottostanti. La camera da letto era un ufficio d’angolo al secondo piano. Il resto del piano è aperto, anche se ora è occupato dal museo di spazzatura raccolto da Clarice. Alcuni oggetti sembrano troppo grossi per poter essere trasportati da due persone. Alcuni sembrano troppo grossi per sei. In un angolo giacciono i resti selezionati di un grande autocarro. La sua carcassa metallica è troppo grande per il montacarichi. Peter si è inventato varie storie per spiegarne la presenza, ma non è in grado di decidersi su quale lo soddisfi.

In un altro angolo è poggiata la trave di un ponte. Vicino al centro della stanza ci sono i gusci schiacciati di vecchie pompe di benzina, la sezione di coda di un aereo, una scala antincendio staccata (e contorta), un camino di ferro battuto in pezzi, un agglomerato di semafori, un letto bruciato, cataste amalgamate di computer, TV e altri elettrodomestici.

Ombre diagonali si inseguono attraverso gli interni. Peter è tentato di immaginarsele come ombre di ali d’angelo, ma sa che non è così. Fuori dalle alte finestre il mondo si è distrutto in frammenti affilati.

«Guarda qua. Dimmi». Si ricorda di com’era Clarice quel giorno, così alta e snella da non avere un profilo: non riusciva neanche a vederla, avvolta nel grigio com’era, tra i monconi del letto bruciato. L’aveva scoperto proprio quella mattina nella strada fuori dal magazzino. Lui era alla ricerca di cibo fra i detriti, una cosa che faceva ogni giorno per ore, ma mai così vicino ai vecchi capannoni. Tutti i disperati che conosceva dicevano che erano pericolosi, ma nessuno voleva dirgli perché.

Ma negli ultimi tempi i ritrovamenti erano pietosi, e patire davvero la fame iniziava a sembrargli una possibilità reale. Se non avesse messo presto le mani presto su del cibo o su qualcosa che avrebbe potuto barattare per del cibo, probabilmente sarebbe morto di fame. Quindi doveva assumersi qualche rischio. Inoltre, c’è sempre la possibilità che un disperato menta per proteggere qualcuno, o per il proprio tornaconto. La verità era che è sempre stato difficile vivere, anche prima che saltasse tutto in aria. Specialmente se non ti piaceva guardare la gente e vedere cos’aveva negli occhi. All’epoca bisognava parlare alle persone dall’altra parte delle scrivanie, e quelli potevano darti un letto, una doccia o un po’ di cibo, oppure potevano negartelo e farti fare i salti mortali. E tutto ciò per un riparo temporaneo, perché niente veniva mai aggiustato davvero, non per quanto Peter aveva potuto vedere. Ora le scrivanie erano saltate in aria con tutto il resto. Se non altro, non c’era nessuno che facesse promesse che non poteva mantenere.

«Dai, toccalo. Lo so che lo vuoi». È così che gliel’ha detto, come se sapesse tutto. Come fosse qualcosa di sessuale. Ovviamente Peter sapeva che lei non capiva tutto, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di lui per vedere.

Quel giorno gli era apparsa dal nulla mentre cercava tra i rifiuti. Non sapeva da quanto tempo lei era lì. Poteva esserci da ore, o essere appena caduta dal cielo. In ogni caso, lui non aveva sentito né visto nulla prima di notare il suo luccichio. Così alta, perfetta, brillante. E lui era troppo timido per guardarla, oppure non voleva, terrorizzato da cosa avrebbe potuto vedere.

Lei gli aveva chiesto di salire di sopra, dicendo che aveva qualcosa per lui. Peter non voleva, ma l’aveva fatto comunque, perché glielo aveva chiesto lei. Gli aveva detto che in lui c’era qualcosa di diverso. Di certo si riferiva agli occhi, anche se non l’ha mai detto esplicitamente.

«Lascia che ti metta questa in mano. Dimmi cosa vedi».

