ALDILÀ

di SHARI PAUL

traduzione di Francesca Della Bona

Questa volta, pensa prima di aprire gli occhi, questa volta ha raggiunto Duat.

E per un momento, quasi ci crede. Il profumo si diffonde lentamente dal capo della dea. La polvere del deserto gli graffia il viso prima che venga accuratamente lavata via. E gli incantesimi del sacerdote sono quasi corretti. Se si concentra, può fingere che sia un novizio che sta eseguendo la sua cerimonia per i morti. È la musica che rovina l’illusione.

È completamente sbagliata, e nel corso dei secoli da quando si è svegliato per la prima volta è stata sempre sbagliata. “La musica è perduta” gli aveva detto uno dei suoi precedenti padroni, “perché la tua gente non aveva ancora inventato un metodo per scriverla”.

Apre gli occhi su un crudele facsimile di un tempio di Osiride. Un attendente con indosso la maschera di Anubi sta di guardia accanto al suo sarcofago mentre altri tagliano i bendaggi e lo puliscono per la presentazione. Il suo nuovo padrone, poiché non ha mai visto prima né questo viso né questi abiti, ha rinunciato alla farsa di vestirsi da Osiride e tutto sommato gli è grato per questo. Agli inizi, prima che scoprissero che non avevano bisogno di usare il suo dio per controllarlo, pensavano fosse necessario perché funzionasse.

Accanto al suo nuovo padrone c’è un altro uomo, con indosso abiti simili ma con la maschera da ibis di Thot. Non regge alcuna pergamena, un’altra novità, bensì una strana tavoletta di un qualche materiale che non è esattamente pietra. La Ma’at di questa era è alta e dai capelli scuri, i suoi occhi del colore dei lapislazzuli, e lo fissa, le labbra e le unghie rosse come sangue.

Di Ammit non si sono preoccupati. La sua forma è una statua seduta silenziosamente accanto a una bilancia. Il suo cuore perde un colpo quando se ne accorge, e di nuovo quando avverte il richiamo dei suoi amuleti funerari mancanti. La rabbia che lo invade subito dopo è una vecchia amica.

«È sveglio?» chiede il suo nuovo padrone.

«Sì» dice la donna nel ruolo di Ma’at. Distoglie lo sguardo da lui per rivolgerlo al congegno che ha tra le mani, simile a quello di Thoth, e aggiunge: «E giusto in tempo. I nostri ospiti d’onore sono qui, e hanno portato gli amuleti come hai richiesto».

Continua su Il Buio, numero 5

Shari Paul è una scrittrice di speculative fiction proveniente da Trinidad e Tobago. Impiegata di giorno, Shari scrive avventure in strani nuovi mondi di notte. Suoi racconti compaiono su FIYAH Literary Magazine e sono stati premiati con un premio alla scrittura creativa dalla University of the West Indies nel 2009.

È laureata in Letteratura Inglese e al momento sta completando il suo percorso di studi in scrittura creativa presso la UWI.

LAS

di LUCA FRANCESCHINI

1

Las ha trovato il modo di scappare. Finalmente.

Ha atteso questo momento per molto tempo, ora ecco arrivare l’occasione giusta. Tra poco, mentre tutti i suoi aguzzini saranno occupati a mangiare, a godersi l’indigestione, fino a scoppiare. Quando tutti i vermi di carne dormiranno il sonno dell’ingordigia. A banchetto finito, saranno sazi e strafogati, fieri di aver distrutto un branco di mortinsetti. Quando li avranno già ripetutamente ridotti  in poltiglia, digeriti e qualcuno anche defecati, nel silenzio che seguirà all’orgia, per Las sarà facile fuggire dallo spazio in cui è segregato. Ormai in pochi sono rimasti svegli. Ci siamo quasi.

2

Las ricorda a malapena come è arrivato fin lì.

Un tempo era libero. Lui era solo un banale omuncolo di legno che vagava per la Zona, solitario. La sua piccola struttura fisica aveva preso forma con tanti legnetti uniti insieme. Non ricordava come era nato, né perché. Non aveva bisogno di cibo, né di riposo. Soltanto, gli bastava camminare. Solcare il suolo di polverosa roccia rossa senza fermarsi. In attesa di niente. Un passo dietro l’altro. In linea retta. Sempre avanti. Senza mai guardarsi indietro. Questo era: un costrutto.

Las non aveva meta. Non cercava nulla. Non aveva un percorso da seguire. Ciò che incontrava nel suo percorso era imprevisto e casuale. Fu così che arrivò all’orlo della Zona, in un angolo senza via di fuga. La tana di quegli animostri, i vermi di carne.

A Las non interessava parlare, a Las non interessava visitare i loro rifugi. Erano essenze come altre che aveva già incontrato nel suo itinerario. Le avrebbe superate senza fermarsi.

Invece loro lo videro e lo avvicinarono. Era una cosa nuova per Las.

Lo convinsero, gentili. Lo accolsero come si accoglie un ospite speciale.

I vermi di carne erano brutti, rotoli di carne rossa e bianca, a volte marrone. Nell’aria il tanfo di avariato e marcio, guasto. Las invece era bello, col suo strutturato e funzionale corpo di omuncolo e i suoi legnetti chiari e levigati.

