IL SELVAGGIO

di ANGELA SLATTER

traduzione di Francesca Della Bona

Il bambino apparve il primo giorno di maggio.

LP se ne stava in cucina a fare i piatti alla bell’e meglio, maledicendo Kurt che si rifiutava di sborsare la grana per una lavastoviglie (“Ce l’ho già e cucina pure”, con pacca sul culo a seguire, era la sua risposta standard) e fissando la vegetazione incolta nel cortile sul retro che si aggrovigliava con l’antica foresta al confine con la loro proprietà.

Fu il movimento a catturare la sua attenzione, lento eppure piuttosto deciso, cauto e nervoso, e presto ci fu un bambino che sgusciava fuori dagli alberi, facendosi strada tra gli arbusti e l’erba alta.

Una massa di capelli scuri gli arrivava a metà schiena, di vestiti neanche l’ombra, ma era talmente sudicio che LP non riusciva a dire se fosse maschio o femmina. Gesù, la puzza doveva arrivare fino in paradiso. Si chiese se il bambino riuscisse a vederla, ma si accorse che il suo sguardo non era rivolto a lei, o alle finestre dietro cui sostava, ma al grasso gatto tartarugato.

Era martedì ed era tutto calmo. Angie, la migliore amica di LP, era stata male, quindi non era passata a lasciare Thomas per il suo giorno settimanale con “la zietta”. Era un bravo bambino, Thomas, sereno, piangeva raramente, ma LP era sempre consapevole della sua presenza. Kurt era andato a lavoro alla fabbrica di mobili già da parecchio. Le case su entrambi i lati erano vuote e lo erano da un po’, con avvisi di pignoramento a decorarne i cortili come grandi stronzi fumanti. LP era profondamente grata per questa tregua, dato che i lunedì che trascorreva con sua madre erano invariabilmente un inferno e ieri avevano raggiunto il livello di piena.

Whiskey stava prendendo il sole sul tavolinetto di ferro rotondo che da dieci anni arrugginiva silenziosamente in giardino. Il tavolo era accanto a un’estremità della corda per il bucato, non intralciava e poteva a malapena sostenere il peso di un gatto o di un cestino. Era corredato da due sedie, ma nessuno ci si sedeva più, essendo le gambe tenute insieme da ciò che poteva essere sputo ossidato e dai tralci di qualche misteriosa erbaccia che si facevano strada aggrovigliandosi tra i merletti.

LP si disse poi che non avrebbe potuto fare niente, non avrebbe potuto prevenire quello che era successo, ma stava mentendo e lo sapeva. Certo, non sarebbe riuscita a raggiungere in tempo la porta sul retro e il cortile, ma avrebbe potuto bussare contro il vetro. Kurt amava quel dannato gatto più della vita stessa, forse più di quanto amasse LP, ma quello saltava e soffiava se lei anche solo gli respirava vicino; qualsiasi rumore più forte avrebbe fatto sì che la bestiaccia si cacasse sotto e scappasse.

Ma LP non si diede pena di far rumore, anzi trattenne il fiato, semplicemente in attesa di scoprire cosa sarebbe potuto succedere. Strofinò distrattamente una mano umida sul ventre piatto sotto il suo vestito di cotone, con l’altra accarezzò i corti riccioli scuri del suo riflesso spettrale.

Whiskey nemmeno se ne accorse. 

Il bambino fu silenzioso, furtivo come una volpe, leggero come una brezza, le sue dita – più da vicino, ora, LP poteva vedere quanto fossero lunghe le unghie, nere e frastagliate – furono attorno allo spesso collo di Whiskey prima che il gatto potesse rendersene conto. Il collo fu spezzato con un movimento mostruosamente rapido. Non c’erano dubbi che il gatto fosse morto, dal modo in cui penzolava in quella salda, atroce, piccola stretta.

Ma LP non riuscì a racimolare neppure un pizzico di compassione per il felino. Troppi anni passati a sopportare che il gattaccio riducesse a brandelli i suoi cuscini e divani preferiti, i suoi attrezzi da bricolage e i suoi lavoretti, i suoi vestiti, ogni volta che poteva metterci sopra le zampe, per non parlare dell’odore di piscio che regnava in casa perché Kurt non voleva far sterilizzare quel cazzo di animale. C’erano profondi graffi rossi sulle sue braccia, gli ultimi di una serie di “colpetti d’amore” inflitti da Whiskey mentre lei dormiva. Si era beccata già tre infezioni.

LP sentì il primo vero sorriso sfiorarle le labbra da molto tempo, e immaginare la vita senza Whiskey la distrasse dall’osservare il bambino sventrarlo e banchettare con le sue interiora. Il suo sguardo si spostò di lato, perciò vide ma non proprio.

Quando il gatto non fu altro che un sacchetto di pelo insanguinato e ossa, il piccolo selvaggio rilanciò Whiskey sul tavolinetto di ferro, quasi con educazione, e scomparve nuovamente nella foresta. LP sarebbe uscita per mettere il gatto nel compostaggio, seppellendolo in profondità tra gli scarti di cibo in decomposizione e le altre schifezze nel bidone di plastica, che a volte di gonfiava nella calura estiva e aveva un odore così pessimo che nemmeno Whiskey ci andava mai vicino. Kurt non avrebbe cercato lì il suo vecchio gatto.

LP tornò a fare i piatti, canticchiando, il cuore considerevolmente più leggero.

«Angie, hai mai sentito parlare di bambini scomparsi nei boschi da queste parti? Bambini che non sono più tornati?»

LP aveva trascorso parte della giornata in biblioteca, usando la loro connessione internet così che Kurt non potesse controllare la sua cronologia a casa. Non che lo facesse per tenerla d’occhio o cose del genere – non era quel tipo di marito – ma gli piaceva scovare ragioni per prenderla in giro e LP era un’inveterata adottatrice di hobby. Iniziava sempre col fare ricerche online. Kurt pensava di essere spiritoso, non notava mai il modo in cui lei digrignava i denti.

Perciò LP sedeva all’aria condizionata, ignorando il lieve brusio della gente e delle macchine, a scorrere vecchi articoli di giornale alla ricerca di menzioni di bambini scomparsi da casa o da scuola o dal parco forestale nazionale… Da qualunque posto, in effetti. Ma trovò le solite cose: genitori in lite per la custodia che rapivano la loro stessa prole, aspiranti assassini e/o pedofili che coglievano l’occasione fortuita; ma quei bambini erano sempre tornati, in uno stato o nell’altro, alcuni meno vivi di altri, alcuni che desideravano non essere sopravvissuti. Poi c’erano quelli che semplicemente si erano messi a vagare fuori dalla porta a un’ora più tarda del solito, avevano perso la cognizione del tempo o avevano cercato di scappare per poi decidere che, in un modo o nell’altro, casa era più sicura del grande, vecchio mondo.

In effetti, dalle letture di LP sembrava che Wolf’s Briar detenesse uno strano record, il cento percento del ritorno dei bambini scomparsi (vivi o morti, ma sempre tornati). Quindi aveva chiamato Angie, perché qualsiasi pettegolezzo di cui Angie non fosse a conoscenza non valeva la pena conoscerlo, soprattutto visto che l’amica lavorava per il dipartimento di polizia locale. Non che avesse la lingua lunga, diavolo no – Angie avrebbe perso il lavoro se lo Sceriffo Bagley avesse pensato che distribuiva segreti come un colabrodo – ma, come aveva detto a LP, Angie aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi di tanto in tanto. Tutte quelle informazioni, tutti quei frammenti di verità, tutte quelle cose terribili, premevano dentro di lei con tale forza che a volte pensava che la sua pelle si sarebbe spaccata.