Lui si era fatto timido e aveva abbassato la testa. Ma in qualche modo lei gliel’aveva messa fra le mani: la vecchia molla di un letto, bruciata e corrosa. Al tatto era ruvida e rivoltante, per via dei frammenti che volavano via e gli macchiavano le dita di un marrone scuro vivace, come di fango o sterco. In circostanze normali, con chiunque non fosse Clarice, avrebbe dato una risposta ovvia, come “È la vecchia molla di un letto”.

Ma perfino quella prima volta sapeva che non era ciò che Clarice gli stava chiedendo. E che con lei non doveva fare casini. Era seria da morire e non avrebbe accettato una battuta, buona o cattiva che fosse. Così, quel giorno aveva fatto quello che fa tutti i giorni: concentrarsi e – se le condizioni sono buone e c’è abbastanza luce – vedere il contorno delle cose, o meglio il modo in cui col tempo moltissime cose perdono il contorno.

Nella molla c’era del fumo, del fuoco, e quella pioggia diafana della distruzione che ha addosso ogni cosa mentre il mondo e tutto ciò che contiene si dissolvono. E c’era della carne, o lo spirito della carne, e c’era qualcosa della vita di una donna, e la sua morte, ed era così che lui sapeva che una donna era morta nel letto di cui quella molla un tempo era parte. E non era stato un incidente. Niente in questa molla era accidentale.

Lo dice a Clarice nel suo modo incespicante. Le parole cadono, rotolano, fluiscono dalla sua bocca. E Clarice si scalda, e lui adora quando Clarice si scalda. Ed è allora che lei l’ha portato con sé.

Prende le scale per il piano inferiore del magazzino, che è impenetrabile: c’è troppa roba vecchia, troppa distruzione ammassata. C’è un solo sentiero ripulito verso la porta centrale, sentiero che prende per irrompere nel giorno troppo brillante.

«Lei è di sopra?».

La voce è asciutta e a pezzi. Peter si guarda intorno in cerca di Diaz, scoprendolo accovacciato dietro un bidone di scarti industriali qualche decina di metri più in là. Non c’è più un’azienda che li svuoti, ma il loro contenuto viene riciclato comunque. Di tanto in tanto Clarice vi aggiunge qualcosa che è stanca di osservare. Peter si chiede se potrebbe stancarsi di guardare anche lui.

«No. Se n’è andata».

Diaz sguscia fuori da dietro il bidone sulla sua lettiga malmessa. Ce l’ha, una sedia a rotelle. Peter ce l’ha visto sopra un paio di volte. Ma Diaz sembra preferire questa cosa simile a quella che i meccanici usano per scivolare sotto le auto. O usavano. Forse da qualche parte ci sono ancora dei meccanici al lavoro su qualche automobile, però è da molto che Peter non ne vede uno. Ma Diaz è bravo con la lettiga: si muove rapido come un ratto sul pavimento rotto. «Ottimo, allora possiamo parlare» dice a Peter mentre gli striscia davanti.

Il corpo di Diaz è pieno di angoli, come qualcosa che si sia rotto cadendo dal cielo. Peter è stupito dal fatto che quest’angelo caduto sia in grado di muoversi così bene. Ma gli basta uno sguardo rapido per sapere che Diaz non rimarrà al mondo ancora a lungo: agli occhi di Peter, i tumori che gli decorano le interiora sembrano brillare come una costellazione.

Diaz non ha aggiunto altro, e ora rimane lì a guardare con pazienza Peter, come aspettandosi una risposta a qualche domanda. «Di che vuoi parlare?» chiede Peter.

«Alcuni di noi volevano sapere cosa fa con te lassù tutte le sere, se ti tiene sotto… come si dice…  costrizione».

«“Alcuni di noi”? Chi altro c’è ancora in giro? Sono settimane, che non vedo nessuno».

«Qualcuno di noi resiste ancora. Scusami, ma non credo che dovrei dirti chi. Ti tratta bene? Sembri grasso».

Peter si pizzica il fianco a disagio, trovandoci qualche rotolino. Clarice lo nutre bene, lei ha sempre del cibo. «Condivide,» gli dice. «È una persona generosa».

