DAMMI IN PASTO AL MARE

di ANDREA CASSINI

«Lasciamo morire il fuoco» disse Fa’tu. «Sta per cominciare».

Stavano seduti sulla spiaggia, le gambe incrociate, gli occhi persi verso l’orizzonte marino. Sulla superficie dell’acqua, notò Ashe, la luce delle stelle si rifrangeva come su uno specchio; tirando un filo intorno a ogni punto si sarebbero potute disegnare le costellazioni e i sentieri celesti.

Anche quella striscia di sabbia era un brulicare di luci. Centinaia di piccoli fuochi come il loro, racchiusi in cerchi di rocce; le fiamme languivano soffocate dalle braci e i volti degli uomini si nascondevano nell’ombra. Il rumore delle chiacchiere similmente scemava, seguiva il fluire delle onde. Si attendeva e si pregava in silenzio, qualcuno intrecciava le dita o sacrificava una ghirlanda di conchiglie tra gli ultimi guizzi del fuoco. La bassa marea aveva snudato la spiaggia e le tartarughe guadagnavano la costa, annaspando tra le secche. Il serpente stava per arrivare. Il mostro che avrebbe mangiato le lune.

«I nostri mondi sono diversi» disse Ashe. «Eppure il cielo sotto cui viviamo dovrebbe essere lo stesso. Questo serpente, io, non l’ho mai visto». Lui era uno straniero, un figlio del continente esiliato nella più piccola delle Diecimila Isole. Le lune non erano diverse da quelle che gli stavano sopra la testa da bambino, quando si affacciava alle finestre del castello – prima che l’Impero lo desse alle fiamme. Occhieggiavano sopra l’oceano, tutte e cinque.

«Baku è il nome del serpente» fece Fa’tu. «E sono i nostri dei a essere diversi, non i nostri cieli. Tu pensi che abitino lassù. Che le stelle raccontino il tuo destino. Vedrai come se le mangerà Baku, le tue preziose lune. Affidati alla grande bocca del Dio, che è il mare. Quello, nessun mostro ce lo porterà mai via».

Ashe sbuffò e si alzò in piedi. Poi si tolse la spada dalla cintura e la conficcò nella sabbia. Gli sarebbe piaciuto possedere una fede solida come quella di Fa’tu, ma è difficile affezionarsi agli dei, anche a quelli della propria terra, quando la tua intera famiglia finisce arrostita sotto i tuoi occhi. Un mormorio si diffuse per la spiagga e lo distolse dai suoi pensieri.

«Guarda» lo chiamò Fa’tu. «Le tartarughe». Avevano raggiunto la linea della costa e adesso arrancavano sulla sabbia. Come costrette in un imbuto, si stringevano e avanzavano verso un solo punto. Gli uomini l’avevano lasciato sgombro dai loro fuochi, nessuno si era accampato lì intorno. Un recinto di pietre delimitava una voragine scavata tra le dune. Le tartarughe si accalcavano pur di raggiungerla per prime, si scavalcavano, si mordicchiavano con le bocche rugose. Ad Ashe sembravano le pecore che pascolavano nelle sue terre, pronte a gettarsi in un burrone se solo qualcuno ce le avesse condotte. Quei colpi sordi, alle sue orecchie, erano un suono crudele. I gusci bianchi si ammonticchiavano nella fossa uno dopo l’altro.

«Perché fanno così?» chiese. «Perché sono così stupide?» Ne seguì una con lo sguardo. La vide brancolare con le zampe nel vuoto, incastrata tra decine di sue simili. Poi soffocò schiacciata dal peso delle altre, morendo in una inconsueta quiete.

«Vanno a morire sulla tomba della loro madre» rispose Fa’tu. «La tartaruga di marmo. Era grande quanto dieci di loro messe insieme. I primi coloni navigarono fino alle Diecimila Isole sul suo dorso».

Un animale leggendario, come quelli che andavano estinguendosi sul continente, pensò Ashe. Nelle sue terre del nord vivevano orsi giganteschi; nelle storie, gli antenati li addestravano alla guerra, ma lui non ne aveva mai visto uno.

«Ed è morta proprio qui?» chiese.