Perciò parlava con LP, e sapeva che di LP ci si poteva fidare, perché erano state migliori amiche fin dai tempi delle elementari. Per non parlare del fatto che LP non aveva nessun altro che si potesse definire “intimo”, quindi a chi mai avrebbe spifferato? Non che Angie avrebbe mai detto ad alta voce una cosa simile, ma LP sapeva che lei sapeva, e apprezzava la discrezione della sua amica.

Visti i risultati delle sue ricerche, LP pensò che probabilmente conosceva già la risposta alla sua stessa domanda, ma chiese comunque. Giusto per essere sicura. 

«Intendi morti sul serio?» Angie era al lavoro, quindi parlava a bassa voce. LP poteva immaginare gli occhi blu della sua amica perlustrare l’ufficio per sincerarsi che nessuno fosse a portata d’orecchio, le spalle un po’ ingobbite, la penna che tamburellava contro il registro sulla sua scrivania. Per una che era così brava a mantenere segreti, Angie aveva davvero un mucchio di tic; sarebbe stata una schiappa a poker.

«Non proprio. Scomparsi, mai ritrovati. Magari una decina d’anni fa?»

Non aveva più visto il bambino, non nei due giorni che erano passati da quando aveva seppellito Whiskey alla massima profondità che era riuscita a sopportare all’interno del secchione puzzolente. Ma sentiva che il bambino sarebbe tornato; non sapeva dire come lo sapesse, ma alle volte aveva delle sensazioni, LP.

«Perché lo chiedi?» fece Angie, ma LP poteva già udire il ticchettio dei tasti mentre l’amica iniziava a cercare su qualunque database le forze di polizia avessero a disposizione. Quello, sicuro come la morte, era meglio che cercare su Google in biblioteca. Tutto considerato Angie riusciva ad affrontare abbastanza bene ciò che sentiva e vedeva, cose che facevano scoppiare in lacrime uomini adulti. Proprio dannatamente brava, specie considerando che Thomas aveva solo sei mesi.

Certo, qualche volta Angie accusava il colpo, ma non sembrava che avesse paura, non per il suo bambino. Diceva a LP che quella roba la rendeva più sicura di stare facendo qualcosa di importante, anche se si trattava solo di rispondere al telefono, archiviare documenti e fare ricerche. “È solo qualcosina”, diceva, “ma è il mio qualcosina”. Nuovamente disse: «Perché lo chiedi?»

LP stette attenta a non deglutire – nonostante Angie non fosse conscia dei propri tic, conosceva bene quelli di LP, e lo schiocco sommesso della deglutizione era un segnale inconfondibile – uscendosene con un rilassato: «Pensavo, sai, che potrei provare a scrivere una storia».

Senza figli né lavoro, non c’era molto che tenesse occupate le giornate di LP quando Kurt non era in casa, quindi collezionava hobby nel modo in cui certi uomini rimorchiano prostitute. Per più di due anni aveva lavorato a una casa delle bambole con tanto di mobilio in miniatura, prima di stufarsi; aveva confezionato così tanti maglioni che il negozio di beneficenza ne aveva ancora qualcuno sugli scaffali; coperte all’uncinetto, alcune delle quali venivano ancora usate nelle celle della prigione perché erano più calde rispetto alle porcherie a poco prezzo che venivano fornite di solito; aveva provato a dipingere, a fare gioielli, vasi e ceramiche (c’era una bella differenza), si era occupata di rifiniture per auto, giardinaggio paesaggistico, aveva provato a fare cuscini, a cucire abiti per bebè, bambini, adulti e bambole, aveva decorato torte, si era data alla trapuntatura, alla rilegatura di libri, alla riparazione di orologi, al restauro di mobili… Bastava nominare qualcosa, c’era una buona probabilità che LP l’avesse provata, e che, una volta diventata esperta, si fosse stufata e l’avesse abbandonata per qualcosa di nuovo con grande divertimento di Kurt. Perciò, non pensava che il radar di Angie avrebbe rilevato qualcosa di strano in quello che sembrava a tutti gli effetti il principio di un nuovo hobby.

Aveva ragione.

«Be’, perché no?» disse Angie, più a se stessa che a LP. Non avendo alcun talento per le attività artigianali, Angie era sempre interessata alle imprese dell’amica. Ancora rumore di tasti, qualche schiocco di lingua.

«Sai, sembra proprio di no. Non in quel periodo. Vuoi che ampli i parametri della ricerca? Diciamo, un margine di cinque anni?»

«Certo, sarebbe fantastico».

LP non credeva sarebbe servito, il bambino non sembrava avere più di dieci anni. Ma, ripensandoci, la forza delle sue mani… Lo sporco che oscurava quasi tutto…

«Allora, di che parla questa storia?» Ad Angie chiaramente piaceva l’idea che la sua amica diventasse una scrittrice.

«Be’, non posso ancora dirtelo!» LP rispose a voce troppo alta. «Per scaramanzia. Chissà se riuscirò a mettere l’idea su carta. E non dirlo a nessuno: l’ultima cosa che mi serve è avere Kurt che si prende gioco di me anche per questo.» Sospirò. «Questa cosa è solo mia, qualcosa che posso tenere per me».

«Le mie labbra sono sigillate, come sai bene. Ma prometti che potrò leggerla quando avrai finito, anche se pensi che sia terribile».

«Ok, promesso».

«Ehi, senti, il computer va a rilento. Ti richiamo appena trovo qualcosa, ok?»

«Va bene. Confermato per mercoledì prossimo?» Ogni settimana s’incontravano per un filmetto e qualche drink al piccolo cinema Royale, sia che ci fossero nuovi film in programmazione o meno.

«Diavolo, sì. Ti porto Thomas la mattina presto per la giornata con la zietta. Poi vi passo a prendere dopo il lavoro, possiamo lasciarlo a Byron mentre andiamo al cinema».

«Perfetto».

LP badava a Thomas perché voleva bene ad Angie, che aveva sposato Byron subito dopo il liceo ed era rimasta incinta quasi immediatamente. Ma aveva perso quel bambino e quello che era venuto dopo. Quindi, per un po’, non aveva avuto importanza che nemmeno LP (che aveva sposato Kurt più o meno nello stesso periodo) avesse figli. Non aveva avuto importanza che LP non rimanesse incinta a prescindere da quante volte lo facessero, a prescindere dalle posizioni, a prescindere dai rimedi, dalle pillole, dalle iniezioni a cui ricorresse. Non aveva avuto importanza perché i bambini di Angie non nascevano mai.

Almeno fino a Thomas. Il piccolo non dava quasi mai problemi, dormiva per la maggior parte del tempo che trascorreva con LP e un giorno alla settimana era gestibile. L’amarezza non le serrava troppo la gola, non era un continuo richiamo ad opportunità che lei non aveva.

La voce di Angie accelerò con urgenza improvvisa, mischiando le parole insieme: «Devo-andare-arriva-lo-sceriffo-ciao».

«Ciao» LP rispose al nulla.