«Generosa o pericolosa?».

«Non mi sento affatto in pericolo. La gente ha paura di quello che non conosce. È sempre stato così. Forse adesso di più, ora che tante cose ci sono state tolte».

«Le cose ce le tolgono ancora adesso. La gente continua a sparire. Ne sai niente?».

«È innocua. Con me è buona. E non ricordo l’ultima volta che qualcuno è stato buono con me. La mia gente non era buona con me. Lei mi ha scelto, te ne rendi conto? Nessuno mi aveva mai scelto prima. Ora sto ingrassando e gli altri sono gelosi di non essere stati scelti, tutto qui. È la solita storia».

Diaz sputa fra le macerie e inizia a scivolare via. «Non te ne rendi conto. Ha già scelto delle persone. So che ce ne sono stati almeno tre o quattro. Li vedi da qualche parte? Perché io di certo non li vedo».

Diaz si dà una spinta e si affretta rapidamente finché non volta l’angolo del bidone. Come un granchio o una specie di insetto. Diaz sembra chiaramente impaurito da Peter, ma lui non capisce: non ha mai fatto del male a qualcuno, non ha mai fatto niente.

A quanto ne sa, neanche Clarice. Non sa perché la gente dica quelle cose, al di là della paura e del sospetto. Ma non dovrebbero inventarsi storie, è questo che è pericoloso. Peter ha osservato Clarice centinaia di volte e non ha mai visto niente, e lui non vede tutto?

Cosa fa con lui ogni notte? Non glielo direbbe mai. La maggior parte delle notti lo nutre e poi gli chiede di guardare qualcosa e dirle cosa ci vede. A volte non vede niente. A volte sembra che riesca a vedere cose per le quali non ha parole. Lei gli proietta luci negli occhi e ci fa altre cose che lui non capisce. A volte gli chiede di guardarla e dire cosa vede. Pensa che questa richiesta sia una specie di prova, perché sembra che non riesca a vedere niente. Non riesce proprio a vederla. Non riesce a descriverla perché non l’ha mai vista davvero. Quindi le fa un complimento. Le dice che il cibo che gli ha portato era molto buono. O le dice che lo fa sentire al sicuro, o che lo fa sentire utile. E questa sembra essere la cosa giusta da fare, perché non lo punisce mai. Lei lo punisce per altre cose, ma non per questo.

Certe notti gli recita delle poesie, le declama come se le sapesse a memoria. Goethe e Emily Dickinson, e altri nomi che a lui arrivano dall’oscurità.

Lei morì – è così che lei morì;

E quando si esaurì il suo respiro,

Raccolse le sue semplici vesti

E partì alla volta del sole.

E:

…e infine, folle di luce,

tu sei farfalla e sei andata via.

E:

…morire e quindi crescere,

non sei altro che un ospite inquieto

sulla terra oscura.

Lui non ricordava chi avesse scritto cosa, non era mai stato così colto. Ma si ricorda quei versi: lei glieli ripete in continuazione finché non diventano parte della trama stessa dei suoi pensieri. Gli dice che lo sta preparando, ma non gli dice mai per cosa. Gli dice che la vita non sarà sempre così, ma non gli dice mai perché.

Rimane fuori tutto il giorno a vagare per gli oceani di rifiuti, per le foreste di automobili, gli edifici svuotati, a vagare ancora e ancora ogni ora. Gli dice che adesso il suo lavoro è questo. Gli dice che è quello che vuole che lui faccia. Deve vedere tutto quello che i suoi occhi riescono a vedere. Deve allenarli, gli dice, ma per cosa non lo spiega.

Al termine della giornata si ritrova spesso con gli occhi secchi e irritati. A volte vede degli aloni, delle ombre, e degli oggetti fluttuanti che sono un po’ entrambe le cose. A volte si sente la superficie degli occhi come una stratificazione di trasparenze, come se potessero creparsi e dissolversi, cadendogli in foglie lucenti sul volto e sulla maglia.