Fa’tu chinò il capo. Con un dito disegnava cerchi sulla sabbia. «L’abbiamo uccisa noi. Generazioni e generazioni fa. Da allora, Baku ha cominciato a mangiare gli uomini».

Uno stridio squarciò il cielo notturno, da est a ovest. Ashe afferrò la spada con entrambe le mani ma Fa’tu lo trattenne per un polso. Anche lui era scattato in piedi. «Guarda» gli disse.

Il serpente strisciava sopra l’oceano sbattendo le ali. La pelle era una corazza squamosa che pareva brillare di luce propria; quella delle stelle, la oscurava con le sue spire. Baku sbandierò la coda e si lanciò in picchiata. Le punte dei suoi barbigli d’argento, arricciate, incresparono la superficie del mare e i cavalloni s’infransero sulla costa. Quando spalancò la bocca, ruggì. Sguainò un paio di zanne affilate. Divorò per prima la luna rossa. Quella dei guerrieri, quella sotto il cui segno Ashe era nato; quella che governava il suo destino. Un solo boccone ed era scomparsa dal cielo, insieme all’alone sanguigno che l’accompagnava. Poi inghiottì la luna verde. La più grande, la luna sognante, quella che invitava alla partenza i viaggiatori. Dovette divaricare le fauci per spingerla in fondo allo stomaco e a qualcuno, tra la folla, scappò un grido. La sagoma bistonda della luna incurvava il ventre della bestia.

Le altre, al confronto, erano sassi opachi. Briciole, al cospetto dell’appetito di Baku. Con un morso addentò la luna bianca, la luna dei santi, poi buttò giù la gialla e la blu; la luna degli eroi e la luna dei poveri. Nel cielo buio adesso brillavano soltanto gli occhi di Baku, simili a tizzoni ardenti. Si teneva a galla a mezz’aria, in equilibrio sulle ali; pareva di udirlo masticare.

Ashe si concesse un respiro, il primo dall’inizio della scena. Aveva estratto la spada dalla sabbia ma non osava sollevarla sopra la spalla. La lasciò cadere, scosso da un brivido. Quando, in rare notti, l’oscurità inghiottiva il cielo, sul continente davano la colpa alla sesta luna: la luna nera sotto il cui segno nascevano criminali e assassini, la luna fantasma che rubava la luce alle sorelle. No, il suo cielo non era lo stesso delle Diecimila Isole. Nel cielo del continente, non cavalcava Baku.

Poi il soffio guerresco di un corno. Era il momento. Ashe si fece da parte mentre Fa’tu imbracciava l’arco. Gli uomini scoccarono una raggiera di frecce verso l’alto. Avevano intinto le punte nel fuoco e tracciavano archi fiammeggianti sullo sfondo della notte. Ashe le osservava ammirato mentre volavano leggere, galleggiando tra le anse del vento. Fa’tu ne scagliò tre, una dietro l’altra, poi raccolse un sasso e lanciò in aria anche quello. «Non ci porterai via il mare!» gridava. «Mangiati pure le lune, mangiati pure tutte le stelle, ma non ci porterai mai via il mare».

Gridò fino a che la voce gli divenne roca. Baku, appollaiato nel cielo, sbatteva le ali e si scrollava di dosso le frecce, ma non osò avanzare. Fece schioccare la coda e si ritirò dietro l’orizzonte marino. Poco più in là, albeggiava. Ashe tirò un sospiro ma la mandibola non voleva saperne di allentare la presa. Si chiese se avesse mai provato una paura così antica.

*

«Tornerà domani notte, non è così?» chiese Ashe.

«Sì. Per mangiare gli uomini».

«Tu combatterai?»

Fa’tu strabuzzò gli occhi e gli assestò uno spintone sul petto. «Guardati intorno» fece. «Poi guarda me. E chiediti se ho davvero una scelta».

Le prime luci dell’alba tingevano d’arancio il mare tranquillo, e sulla spiaggia si allungava un chiarore rosato. Corpi e volti degli arcieri emergevano infine dalla notte e Ashe saltava con lo sguardo dall’uno all’altro. Corpulenti, le teste rasate, solo un paio di pantaloni in tela leggera a coprirli, perché col caldo delle Diecimila Isole non serviva altro. Erano tutti maschi.