LP trovò il più grasso, vecchio gatto che poté in uno dei gattili di Wolf’s Briar. Raccontò alla donna della reception di Whiskey, di com’era sparito, di quanto suo marito amasse quel gatto. Sicuro, era un po’ presto per rimpiazzare il caro vecchio Whiskey, ma ehi: prima o poi doveva succedere ed era terribile avere quel vuoto a forma di felino nelle loro vite. La donna annuì in modo comprensivo e le chiese se non preferisse un animale più giovane, uno che sarebbe potuto restare con loro più a lungo. LP mantenne un’espressione credibile e disse che avrebbe preferito dare a un “anziano” una bella casa per il breve tempo che gli rimaneva, e la donna si asciugò una lacrima.

LP legò il gatto al tavolinetto di ferro con un filo di spago che partiva dal suo collare ed era assicurato ai ghirigori della base; gli lasciò una ciotola di latte, dei croccantini, e l’animale sembrò abbastanza contento, tanto che si addormentò quasi immediata-mente. Nel tardo pomeriggio, LP non era più così sicura che avrebbe rivisto il piccolo selvaggio. Ma circa venti minuti prima che Kurt tornasse – e grazie a Dio, perché non avrebbe sopportato di presentargli un altro gatto che potesse avere la precedenza su di lei – ci fu lo stesso movimento lento ma deciso tra gli alberi, e ben presto il bambino stava camminando furtivamente nel giardino, il nasino impertinente arricciato mentre annusava qualunque odore il gatto emanasse.

Il gatto senza nome fece la fine di Whiskey; il bambino mangiava velocemente, doveva essere affamato. LP si chiese se avesse dato la caccia a tutte le creature che abitavano la sua porzione di foresta, se gli scoiattoli e i procioni, o qualsiasi altra cosa potesse costituire una preda, fossero diventati troppo circospetti o troppo pochi. O forse, semplicemente, trovare Whiskey era stato così facile che il bambino aveva deciso che facile gli piaceva.

Dalla finestra della cucina LP osservò tutto, non distolse lo sguardo. Forse perché non era legata a quell’animale, o forse solo perché la sua curiosità stava aumentando sempre di più. A ogni modo, stava guardando dritto verso il bambino che si leccava il rosso dai palmi quando lui sollevò lo sguardo, proprio nella direzione di LP. Stavolta LP fu certa di essere stata vista. Trattenne il fiato, immobile. Il bambino si fermò, inclinò la testa e la fissò.

La curiosità di LP era ciò che le faceva sopportare la noia, ciò che le faceva inseguire hobby dopo hobby, ciò che le impediva di fare cose terribili come brandire un martello contro il brutto testone di Kurt nei momenti in cui era più frustrata, o passare una lama sulla gola di sua madre ogni volta che Agnes le ripeteva che gran delusione fosse. Ogni genere di cosa violenta le venisse in mente quando qualcuno la insultava o la sottovalutava e non era abbastanza gentile da darsi la pena di mascherarlo.

Ma adesso? La curiosità che si era mossa in lei in quei giorni, che l’aveva spinta a cercare il bambino, divenne fredda come un sasso in un ruscello di montagna. Perché il bambino la stava guardando come se fosse cibo.

LP aveva avuto una visione del bambino, del bambino che in qualche modo diventava suo. Nella sua immaginazione, era una bambina, tutta pulita e ordinata, con un bel vestitino o magari jeans con fiorellini cuciti sui bordi, i capelli spazzolati e lucenti, beneducata e dolce e addomesticata. E si era detta che se avesse avuto quel bambino, un bambino, il suo bambino, allora nessuno l’avrebbe giudicata mai più.

Niente più sguardi carichi di pietà, niente più sussurri (sterile) alle sue spalle quando pensavano che lei non potesse vederli nei riflessi delle vetrine dei negozi o negli sportelli di vetro del reparto frigo al supermercato. Se solo avesse avuto quel bambino…

Tutti amavano Kurt. Alla gente piaceva anche LP, ma avevano pietà di lei, sussurravano che peccato, che peccato, e lei lo sapeva. Niente bambini, niente figli.

L’idea si era fatta strada dentro di lei e, nonostante si sentisse ancora scossa dallo sguardo feroce del bambino, era ancora lì. È così che sono le idee, quando mettono radici hanno quei piccoli viticci, e se si avvinghiano a qualcosa che vuoi davvero, davvero tanto… Be’, in quel caso non ha importanza quanto l’idea possa essere stupida, probabilmente rimarrà con te finché non otterrai quel che desideri, e al diavolo le conseguenze.

Una cosa era certa, a LP sarebbero serviti altri gatti.

Dopo il terzo gatto (fornito dall’ultimo gattile di Wolf’s Briar), LP preparò un piccolo giaciglio nel seminterrato: c’era un piccolo spazio che un paio d’anni prima aveva adibito a camera oscura, quando le era saltato in mente di dedicarsi alla fotografia. Rimpiazzò il lucchetto e si assicurò che fosse resistente. Kurt non andava mai là sotto, e nemmeno trascorreva tempo nel capanno. Non era tipo da arnesi. “Il lavoro è lavoro” diceva, “e voglio lasciarlo dove sta”.

Amava starsene seduto in veranda, Kurt. Tornava a casa, prendeva una birra dal frigo, le dava un bacio sulla fronte, dopodiché usciva sulla veranda e andava a sedersi sulla vecchia seggiola a dondolo che scricchiolava e scricchiolava e scricchiolava. Non era un uomo cattivo, ma lei si era comprata i tappi per le orecchie così da riuscire a preparare la cena senza avvertire l’impulso di correre fuori e colpirlo sulla zucca con una padella o qualunque cosa le capitasse a portata di mano. “I tappi per le orecchie hanno salvato il mio matrimonio!” A volte pensava di scrivere quella storia e di spedirla a una rivista, ma immaginava che fosse una soluzione abbastanza comune per molte donne, perciò non avrebbe detto niente di nuovo.

C’erano una piccola cassettiera e un divano letto che aveva rimesso in sesto. Il materasso era morbido se non addirittura molle, ma non pensava che il bambino avesse mai dormito su niente di particolarmente sontuoso. La stanzetta era pulita e la finestrella dai vetri oscurati era piccola, così piccola che nessuno avrebbe potuto arrampicarsi fuori, anche riuscendo a rompere il vetro. Così LP avrebbe avuto il tempo di fare abituare il bambino a lei, presto avrebbe fatto sì che prendesse il cibo dalle sue mani, poi… la civilizzazione avrebbe avuto la meglio. Il bambino sapeva parlare? LP non ne aveva idea.

Kurt aveva sempre voluto bambini, ma non l’aveva mai fatta sentire in colpa per non averne avuti. Aveva chiesto se non fosse il caso che facessero il test, per capire chi di loro due non funzionava a dovere, ma LP quello non voleva scoprirlo. La gente dava automaticamente la colpa a lei, comunque. E se avesse scoperto che avevano ragione? Preferiva non saperlo. Adesso, però, c’era questo bambino, un bambino, il suo bambino. Il loro bambino. Alle domande LP avrebbe risposto che l’avevano avuto in affido. Che proveniva da una situazione difficile. E Kurt? Come l’avrebbe detto a Kurt? Sinceramente non ne aveva idea, era solo un dettaglio, ma tutto ciò che vedeva era l’obiettivo, che splendeva appena fuori portata, perciò ci avrebbe pensato quando fosse arrivato il momento.