E malgrado tutto quello che i suoi occhi sanno vedere, si chiede se a volte non si stia perdendo qualcosa. A volte si muovono ombre che non dovrebbero muoversi. A volte tutto scorre e basta, e non saprebbe dire se si sta disintegrando, trasformando o entrambe le cose. Frammenti di mondo vengono portati via e non li vedrà mai più.

Dopo ore a vagare attraverso uno sterminato campo di immondizia, scopre un cunicolo fra gli strati di stracci, carta, cartone e metallo torturato. Sembra un nido di vespe, pensa, mentre scruta giù nell’oscuro buco ovale che ne suppone sia l’entrata. Intorno all’ingresso ci sono mobili collassati e coperti da lenzuoli e tovaglie multicolori. Sa bene che non dovrebbe guardarci sotto. È improbabile che chiunque viva qui gradisca dei visitatori, e oggi non ha alcuna voglia di vedere qualcuno morto. In fondo alle rovine c’è dell’attività, ma non entrerà in quel buco, neanche per lei.

Esplora un poco oltre, in una zona dove ci sono strade riconoscibili e qualche edificio ancora in piedi, così che ci sia ancora la scheletrica impressione di un quartiere. Cerca delle persone, ma non trova nessuno nonostante con la coda dell’occhio colga degli sporadici movimenti in lontananza. Si guarda intorno, nell’abbandono variegato sotto al sole pomeridiano, la patina unta di un mondo consumato ed esaurito.

Per qualche tempo ha avuto il sospetto di non essere in piena forma. Ha sviluppato una specie di irritazione che in certe zone delle braccia gli ha lasciato la carne simile a un caos sbriciolato di vecchia carta da parati, con la pelle alzata in vari punti, tessere di un puzzle che nevicano in fiocchi e si innalzano nell’aria macchiata di cenere. Le linee oscure fra i pezzi si allargano, come la sua disperazione. Si chiede distrattamente se rimarrebbe umano, se perdesse tutta la pelle.

Il mondo sfarfalla ai bordi. Qualcosa lo colpisce all’occhio sinistro. Potrebbe essere la sua palpebra che si ribella a forza di spasmi, o la sua retina sovrautilizzata che inizia a distaccarsi. All’improvviso la cecità sembra una possibilità reale, e si domanda se Clarice non saprà più cosa farsene di lui, se non riuscirà più a vedere.

In lontananza riesce a vedere pezzi di nuvole che si separano e nuotano, con i ventri argentei che brillano al sole mentre le loro parti più scure si divaricano in ampie ali. Cadono rapidamente nel suolo sottostante, a volte rialzandosi di nuovo in figure che si sforzano di aggrapparsi a qualcosa. Cerca di seguirne le rotte, ma c’è troppo con cui distrarsi. Qua e là le nuvole si aprono e piovono coltri di fuoco, ma lui si è quasi convinto che sia un effetto che viene dai suoi occhi che all’improvviso vedono oltre le nubi e sono testimoni della follia che avviene dietro. Un’esplosione irrompe improvvisa nella sua visione, dissolvendo le nuvole e aprendole verso uno sfondo di spazio scuro che brilla di movimenti di luminescenza viola.

Cala la testa per non vedere oltre, ed ecco di nuovo i familiari involucri di edifici, le vaghe linee delle strade, le materie masticate e non più necessarie del mondo fatto dagli umani.

Un uccello nero alto circa tre metri sta spingendo un carrello del supermercato attraverso l’incerto passaggio fra due palazzi di fronte a lui. Per qualche motivo, decide che l’uccello è femmina, anche se non sa che specie sia, forse un corvo. Le ruote del carrello oscillano e stridono, e quella loro attività irrequieta sembra contagiosa, perché lei continua a oscillare la testa da una parte all’altra, quasi guardando verso di lui, anche se non è proprio così. E lo fa sebbene abbia gli occhi enormi, come globi di inchiostro, e incastonati in quel modo ai lati opposti della testa non avrebbe bisogno di girare così tanto il capo per vederlo. Ha una lunga coda rigida che rimbalza quando cammina, con il bordo che scalcia i rottami sparsi e li scaglia verso di lui.