Le donne stavano chiuse altrove, a sfornare nuove braccia per il regno. Madri da monta, così chiamavano quelle abili allo scopo. Sua sorella Stoya era costretta a vivere tra loro. Era tutto ciò che restava della sua famiglia. L’avrebbe tirata fuori da lì prima che fosse troppo tardi, l’aveva promesso.

Ognuno di quegli uomini sfoggiava tatuaggi neri sulla pelle scura, figure intrecciate che si stendevano dai polpacci fino ai lati del cranio. Fa’tu, al contrario, non portava alcun marchio; la sua pelle era intonsa.

«Sono un uomo nudo» disse Fa’tu. «Un guerriero, ma non sbaglieresti a chiamarmi schiavo. Se voglio guadagnarmi i miei colori, l’unica strada è combattere. Morirò, se sarà necessario. Basta che mi strappiate dalla bocca di Baku. Datemi in pasto al mare. Tornerò nella pancia del nostro Dio».

Ashe sfoderò un sogghigno e si mise in ginocchio. Con le dita prese a scavare tra i rimasugli del fuoco, sotto le braci ormai fredde.

«Sono l’ultimo di sette fratelli» disse. «Tutti ridotti in cenere, proprio come questa legna, a parte Stoya. Tutto perché l’imperatore un giorno decise che mio padre era un ribelle e andava punito come monito per gli altri nobili del nord. Mio padre aveva avuto dei piani per noi. Il primogenito sarebbe divenuto capofamiglia, marito di qualche principessa. Il secondo studiava ogni giorno le arti della guerra, avrebbe comandato eserciti. Il terzo imparava a leggere i sentieri celesti nelle torri degli astrologi. Sai come passavo le mie giornate? Sai qual era il mio compito?»

Fa’tu ridacchiava, le braccia incrociate sul petto. «Non riesco proprio a immaginarti, amico mio. Nel tuo bel castello, sul tuo bel continente. Sono favole, per me. Che facevi?»

Ashe tornò in piedi. Si passò due dita sugli zigomi, disegnando un’ombra nera sotto gli occhi. Prima a destra, poi a sinistra. «Controllavo che il fuoco non si spegnesse e che il camino fosse freddo, alla sera. Ero il bambino della cenere». Tracciò gli stessi segni sul viso di Fa’tu, poi gli poggiò una mano sulla spalla.

«Non siamo così diversi, uomo nudo. Tu almeno hai la pelle scura, sotto il sole enorme di queste isole diventi di bronzo. Io sono pallido, se non mi riparo sotto qualche palma abbrustolisco».

Fa’tu rideva di nuovo. Anche lui si appoggiò alla spalla dell’amico. «Sei diventato grande e grosso da allora, bambino della cenere» gli disse. «E ti sei portato dietro una bella spada. Sei un forte guerriero».

Ashe annuì. La spada era sdraiata sulla sabbia, doveva l’aveva abbandonata quella notte. La raccolse, passò una mano sulla lama e la ripose alla cintura. «È merito di quest’isola, che mi ha cresciuto. Per questo combatterò anch’io. Ti guarderò coprirti di gloria e guadagnarti i tuoi tatuaggi. Ripagherò il mio debito con tutti voi, riscatterò mia sorella e tornerò sul continente».

S’incamminarono verso il villaggio, lasciandosi il sole alle spalle.

«E cosa farai, una volta tornato a casa?» gli chiese Fa’tu.

«Mi nasconderò, oppure mi vendicherò.» Ashe si grattò il mento. «Non ho ancora deciso».

L’odore del latte di cocco era così dolce da dargli la nausea. Più avanti, oltre quei tendoni dentro cui non osava guardare, era tutto un rumore di bocche. S’immaginò centinaia di donne grasse, imboccate del loro pastone un cucchiaio dietro l’altro. La nota pungente di qualche frutto colorato, la carne di maiale scottata con zucchero e aceto. Ma soprattutto, il latte di cocco. Il bicchiere di Stoya ne era pieno fino all’orlo. Lei buttava giù lunghe sorsate, eppure il liquido non sembrava calare. Ashe la guardava sforzarsi, sotto gli occhi vigili delle sue custodi – ma lui le avrebbe chiamate carceriere.