Quando arrivò il lunedì la solita ansia si era accumulata nel suo petto, ma lo stesso LP si alzò e preparò una crostata di pesche mentre Kurt faceva colazione. Quando se ne fu andato, LP s’infilò un vestito blu, sandali col tacco e si sistemò i capelli. Il trucco che portava era leggero, ma anche se l’avesse applicato con una cazzuola non avrebbe avuto importanza: sua madre l’avrebbe criticata comunque. Troppo poco e non ci stava nemmeno provando, troppo e sembrava una puttana. LP era figlia unica, ma mai come da adulta aveva desiderato un fratello, solo per avere qualcuno con cui condividere il fardello che era sua madre.

Il senso di dovere filiale era l’unica cosa che la spingeva a farle visita ogni settimana, anche se mai per molto. Già era abbastanza grave che avesse fallito nell’avere figli, essere un fallimento anche come figlia rappresentava l’umiliazione finale, e quella non poteva sopportarla. Nonostante non esistesse una donna, viva o morta, che meritasse più di sua madre di essere lasciata sola.

LP imboccò il vialetto della casa che Agnes Mayberry aveva condiviso con quattro mariti (uno dopo l’altro, non contempora-neamente, e tutti a turno deceduti) e che adesso condivideva con un solo gatto (Micio, fiacco, grasso, non troppo diverso dal defunto e non compianto Whiskey), e spense il motore. Contò fino a quindici, le mani appoggiate sul volante, per calmare il respiro; dopodiché recuperò la teglia ancora tiepida dal sedile posteriore e scese dalla macchina.

«Mamma?» chiamò ad alta voce e bussò. Nonostante Agnes non fosse sorda, se ne usciva sempre con un: “Oh, non ti avevo sentito”. LP aprì la porta, che non era mai chiusa a chiave sebbene tutti consigliassero di fare il contrario. Segretamente, LP sospettava che nessun ladro o intruso di alcun tipo avrebbe avuto la benché minima speranza contro lo sguardo raggelante di sua madre.

Ancora nessuna risposta. LP camminò lungo il corridoio, tenendosi all’erta per Micio, a cui piaceva attaccare gli ignari passanti sbucando fuori dalle porte. «Mamma?»

Continuò il silenzio. LP sapeva che era sbagliato avere quel piccolo tuffo al cuore, sentire quella speranza, immaginare un futuro in cui Agnes non sarebbe apparsa se non come un nome su una lapide. Sapeva che era sbagliato, qualcosa per cui l’universo l’avrebbe punita, e quindi non fu per niente sorpresa quando raggiunse la sala da pranzo-soggiorno a pianta aperta e vide sua madre.

In piedi sul portico, alta e diritta sui suoi zatteroni, con indosso un lungo abito estivo rosa e i capelli biondi pieni di lacca, così che non si imbizzarrissero, Agnes sorvegliava il suo giardino perfettamente curato. Aveva una sigaretta in mano, con un lungo cilindro di cenere che spuntava dall’estremità sfidando bellamente la gravità. Nell’altra mano stringeva un bicchiere da martini, la colazione dei campioni. LP mise la teglia sul bancone della cucina, sapendo che sua madre l’avrebbe mangiata solo dopo che lei se ne fosse andata: non sia mai che dovesse elargire qualche tipo di ringraziamento o complimento.

«Mamma» disse LP per la terza volta, e la raggiunse fuori. Agnes non si voltò, né al suono della sua voce né a quello dei suoi passi; anche quando LP fu accanto a lei. Tutto quel che si limitò a fare fu soffiare un lungo filo di fumo mentre diceva: «Oh, non ti avevo sentito, Laura Pauline».

LP rabbrividì nell’udire quel nome.

«Ciao, mamma».

«Come sta Angie?» chiese Agnes, come faceva sempre. Rispettava una sequenza, un piano d’attacco, nulla cambiava eccetto forse l’intensità. Non chiedeva mai come stesse LP, solo Angie, poi Kurt, poi Whiskey, poi Thomas. Si sdilinquiva sempre per Thomas, nonostante l’avesse visto solo una volta da quando era nato (non si era data nemmeno la pena di prenderlo in braccio) e non c’era verso che Angie portasse suo figlio in una casa il cui interno aveva un tasso d’inquinamento dell’aria più elevato dell’India. Per quanto Agnes fosse ostinata e precisa, non riusciva a smettere di fumare, e neppure poteva impedire al tanfo di impregnare tessuti e pareti, macchiare la vernice e creare nubi tossiche contro il soffitto.

«Sta bene. Kurt sta bene. Thomas sta bene».

«E Whiskey?»

«Andato».

«Che vuoi dire?»

E LP si sentì infinitamente soddisfatta, anche se sapeva che era dannatamente cattivo da parte sua, nel dire: «Andato. Scomparso. Probabilmente morto. Sai com’è».

«Oh. Povero Kurt. Sarà devastato.» Fece una pausa. «Dopotutto, quel gatto era la cosa più vicina a un figlio che potrà mai avere».

LP sbatté forte le palpebre. Non importava quanto spesso capitasse, quanto regolari fossero le frecciatine, in qualche modo Agnes riusciva sempre a trovare nuovi modi per rigirare il coltello nella piaga. Non era strano che LP trascorresse più tempo a cucinare e rassettare che a casa di sua madre. «Ok, mamma. Buona giornata».

Agnes non si curò di rispondere. 

LP raggiunse la porta d’ingresso e lì si fermò. Attraverso la porta della stanza alla sua destra vide il letto di sua madre, con la trapunta color zafferano e una montagna di cuscini e guanciali in varie tonalità di viola. Su quel cumulo, come un imperatore, giaceva Micio. Nel sonno emetteva lievi suoni rabbiosi, la coda che si contraeva, e una zampa nera ebbe uno spasmo come se stesse graffiando per bene qualcuno.

LP fissò l’animale.

Fissò Micio molto a lungo.

Lo stava ancora fissando, chiedendosi se avrebbe avuto il tempo di trovare il trasportino che Agnes usava per le visite dal veterinario, quando udì il rintocco dei tacchi di sua madre sul pavimento. Ci fu una pausa, poi un lieve: «Laura Pauline?»

LP se ne andò il più silenziosamente possibile, sentendo una fascia di tensione che le si stringeva attorno alla testa.

Il mal di testa era quasi scomparso quando Angie guidò fino a casa alle sette e mezzo del mattino seguente, proprio mentre Kurt usciva dal vialetto. Si scambiarono affettuosi saluti con la mano. LP osservò Angie prendere Thomas dall’auto insieme alla grande borsa che conteneva cibo e latte in polvere, pannolini nuovi e vestitini di ricambio; se tutto andava bene quella roba sarebbe bastata per un bambino di sei mesi e per un solo giorno, ma non si poteva mai sapere, anche se Thomas non si muoveva molto in questa fase.

I maschietti attiravano sporcizia, nell’esperienza di LP (cercò di non pensare alla quantità di lerciume che aderiva al bambino nei boschi, a cosa poteva significare), ma si limitò a sorridere quando aprì la porta, come se non avesse dimenticato che le toccava fare la babysitter, o la serata al cinema. Come se non avesse passato la colazione cercando di capire dove recuperare altri gatti, rispondendo al blaterare di Kurt con una sequela di ah-ah, già, forse e come-ti-pare-amore.