Dalle sue penne continuano a cadere creature che sgattaiolano via, nascondendosi sotto automobili incidentate e frammenti di mura cadute. Dopo un rapido esame, decide che sono pulci giganti.

In pochi minuti di tensione, lei accelera e prende il volo lasciandosi pendere sotto il carrello. Alcuni dei prodotti che ha rovistato cadono al suolo, ma non sembra notarlo o preoccuparsene.

All’improvviso, una donna umana corre verso di lui, agitando le mani e urlando per attirare la sua attenzione. La sua testa si dimena, e quando si gira lui riesce a vedere le piccole ali nere che le fremono fra i capelli e le affondano dietro la nuca e se ne nutrono. Tra le loro ali e sotto le loro zampe, lui vede il sangue e lo scintillante teschio bianco di lei. Lei prova ad afferrargli il braccio ma non c’è niente che lui possa fare per lei, niente che possa fare. Può soltanto stare a guardare.

Per sua fortuna, cade un frammento di cielo e lo porta via.

*

«Ninna nanna, ninna oh, questo Peter a chi lo do…» La voce di Clarice fluttua alta su di lui. La cerca, e vede che è tornato nella sua camera, con qualcosa che gli vola sopra, anche se non riesce proprio a vedere cosa sia. Riesce soltanto a sentirne la presenza.

Gira intorno la testa. Vede soltanto i rimasugli scheletrici delle cose, o piuttosto i loro polverosi contorni nell’aria. La trasparenza diffusa lo assale.

«Temo che i tuoi occhi non funzionino più come di consueto. Hanno raggiunto il loro potenziale, tesoro, come era previsto che accadesse».

Cerca di voltarsi, ma lei in qualche modo l’ha legato al letto. Con la coda dell’occhio riesce a scorgere i fori, ma non si può dire che ci sia della carne, o almeno lui non la vede. C’è solo il dolore.

«Starai bene, se lo vorrai. Se lo vorrai, starai benissimo. Abbiamo soltanto bisogno di quel che i tuoi occhi riescono a vedere. È soltanto uno degli ultimi passi. Tutto ciò che ognuno di voi è stato, adesso è registrato a dovere. Ma puoi sopravvivere… È solo che sembrerà molto diverso, temo».

Gli si avvicina, e per la prima volta lui riesce a farsene un’idea. Una forma la cui forma è stata strappata via. Un respiro vuoto. Una cornice invisibile su cui si posa la polvere. E due occhi incredibilmente, mostruosamente voraci.

«Certo, avendoli addestrati io, loro… loro sono miei».

Li estrae quasi nello stesso istante, e incredibilmente provocando pochissimo dolore. Lui prova a liberarsi della distorsione sbattendo le ciglia, ma poi si accorge che gli ha tolto anche le palpebre.

Eppure come fa a saperlo? Il suo corpo inizia a rivoltarsi, agitandosi come per liberarsi di ciò che vi sta entrando dalle orbite vuote: le visioni, i panorami, i terribili oltre. Perché i suoi occhi non erano degli strumenti: erano i filtri che non avrebbero dovuto far entrare nulla.

*

Il romanzo di Steve Rasnic Tem “Blood Kin” (Solaris, 2014) ha vinto il Bram Stoker Award. Il romanzo successivo, “UBO” (Solaris, 2017), è una storia di fantascienza dark sulla violenza e le sue origini, dal punto di vista di personaggi storici come Jack lo Squartatore, Stalin e Heinrich Himmler. Ha vinto anche il World Fantasy Award e il British Fantasy Award. Il manuale di scrittura “Yours to tell: Dialogues on the Art & Practice of Writing”, scritto con la defunta moglie Melanie, è stato pubblicato nel 2017 da Apex Books. Nell’autunno del 2018 è uscito con HEX Publications il romanzo young adult “The Mask Shop of Doctor Blaack”.

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