La sorvegliavano affinché nemmeno una goccia di quel latte finisse sulla sabbia. Sua sorella aveva la pelle bianca come lui, con le guance arrossate dal sole; i suoi stessi capelli biondi, gli stessi occhi chiari. Ora lo puntavano dritto, sbirciando oltre il bordo del bicchiere. Era alta, quasi quanto lui, ma il suo corpo era esile. Quei fianchi stretti non sarebbero mai stati degni di una madre da monta, per quanto provassero a farla ingrassare. I gemiti dei neonati, schierati in plotoni sotto la tenda centrale, si mischiavano a quelli degli accoppiamenti che si consumavano nel terzo tendone. L’avrebbe portata via da lì, prima che qualcuno si approfittasse di lei. Prima che qualcuno la violasse.

Di colpo, Stoya si drizzò in piedi e sbatté il bicchiere sul tavolo. Le ragazze trasalirono mentre gocce di latte schizzavano in ogni direzione.

«Non morire, stanotte» gli disse. I loro occhi avevano lo stesso colore, sì, ma Ashe invidiava la risolutezza nello sguardo di lei. Freddo, senza traccia di paura. Stoya si pulì le labbra col dorso della mano. Erano sottili e bellissime. «Ho di meglio da fare col mio corpo, che lasciarlo sverginare da questi animali. Quando torneremo sul continente, con queste ci conquisterai un impero.» Si prese i seni tra le mani e Ashe sorrise. Erano entrambi degni figli della luna rossa, dopotutto. Entrambi guerrieri, seppure con armi diverse.

Poi le custodi la convinsero a sedersi e il capovillaggio che accompagnava Ashe lo trascinò via. Era un uomo dal petto largo e dalle braccia straordinariamente grasse, coperto di tatuaggi fin sulla fronte. La frenesia guidava le sue mosse fin dal primo mattino, quando si erano incontrati. Al posto della gamba destra, dal ginocchio in giù, aveva una stampella di legno che pareva piegarsi sotto il peso del ventre prominente, e Ashe temeva che si sarebbe dovuto tagliare un orecchio per scacciare dalla testa quel tamburellare continuo. Persino quando fermavano il passo non smetteva di picchiettare sul terreno.

«È lo spirito di Baku», gli spiegava il capovillaggio, quando Ashe non riusciva più a nascondere il fastidio. «Me l’ha mangiata lui, la gamba, e ora non posso combattere. Finché non sarà morto, le mie membra non avranno pace. Non avranno vendetta».

Il capovillaggio aveva in mente una sola cosa: l’attacco. Era il crepuscolo quando lo riaccompagnò tra le case e ancora gli mostrava archi lunghi e faretre imbottite di frecce, rastrelliere cariche di armi, i carri dei pescatori riempiti di pece e zolfo, fuochi già scoppiettanti. Sulle pareti d’argilla stavano impilate colonne di lance alte come due uomini, insieme a spade di ogni fattura; Ashe, però, aveva già una lama di cui fidarsi. Le mani gli fremevano dalla voglia d’impugnarla e si sentiva scottare il viso.

Da ciò che aveva imparato sulla guerra, attendere il combattimento era un po’ come covare una febbre. Quel che lo stupiva, ogni volta, era il silenzio. L’imperatore accampato sotto le mura con dieci legioni al proprio comando, le fiamme che scioglievano suo padre, sua madre e i suoi fratelli, il castello che si accartocciava come una catasta di legna; mentre fuggiva, la mano stretta in quella di Stoya, le sue orecchie erano chiuse a qualsiasi suono. All’epoca era troppo piccolo per comprendere le accuse di ribellione che costarono la vita alla sua famiglia, e non abbastanza forte da nutrire l’odio che sentiva scaldargli le viscere.

Ashe non ebbe paura di bruciarsi le dita, quando raccolse la cenere da un falò acceso e la usò per tracciarsi due linee sotto gli zigomi. Si scambiò un’occhiata con Fa’tu; era appollaiato a scrutare l’imbrunire, l’arco già saldo sulla spalla. Poi il capovillaggio si congedò e gli prese la testa nel palmo di una mano; ognuna delle dita somigliava a una salsiccia.