«Non ho trovato nulla» disse Angie mentre entrava in cucina, con Thomas vestito in tutina blu appoggiato sull’anca sinistra e la borsa sopra la spalla destra.

«Eh?»

«Bambini. Bambini scomparsi» spiegò la sua amica, riuscendo nell’impressionante manovra di scaricare la borsa sul tavolo e consegnare contemporaneamente il bambino sonnecchiante a LP. «Nessuno che sia rimasto scomparso, comunque. Come procede la tua storia?»

«Oh. Lentamente. Sai, mi ci vuole un po’ per andare avanti. Ed è una cosa diversa dai miei soliti hobby, quindi procede anche più lentamente del solito».

LP sistemò Thomas, che era leggermente umido, in modo che il suo faccino si appoggiasse contro l’incavo del suo collo, il suo respiro tiepido e dolce contro la pelle. Le fece stringere il cuore, in un modo che però non era né tiepido né dolce.

«Be’, non ti preoccupare, LP, ho fiducia in te. Sono sicura che puoi raccontare una grande storia. Non dicono che tutti hanno un libro dentro di loro?»

LP ebbe un vago sorriso, la sua mente da un’altra parte. Il bambino aveva consumato tre grassi pasti a quattro zampe e LP stava esaurendo i posti dove andare a rifornirsi. Le responsabili dei rifugi si sarebbero insospettite se fosse tornata troppo presto, e i gatti che vivevano nei cassonetti dietro al supermercato erano troppo diffidenti verso gli umani per avvicinarsi a lei, qualunque cosa tenesse in mano. A ogni modo, erano troppo magri, troppo nervosi e non riusciva a immaginarli sonnecchiare tutto il giorno finché il bambino non fosse spuntato. E Micio, sebbene allettante, non era un’opzione valida perché avrebbe significato tornare a casa di Agnes prima che fosse assolutamente necessario farlo.

«Be’, sarà meglio che vada, non voglio arrivare in ritardo.» Angie diede a LP un rapido bacio sulla guancia, e ne posò uno più deciso sulla fronte di suo figlio. «Vengo a prenderti oggi pomeriggio verso le cinque e mezza».

«Perfetto. Guida con prudenza».

LP guardò fuori dalla finestra della cucina mentre Thomas tirava su col naso e scoreggiava tra le sue braccia. Oggi non aveva alcuna esca, niente per attirare il bambino; nessun pranzo tutto legato e in attesa di attirarlo fuori dal bosco. Non l’avrebbe visto fino al prossimo gatto. Thomas si agitò, i suoi pugni iniziarono a battere; scoreggiò di nuovo e stavolta il suono fu umido. I pensieri sui gatti avrebbero dovuto attendere fino a domani. LP arricciò il naso: sapeva quando qualcosa aveva la priorità.

Thomas fu irritabile e capriccioso per gran parte della mattinata, cosa che normalmente non accadeva, ma normalmente LP non era così distratta dai suoi stessi pensieri. Di solito giocava con lui e si godeva la sua compagnia per quanto ne fosse capace, ma oggi non era quel tipo di giornata, quindi fu un sollievo metterlo nella culla nella camera degli ospiti al piano superiore, dopo pranzo. E il piccolo si addormentò velocemente, come se stesse solo aspettando che quella tortura finisse, e dormirci sopra fosse l’opzione migliore che potesse escogitare.

Di sotto, LP raccolse la biancheria dalla lavatrice. Chiuse con cura la porta sul retro alle sue spalle – un’abitudine dei tempi in cui c’era Whiskey, quando, durante il giorno, lo teneva fuori di casa fino a che Kurt non rientrava dal lavoro, e a quel punto lei lo lasciava rientrare – e si diresse alla corda per il bucato.

Mentre appendeva calzini e mutande, camicie da lavoro e jeans, reggiseni e abiti, LP sognava a occhi aperti. Aveva in mente una specie di lavagna visiva, LP, dove appuntava tutte le cose che desiderava nell’ordine in cui pensava che dovessero avvenire. A sua madre piaceva dire che LP non rifletteva abbastanza, il che non era del tutto vero, ma neppure del tutto falso. LP rifletteva molto, ma ciò che non riusciva a visualizzare erano tutte le prospettive. Lei pensava di sì, ma aveva la tendenza, non certo inusuale, a considerare solo le prospettive che supportavano ciò che voleva. Quindi i piani di LP tendevano a essere come reti da pesca con buchi troppo grandi, non abbastanza forti da resistere a tutto ciò che non voleva essere catturato.

Ormai LP aveva una visione, praticamente completa, del proprio finale. Aveva sempre avuto un “ideale”, indipendentemente da quale hobby intraprendesse, e forse era per questo che non stava davvero ragionando come si deve su quel progetto. Poteva vedere lei e il bambino (pulito e sistemato e ordinato) e Kurt che camminavano insieme per la strada, facevano la spesa, andavano a prendere il gelato, tutti seduti su una coperta al picnic della compagnia di Kurt, proprio come le altre famiglie con i loro cestini e i piatti e le tazze e le insalate di cavolo.

Non più sguardi pietosi, non più sussurri nascosti dietro le mani, nessuno che le dicesse che avrebbe fatto meglio a darsi una mossa prima della sua “data di scadenza”, nessuno che le scaricasse bambini in grembo come se stessero facendo a lei e al suo arido ventre un favore.

LP stava ancora sorridendo quando finì di lavare. Si appoggiò il cestino sul fianco, tornò a casa e aprì la porta sul retro con andatura oscillante. Non appena entrò, lo sentì. Crudo e fetido, un puzzo di fogna. Le fece lacrimare gli occhi. Sbatté le palpebre, riflettendo per un momento, e poi si ricordò di Thomas. Aveva di nuovo bisogno di essere cambiato. Che diavolo gli aveva dato da mangiare Angie?

Senza fretta, mise il cesto della biancheria sul divano – il sole era caldo e la brezza alta, presto ne avrebbe avuto di nuovo bisogno – e salì le scale. A metà strada, le sembrò di udire una porta chiudersi, ma sapeva di averla già chiusa quando era entrata, quindi doveva esserlo immaginato. Forse era solo il vento.

Fece due passi nella stanza degli ospiti prima di sapere che qualcosa non andava. Normalmente, sentiva Thomas respirare: aveva il respiro pesante da russatore, nonostante fosse ancora così piccolo; ma dalla culla non proveniva alcun suono. Altri due passi, altri tre, quattro ed eccola lì: la culla vuota.

LP era impietrita, confusa, sbigottita. Tutto questo e altro ancora, tutto ciò che potresti sentire venendo colpito alla testa con un mattone o un pezzo di legno senza perdere del tutto conoscenza. Stupida. Frugò tra la coperta e il lenzuolo, il cuscino, il materasso, la fodera di plastica, tutto, nel caso in cui il bambino fosse riuscito a nascondersi da qualche parte in quel piccolo rettangolo di spazio e i suoi occhi si fossero sbagliati.

Roteò sul posto, più di una volta, quindi si spinse fuori dalla stanza e scese le scale. In cucina c’era il telefono, appeso al muro, e inciampò per arrivarci. LP quasi divelse il ricevitore dalla base, mise le dita sui tasti, in procinto di individuare quei tre numeri, i numeri che avrebbero chiamato la polizia, che avrebbero fatto sapere fin troppo presto ad Angie che, in qualche modo, LP l’aveva delusa… E LP fece una pausa, rimase a fissare: i tasti 9-1-1 sembravano brillare e bruciare più luminosi degli altri.