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Luca Franceschini è nato a Barga (LU) nel 1980. È cresciuto e vive a Lucca, respirando fumetti e interessandosi di scrittura, poesia e musica. È stato finalista al Lucca Underground Festival Contest nel 2015 e nel 2016. Nel 2015 è risultato secondo classificato al Premio per sceneggiatori di fumetti Ade Capone.

Dal 2016 collabora con l’editore Cronaca di Topolinia per il quale cura la serie a fumetti noir/hard boiled Lucky Town, la serie di fantascienza Lunar Lex e lo storico-fantascientifico Nyx. Collabora anche con Bugs Comics scrivendo per le riviste Mostri e Alieni.

Con Delos Digital ha pubblicato il racconto Alternative Birth Experiment nella collana Futuro Presente  e i racconti L’orologio a pendolo e Cinquecento Anime nella collana Horror Story.

MARIO E ALFREDO

di ANDREA BERNESCHI

Forse, e dico forse, se quel giorno Mario non fosse tornato stupidamente nella mia officina, se si fosse rivolto a un altro, o semplicemente avesse pensato di farsi vedere dal Pronto Soccorso più vicino, tutto quel casino di cui avete letto nei giornali non sarebbe successo.

Forse, ripeto.

Perché io sono fatto a modo mio, ho i miei vizi e tutti lo sanno. Ma arrivare a combinare un tale macello…

Mario è mio fratello, e per molti anni abbiamo lavorato insieme. Compagni di chiave inglese e cacciavite. Appaiati come i cavi delle batterie: positivo e negativo. Sincronizzati come i movimenti dei tergicristalli, ci muovevamo simultaneamente senza mai uno scontro. Poi tra noi è successo qualcosa.

Io sono il primogenito, il più alto, il più robusto, e soprattutto quello che nostro padre ha scelto come successore e nuovo capo dell’officina. Lui? Un ragazzetto gracile e insignificante, ma furbo come una scimmia, pieno di energia.

Sgobbavamo entrambi sotto gli occhi del vecchio brontolone. Proclamava a gran voce che non avrebbe fatto alcuna differenza tra noi e gli altri suoi operai: si era fatto da sé, col sudore della fronte, passando i pomeriggi con la testa sprofondata nei cofani aperti, o sotto le carrozzerie, sdraiato su un pezzo di cartone sporco: nessun trattamento di favore, per noi due. Avremmo arrancato lungo la stessa strada di fatica e sacrifici. Non erano parole al vento: le manteneva, eccome se le manteneva! Anzi, era più facile che sbraitasse e imprecasse contro noi che contro gli altri, se qualcuno aveva versato l’olio per terra o se per sbaglio la vettura di un cliente risultava danneggiata.

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Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. Fa pare della redazione della webzine Filmhorror.com ed è membro della Horror Writers AssociationHa pubblicato con NeXT, Dunwich Edizioni, I Sognatori, letteraturahorror.it, Esescifi, Vincent Books, Letterelettriche, Watson Edizioni.

L’ARCHIVIO DELLA LOGGIA DEI PINI

di MICHAEL WEHUNT

traduzione di Stefano Paparozzi

Da: x_ <pinedemon@x.x>

A: Aly Duarte <alyalyoxenfree@gmail.com>

18 dicembre 2017 03:36

Oggetto: L’Archivio della Loggia dei Pini

— Se guardi il video in allegato, ti accorgi già quasi all’inizio che c’è qualcosa che non va. Ma non capisci cos’è. C’è qualcosa di… familiare. Gli alberi si affannano nella nebbia. Per due minuti e mezzo non vedi altro che i loro tronchi sottili che scivolano attraverso il fiato bianco di una nube bassa. La telecamera non ha un faretto. Non c’è il visore notturno.

— Al minuto 2:17 sussurra una voce profonda e densa. Alzi il volume, torni a 2:17: «Lei sta dormendo». Sei libera di pensare che sussurri qualcos’altro. Ma c’è un che di… familiare. Potrebbe quasi essere luce, quella che si avvicina attraverso il sottile schermo degli alberi. Dalle loro fauci viene espulsa la telecamera, che atterra su un lembo di prato vuoto. C’è la luna. Metti in pausa a 2:38 e guardi il retro di casa tua, a circa venticinque metri. Qualcosa preme contro il muro, un grosso grumo scuro le cui braccia si alzano verso una finestra. Quella della tua camera da letto è un occhio chiuso. Tu sei al caldo dietro la sua palpebra.

— Riparti. Le braccia del grosso grumo scuro si avvicinano al tuo davanzale. Si allungano con minacciosa lentezza. Zoomi, ma la definizione peggiora e non sapresti dire se quegli arti hanno delle dita o delle mani. La telecamera rimane ferma per 43 secondi, poi indietreggia tornando tra gli alberi. I pini si ammassano. La nuvola torna a addensarsi intorno all’obiettivo e le mura della tua casa si allontanano. Il grosso grumo scuro e le sue braccia che si allungano.

— Raggiunge la finestra? Ma il video finisce a 3:59.

— Abbiamo scelto te.

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Michael Wehunt vive nella città perduta di Atlanta, dove desidera avere più tempo per leggere. Le sue storie sono apparse in Electric Literature’s Recommended Reading, Cemetery Dance, The Year’s Best Dark Fantasy & Horror e Year’s Best Weird Fiction. La sua prima antologia, Greener Pastures, è stata finalista allo IAFA Crawford Award e nominata per lo Shirley Jackson Award. Potete trovarlo online su www.michaelwehunt.com.