«Baku rapisce i nostri bambini» gli disse. «Ci porta via l’oro e il raccolto. Nasconde tutto nel suo nido, sulla montagna dall’altra parte del mare. Un giorno costruiremo una nave alata per riprenderci il tesoro, ma prima d’allora, una notte, uccideremo Baku. Questa notte, forse. Mi fido di te, straniero. Lotta bene e sarai uno di noi. Potrai scegliere cosa fare della ragazza». Gli rifilò una pacca sulla spalla e lo lasciò andare. Baku gridava, al centro esatto del cielo. Le frecce incoccate, le punte incendiate, le spade sguainate all’unisono. Nella notte buia, l’acciaio s’accendeva col baluginare delle fiamme. Il capovillaggio piantò la stampella nella sabbia. «Prima di perdere l’onore, datti in pasto al mare: il Dio saprà cosa fare di te».

*

Quando hai il sangue che ti cola davanti agli occhi, tutto si muove più rapidamente. Ashe non sapeva se fosse suo, di Fa’tu o di un altro degli uomini nudi, tutti schierati in prima fila. L’intera notte passò in pochi attimi. A colpi di coda, Baku guizzava da un lato all’altro del cielo. Poi lanciava uno stridio e scendeva in picchiata, le ali raccolte e le zanne snudate. Qualcuno si aggrappava ai suoi barbigli e finiva sbalzato chissà dove. A vederlo da vicino, quel corpo affusolato pareva tappezzato di scaglie dure come roccia. Al suo passaggio scalzava le case dalle fondamenta, rovesciava i carri, rivoltava la terra.

Ashe si ritrovò a mulinare la spada a vuoto. Il serpente era sempre troppo lontano o troppo veloce perché potesse colpirlo. Il sudore, il sangue e le scintille dei fuochi accesi gli annebbiavano la vista. Le frecce tenevano a bada la bestia, con quella scia di fiamme che tratteggiavano nella notte, ma Baku saliva di quota e le scacciava con un colpo d’ali. I lancieri ebbero più successo, gli conficcarono le punte acuminate nel ventre, una, due e tre volte.

Baku guaiva, dimenava la coda, arricciava i baffi. Poi piombava di nuovo sul villaggio, più veloce e più cattivo. Chi finiva sulla sua strada si ritrovava tagliato a metà da una zanna, o peggio: avviluppato dalla lingua violastra, masticato e deglutito. Gli uomini nudi combattevano valorosi e Ashe li ammirava. Fa’tu portava i suoi stessi segni neri, il marchio della cenere sugli zigomi. Brandiva una picca alta tre volte più di lui, mirava dritto agli occhi del serpente non appena gli planava sopra la testa. I fuochi morivano, eppure la notte si faceva più chiara. Poco a poco, a ogni colpo che penetrava tra le sue squame, Baku restituiva al cielo un pezzo di luna.

Poi la picca di Fa’tu gli aprì uno squarcio sulla gola. Baku si schiantò in in mezzo al villaggio, la coda arpionata al tronco di un cedro. Il sangue nero spruzzava a fiotti, emetteva un gorgoglio roco tra le zanne serrate. Sbatté le ali e una dozzina di uomini volarono via, oltre le case.

«Avanti!» Ashe udì un grido alle sue spalle.

«Capovillaggio!» sbraitò. «Torna nelle retrovie!»

Il capovillaggio stava inginocchiato al centro della strada, la stampella abbandonata in un angolo. Brandiva l’arco, la corda già tesa e la faretra piena. «Devasta pure la nostra terra!» urlò a piena voce. «Mangia le lune, ruba il nostro oro. Ma non ci porterai mai via il mare!»

Il mare era in tempesta, pronto a pasteggiare coi morti. La spuma delle onde, che s’infrangevano tra spiaggia e scogli, riverberava fin sopra le case. Il sale dell’acqua, l’aria umida e il sapore di ferro nel sangue. Ashe impugnò la spada con due mani, cacciò un urlo e caricò. Attaccare e attaccare soltanto, come diceva il capovillaggio. La lama scheggiò a malapena le scaglie di Baku. Ashe finì dritto tra le sue zanne.

*

«Tu non condividi le colpe di questa gente, straniero». La voce di Baku non gli parlava alle orecchie. Gli rimbombava tra stomaco e fegato, gli faceva tremare le budella. Perché era così simile a quella di suo padre? E perché, dentro gli occhi fiammeggianti della bestia, gli pareva di scorgere una sagoma familiare, che si contorceva mentre moriva sul rogo degli imperiali?