Lentamente distolse lo sguardo, cercando ispirazione. Dove poteva essersene andato, il bambino? Magari camminando nel sonno, arrampicandosi nel sonno…

LP stava fissando fuori dalla finestra della cucina. Fissava, fissava, fissava, paralizzata. Così che solo i suoi occhi si spostarono.

Si spostarono catturando un movimento, proprio come era successo una settimana prima; ma questa volta il movimento non era lento o cauto o nervoso. No. Svelto, svelto, svelto; felice e brusco e terribilmente crudele mentre il piccolo selvaggio, capelli arruffati, pelle sporca, lunghe unghie simili ad artigli, indugiava al limitare del bosco, un fagotto vestito di blu tra le braccia, per poi precipitarsi tra gli alberi e gli arbusti e l’erba alta.

*

Angela Slatterè l’autrice dei romanzi Vigil, Corpselight e Restoration, nonché di otto raccolte di racconti, tra cui The Bitterwood Bible and Other Recountings e A Feast of Sorrows: Stories.
Ha vinto un World Fantasy Award, un British Fantasy Award, un Ditmar Award, un Australian Shadows Award e sei Aurealis Awards; Vigil è stato nominato per il Dublin Literary Award.
Le sue opere sono state tradotte in francese, cinese, spagnolo, giapponese, russo e bulgaro.

Acquista Il Buio, numero 6

LA SPOSA PIANGENTE

di CARRIE LABEN

traduzione di Francesca Della Bona

Il nastro sta ancora registrando? Oh, non si usa più il nastro? Molto furbo. Benissimo.

Ma sul serio, ti sei fatta tutta questa strada per venire a intervistarmi a proposito della mia famiglia e ora ci ritroviamo a parlare di fantasmi! Ora, nel ventunesimo secolo, nel magico secolo del futuro che ci avevano promesso? No. Non credo nei fantasmi, perché la sposa piangente non ci ha mai perseguitato. Dio solo sa che, se c’era qualcuno che aveva tutte le ragioni per farlo, quella era lei. Forse pensi che la questione mi preoccupi, ora che sto per compiere ottantanove anni, ma non è così. Potrebbe sorprenderti, ragazza mia, scoprire che sono decisamente soddisfatta di tutto ciò che ho fatto.

Cecelia, esatto. Penso sempre a lei come alla sposa piangente perché era così che la chiamavo quando ero piccola, prima di scoprire il suo vero nome. Era nell’album delle fotografie, con l’abito bianco e lo strascico che le ricadeva ai piedi, fiori bianchi stretti tra le dita bianche, i solchi delle lacrime che le attraversavano il volto, evidenti come tagli di coltelli una volta che sapevi dove guardare. Il suo nome era stato graffiato via dalla sottile didascalia al di sotto della foto, e né Mà né Nonna lo pronunciavano. Non c’erano altre sue fotografie e non so perché Nonna conservasse quella, forse perché era anche una fotografia di Mà e dei suoi fratelli tutti insieme, vestiti eleganti per il matrimonio, e poco tempo dopo zio Robert – che era il testimone di nozze – si sarebbe arruolato e nessuno avrebbe più potuto scattare una foto di loro insieme. Morì in un incidente sulla Jeep.

Hai visto la foto? Era davvero bellissima. Ecco, lascia che te la mostri.

Uff! Ormai anche fare qualche passo mi lascia senza fiato. Comunque, eccole qui, le lacrime. Magari non si notano se passi gli occhi velocemente sulla fotografia, ma come ti dicevo, una volta che hai imparato a vedere… Questa è la prima immagine che abbia mai visto di un matrimonio, sai, e quindi è come se per me si sovrapponesse a tutti i matrimoni che ho visto in seguito. Non ho mai creduto in tutti quei sorrisi. Non ho mai pensato che qualcuno fosse davvero felice di fissare qualcun altro e dire sì, questa è la fine, non ci sarà mai niente di nuovo o di meglio per me da qui in avanti.

Oh, cara. Sono certa che il tuo matrimonio sarà adorabile. Anjali mi sembra una ragazza meravigliosa e, comunque, oggigiorno le cose sono un po’ differenti. Ragazze che sposano altre ragazze, un’idea fantastica, considerati certi uomini che a volte ci toccava sposare!
E non c’è bisogno che te lo dica: se hai bisogno di qualcosa dalla tua vecchia zia, non esitare a chiedere.

Va bene, va bene. Il frutteto di mele, sì, ci sto arrivando. La prima volta che mi sono resa conto della sua importanza avrò avuto otto anni. Ero fuori casa e non avevo il permesso di rientrare, perché tuo zio Don era un neonato e l’avrei svegliato, e visto che mio padre faceva il turno di notte allo stabilimento per l’imbottigliamento avrei svegliato anche lui.

Cadeva una pioggia leggera, smetteva e ricominciava, così mi andai a sedere sotto il melo che si ergeva poco lontano da casa. Ce n’era solo uno, ai tempi, nessun frutteto. Ero una sognatrice di bambina: mi sedevo nell’erba, strappavo gli steli e li intrecciavo, oppure inventavo storie su persone così piccole che dovevo stare attenta a non calpestarle sotto il tacco delle scarpe. O ascoltavo il mormorio delle tortore appollaiate sui rami e fingevo che mi stessero raccontando dei segreti.

Mi venne fame. Eravamo nel mezzo della Depressione e un sacco di bambini soffrivano la fame all’epoca, come mi veniva ricordato ogni volta che facevo la schizzinosa a cena, e io ero fortunata perché stavamo nella fattoria dello zio Ray, e non avevo idea di cosa fosse la vera fame, e così via. Ma era irritante. E proprio mentre stavo pensando di correre il rischio e infilarmi in cucina, una mela mi cadde in grembo.

Era sbagliato e lo sapevo, era troppo presto per le mele, non era ancora periodo. Ma sembrava succosa, deliziosa, e la mangiai comunque. Di lì in avanti l’albero divenne mio amico, andavo a sedermi ai suoi piedi anche quando non pioveva. Anche quando non era Mà a ordinarmi di uscire: quando non ero a portata di voce non poteva mettermi a fare i lavori domestici e non dovevo sorbirmi i pianti di Donny, o Mà e Papà e lo zio Ray che si urlavano addosso a seconda dell’umore. Mi sentivo più vicina che mai a comprendere le tortore, e ogni volta che avevo fame una mela cadeva dall’albero.

Le cose belle non durano, ovviamente. La scuola ricominciò e poi arrivò la neve, e quando la primavera divenne sufficientemente tiepida per tornare a passare i finesettimana all’aria aperta, Donny era abbastanza grande per aggrapparmisi alle sottane e seguirmi dappertutto, infastidendo me anziché Mà.

Sottrarmi i miei sogni a occhi aperti fu il primo grande furto che tentò, anche se io lo ignoravo per quanto potevo, limitandomi a impedire che cascasse nel pozzo o finisse a passeggiare sulla strada. E non voleva starsene sotto l’albero per un minuto intero, figurati. Scappava via, o piangeva se cercavo di trattenerlo lì. Quando si fece un po’ più grande iniziò a tirare sassi alle tortore per fare loro sbattere le ali, anche se non riusciva a colpirle. Una volta gli diedi un pezzo di mela, ma lo sputò.