«Non voglio farti del male. Nondimeno, avrai una morte prematura se non ti guarderai dai tuoi simili». Nella bocca del serpente si nascondevano solchi e caverne, il suo respiro era caldo e antico.

«Noi siamo bestie della medesima specie, straniero. Custodi della nostra terra, ma traditi dal nostro stesso popolo. Ti hanno chiamato ribelle, per aver difeso le tue radici. Quando nessuno crede più in te puoi nasconderti, puoi mischiarti a loro. La tartaruga di marmo l’ha fatto, e l’hanno ammazzata. Era l’ultima delle mie sorelle. Dovresti capire di cosa sto parlando. Oppure puoi fare come me. Vendicarti. Torna nel tuo nord, straniero, lì c’è ancora qualche custode come me. Gli orsi ti ascolteranno, se gli parlerai».

Di colpo, Baku mollò la presa. Ashe era libero dal morso. Non udiva più alcuna voce, solo il fragore della battaglia. Tutte e cinque le lune avevano ripreso posto nel cielo.

«No!» strillò Ashe. «Aspetta!» ma Fa’tu si era già lanciato nella bocca del mostro e ora gli puntava la picca sul palato. Imperlato di sudore, il suo corpo brillava lucido e glabro. «Bambino della cenere» gli disse voltandosi. Sorrideva. «Se muoio qui dentro, dammi in pasto al mare». Strinse l’asta e spinse in alto la punta. Lo spruzzo di sangue nero li sommerse entrambi. Poi, con un boato, Baku spazzò via ogni cosa. Fa’tu rimase aggrappato alla picca. Una frustata con la coda e Baku riguadagnò il cielo. Latrò finché non scomparve oltre l’orizzonte. Sepolto sotto i muri di argilla sbriciolata, Ashe non vide nient’altro.

Si risvegliò con l’aria frizzante dell’alba e un pizzicore alla testa. Era sdraiato sulla spiaggia, il capovillaggio seduto al suo fianco. Con scalpello d’ossa e inchiostro lo stava tatuando sui due lati del cranio, sotto i capelli rasati.

«Hai guadagnato due ali nere» gli disse. «Sei uno di noi, se lo vuoi. Sei libero».

«Baku?» chiese, ma dalla gola gli uscì solo un balbettio.

Il capovillaggio mugugnò. «Tornerà tra qualche luna, come sempre. Ma questa volta non si è preso i nostri bambini. Lo uccideremo. E mi farò restituire la mia gamba».

Dall’altra parte c’era Stoya, inginocchiata sulla sabbia, la mano intrecciata con la sua. Aveva le dita fredde. «Ce l’hai fatta», si chinò a bisbigliargli all’orecchio. «Ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta». Quel suo sguardo feroce scintillava di nuovo. Ashe si chiese se ne sarebbe stato all’altezza.

«Mi hai riscattata prima che qualcuno mi violasse. Ce l’hai fatta. Sai quanto guadagneremo, col mio corpo vergine? Ricompreremo le nostre armi, le nostre terre, i nostri sudditi, i nostri castelli. Compreremo l’Impero, tutto quanto. E poi lo guarderemo bruciare».

Ashe si portò una mano alla cintura. La spada riposava al suo posto, ne fu confortato. La estrasse e conficcò la lama nella sabbia. Poi, trattenendo una smorfia di dolore, fece leva sulla guardia e si mise in piedi. Gli uomini delle Diecimila Isole consegnavano i loro morti alla bassa marea, li lasciavano inghiottire dalla bocca del Dio. I gabbiani dalla testa nera sorvegliavano le onde e starnazzavano, ansiosi di becchettare sui cadaveri. Litigavano per ogni pezzo di carne. Oltre quel mare, pensava Ashe, la sua vendetta.

*

Giornalista e traduttore, Andrea Cassini si occupa di cultura, letteratura e sport. Scrive principalmente racconti, spaziando dal fantastico alla narrativa non di genere. Sue storie sono apparse su riviste quali TerraNullius, CrapulaClub e A Few Words.

Acquista Il Buio, numero 3

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