La casa e tutta la terra dove si trova adesso il frutteto, sì, apparteneva tutto a Zio Ray all’epoca, essendo lui il fratello maggiore di Mà. Mà e Papà erano affittuari, in effetti, anche se quanto spesso dovessero pagare l’affitto era uno dei motivi per cui erano soliti fare baccano. Nonna viveva giusto a due campi di distanza nella casetta in cui Mà e tutti i suoi fratelli erano cresciuti, prima che la famiglia si arricchisse a la bella casa nuova venisse costruita per zio Ray e sua moglie.

Devi capire che il tuo prozio Ray era un ubriacone. Chiunque fosse quel giovane e bello sposo della foto, da che io fui abbastanza grande per iniziare a ricordarmelo, lui era immerso nel whisky ogni sera. Il fienile era attrezzato per le mucche da latte, ma tutto quello che Ray faceva era seminare mais e avena nei campi ogni primavera e vendere il raccolto ogni autunno – l’unico bestiame rimasto era una mucca che dava latte solo per la famiglia e una piccola frotta di polli, tutti allevati da Mà, perché di solito Ray era alla locanda all’ora della mungitura ed era bello che svenuto al mattino quando le uova venivano deposte. Non era un ubriacone violento, in realtà, eccetto quando decideva che aveva bisogno dei soldi dell’affitto per comprare altro whisky. Era un po’ sdolcinato. Piangeva tutta la notte, cantando a volte. Si abbandonava a lunghe reminescenze che Mà interrompeva con una parola brusca. Quel comportamento mi spaventava più dei momenti di cattiveria, anche se non riuscivo mai a capire il perché.

Quindi sì, una mattina – penso non fosse passato molto da quando Papà aveva perso il lavoro allo stabilimento e i litigi erano peggiorati – mi svegliai all’alba dopo una notte insonne a causa di Ray che cantava. Tutti gli altri riuscivano a dormirci sopra, ma non io. Fuori dalla mia finestra il mondo sembrava nuovo e segreto nella luce priva di colore e sapevo che se in quel momento, mentre ero in quello stato, Donny fosse spuntato per infastidirmi e lagnarsi rovinandomi tutto, l’avrei apostrofato in un modo che mi sarebbe costato una dose di legnate. Quindi scivolai fuori prima che chiunque altro si svegliasse e andai al mio albero.

C’era qualcosa nell’erba. Scintillava d’oro nonostante il sole non fosse ancora sorto per poterlo illuminare e ogni cosa tutt’intorno fosse ancora grigia. Lo afferrai come se avessi paura che potesse scivolare via, ma era solo una catenina, una sottile catenina d’oro con un piccolo pendente a forma di colomba, come quelle che si vedono in chiesa. Guardai in alto. Le tortore erano lì e, come se mi avessero scorto in quel momento, iniziarono a parlare di nuovo. Ero così stanca che mi sentivo come dentro un sogno. Potevo capirle in quel momento, mi stavano dicendo che io ero meglio di così e che sarei potuta volare via con loro.

Mi risvegliai in pieno giorno, Papà mi stava trasportando di nuovo dentro casa. Le botte le ebbi comunque per aver spaventato tutti in quella maniera. Ma non lasciavo mai quella piccola catenina d’oro, e la indossavo sotto la maglietta così che nessuno mi chiedesse dove l’avevo presa.

Dopo aver trovato la catenina le cose per me a scuola iniziarono a migliorare. Prima sognavo a occhi aperti lì quanto a casa e gli insegnanti non si aspettavano molto da me. Adesso le cose iniziavano ad avere senso, come se qualcuno me le stesse sussurrando all’orecchio, non solo le risposte, ma il funzionamento di ogni cosa. Come se mi stessero mostrando una mappa del mondo indicandomi il sentiero per raggiungere il cuore delle cose, capisci? Le tabelline cessarono di essere file arbitrarie di numeri e divennero ovvie come lo era scendere le scale. La mia maestra di terza elementare fu sorpresa, ma era contenta come una pasqua. Così come Mà e Papà.

Appena un anno dopo, più nessuno era sorpreso quando iniziai a prendere il massimo dei voti. Gli insegnanti erano ancora contenti, ma Mà e Papà… be’, Papà si dimenticò che ci fosse qualcosa di cui essere contenti in primo luogo, tanto era giù a causa della mancanza di lavoro per gli uomini onesti. Con Mà era diverso. Sembrava… Ciò che la tortora mi sussurrava era che Mà era sospettosa, non pensava fosse una cosa buona che io fossi così intelligente. Non riuscivo a capire per quale motivo. Non è che avessi barato. Ma era vero, lo sentivo, e sempre più spesso mi domandavo se i pensieri della colomba non fossero i miei, adesso che ero più intelligente.

Mà era agitata per il fatto che Papà non riuscisse a trovare lavoro, mentre invece zio Ray chiedeva i soldi dell’affitto sempre più spesso, per andare a spenderli alla locanda. Mà faceva del suo meglio vendendo uova e quel po’ di latte che la nostra unica mucca produceva, ma non era molto. Una sera zio Ray disse che se Papà non serviva a nulla, forse avremmo fatto meglio ad andarcene a cavalcare i binari come facevano i vagabondi. E nonostante lo avesse detto mentre faceva rimbalzare Donny sulle ginocchia («Che te ne pare?» aveva aggiunto, «Ti andrebbe di essere un piccolo bimbo vagabondo?») e Donny avesse riso, lanciò uno sguardo a Mà e io vidi la tempesta addensarsi. E anche se sognavo di andarmene dalla fattoria, in quel momento odiai lo zio Ray più di quanto avessi mai odiato qualcosa in vita mia. È sempre stato così, pensai, sono stata una sciocca a non vederlo prima.

Quella notte non andò alla locanda – niente affitto significava niente soldi e niente whisky. Suppongo, a ben vedere, che il suo credito l’avesse prosciugato da tempo, o forse perfino allora era troppo orgoglioso per accettarlo. Cantò tutta la notte, ma stavolta rimasi in camera mia e tentai di costringermi ad addormentarmi. Suppongo di aver dormito, perché sognai, e nel sogno ero la Sposa Piangente. Ero intrappolata in quel vestito e zio Ray tentava di baciarmi mentre io voltavo e rivoltavo il viso a causa del puzzo terribile del suo fiato. Mi svegliai odiandolo ancora di più, e triste come se tutto il mondo fosse scomparso. Dopo quella volta, non riuscii più a dormire anche quando non cantava.

Ben presto Mà iniziò a sgridarmi perché ero fredda e acida nei confronti di zio Ray, nonostante si capisse che anche lei era ancora arrabbiata con lui. Non mi sembrava giusto.

Era passato un mese o giù di lì quando, sferragliando, zio Ray parcheggiò la sua Dodge – un’altra reliquia di quando eravamo stati tra i fattori più abbienti della contea, prima che io nascessi – nel garage, una notte in cui solo io, tra tutti quanti in casa, ero sveglia. Ascoltai mentre sbatteva la portiera, temendo il suo canto, ma non venne mai.

Vai di sotto, qualcosa mi disse. Vai nel garage. Quando arrivai lì trovai la macchina ancora in moto e zio Ray accasciato sullo sterzo, che borbottava tra sé in un modo che lo faceva sembrare meno umano di quanto non lo fossero le tortore. Indossavo la catenina sulla mia camicia da notte – mi piaceva osservarla quando, di notte, non riuscivo a dormire – e quando lui sollevò la testa i suoi occhi vi rimasero agganciati. Tentò di alzarsi e tentò di parlare, fallendo in entrambe le cose. Probabilmente non se ne sarebbe ricordato al mattino, ma chi può dirlo? Bisogna sempre fare attenzione.

Gli scoccai un’occhiata e pensai: “Tanti saluti”, e mentre me ne andavo mi sollevai in punta di piedi e mi allungai più che potevo per afferrare la cordicella della porta del garage. Ci volle tutto il mio peso per chiuderla, ma ci riuscii.

Dormii della grossa quella notte, e fui svegliata al mattino da Mà che gridava peggio di quanto avessi mai sentito, perfino più forte di quando era nato Donny. È buffo, mi ricordo a malapena il funerale, a parte che fu lungo e cattolico e noioso. Non venne mai menzionato il fatto che Ray era stato sposato, un tempo, né che fosse un ubriacone. Quel che invece ricordo fu che dentro di me sorse lentamente la comprensione che la fattoria adesso era nostra. Zio Ray non aveva né moglie né figli perciò tutto quanto sarebbe tornato a Nonna, ed era più probabile che lei sbattesse le ali e volasse via piuttosto che si mettesse a coltivare quel posto assieme  a qualche bracciante. Sembrerà strano che proprio io abbia fatto la cosa che più di tutte ci avrebbe legato strettamente alla fattoria quando invece ero quella che se ne voleva andare, ma ero una bambina, allora, e volevo ancora che Mà fosse felice. E andare a vivere in un vagone non mi avrebbe affatto reso la vita migliore. L’ultima cosa che volevo era essere separata dal mio albero.

Ero una ragazzina ingenua e fui sinceramente sorpresa che Mà non fosse felice dell’intera faccenda. Non saremmo diventati vagabondi, non avrebbe più pianto e strepitato per colpa dell’affitto, né avrebbe dovuto chiedere perché zio Ray non vendesse la dannata macchina se proprio gli servivano soldi, o i gioielli di quella puttana. Ma, per lungo tempo, Mà non volle fare altro che piangere insieme a Nonna. Una volta andai a sedermi con loro, e fu allora che scoprii che non pronunciavano il nome di Cecelia, sai. Stavano sfogliando l’album di foto e Mà trafisse la pagina col dito e disse: «È tutta colpa sua» e nonostante sapessi che non stava parlando di me non potei fare a meno di rabbrividire.

«Già» disse Nonna cupamente, ma non fu abbastanza per Mà.

«Era felice prima di incontrare lei. Perché l’ha intrappolato se nemmeno lo voleva? Non è più riuscito a stare bene, dopo».

«Lei non era così intelligente» disse Nonna, «non importa cosa dicono tutti. Non ha mai avuto nessun piano, voleva solo divertirsi un po’ ed è rimasta fregata».

«Io dico che l’ha fatto di proposito» insistette Mà. «Pensava che avrebbe avuto una grande casa e tutta la terra e le belle cose e che si sarebbe divertita con Ray. Invece le è andata male».

Chi vorrebbe tutto questo? pensai. Divertirsi sarebbe stato bello, ma non c’era divertimento alla fattoria.

Andrò un po’ avanti, capisco quando qualcuno è paziente con una vecchia signora. Passarono gli anni e l’unica cosa che cambiò fu che Mà sembrava diventare sempre più sospettosa davanti ai miei buoni voti a scuola. In parte era colpa di Donny – lui era rimasto il suo bambino e gli piaceva chiamarmi so-tutto-io e cocca della maestra, nonché affermare che io ritenessi di valere troppo per stare alla fattoria e fare le mie faccende. Il che era vero, bada bene, non avevo bisogno della catenina per accorgermene!

Ma per quanto riguarda Mà, be’… dopo un po’ mi resi conto che c’era qualcosa che non andava in Mà. Aveva amato suo fratello più di quanto fosse giusto. In parte lo capii ascoltando lei e la Nonna, e in parte lo capii a seguito di ciò che accadde quando aveva diciannove anni, quando nacque tua madre.

Ero partita per il college l’anno prima, studiavo Scienze Agrarie alla Cornell con una borsa di studio completa. A quei tempi le donne frequentavano i corsi di Economia Domestica, ma gli uccelli mi avevano suggerito Scienze Agrarie e io mi iscrissi lì. Il mio ultimo regalo da parte dell’albero di mele prima di andarmene da casa fu un germoglio non più grande del mio mignolo, di cui mi presi cura come un figlio finché non trovai dove innestarlo in primavera.

Le mie compagne di stanza presero a chiamarmi Janey Seme di Mela. A me piaceva parecchio. Quando si trattava di alberi da frutta – non solo mele, ma pere e drupacee e perfino cespugli di bacche e viti – le mie mani non potevano sbagliare. Il professore di Genetica Introduttiva mi chiese di sposarlo, ma fu una trappola che vidi e la evitai con un salto. Le mie compagne di stanza pensarono che fossi matta. Lui aveva trent’anni e, secondo loro, era un ottimo partito.

A ogni modo, feci la mia chiamata interurbana settimanale a Mà. Non le parlai mai della proposta, dio solo sa quanto si sarebbe infuriata se avesse saputo che mi ero messa a rifiutare rispettabili proposte di matrimonio!

Mi disse che, dopo non meno di una decade che Donny aveva trascorso spadroneggiando, ci sarebbe stato un altro bambino in famiglia. Una tarda sorpresa nella vita di Mà e Papà, e a proposito, se non avessi fatto quello che ho fatto a Ray, Papà non avrebbe ricevuto l’aspettativa per la fattoria e tu forse non saresti nemmeno qui. E non fare quella faccia tutta scandalizzata! Ah!

Tornai a casa quell’estate per aiutare Mà con le faccende – a trentotto anni non era più energica come una volta, e Nonna era ben lontana dall’essere di qualche aiuto. Ma presto mi accorsi che avevo commesso un errore: per quanto mi impegnassi, per quanto le mie mani fossero capaci a scuola, tutto quel che facevo lì a casa era sbagliato.

Ci provavo, sai. Forse non abbastanza, ma ci provavo, fino al giorno in cui la catenina d’oro scivolò da sotto la mia blusa e il piccolo uccellino fu in qualche modo in bella vista sulla stoffa quando andai a portare a Mà le sue uova all’ora di pranzo.

Non appena lo vide mi afferrò per la catenina, con più forza di quanto avrebbe dovuto avere, e non potei divincolarmi per paura di romperla.

«Dove l’hai presa?» disse con una voce che non era la sua, fatta di cattiveria. «Infida puttanella, dove hai preso questa collana?»

«L’ho trovata» dissi, il che non era una bugia.

«Trovata» mi scimmiottò. «Vuoi dire rubata. Questa era di tuo zio Ray».

Non riuscii a trattenermi. Scoppiai a ridere all’idea di Ray, ubriaco e rubizzo, con indosso quella fine catenina, e siccome mi aveva tirato a sé, le risi proprio in faccia.

Mi schiaffeggiò con tale violenza che per un momento non fui altro che uno sprazzo di calore e buio. Ma per farlo aveva lasciato andare la catenina e io mi liberai.

«Sai cosa è successo all’ultima puttana intelligente che ha indossato quella catenina?» disse Mà. «È sepolta sotto l’albero di mele».

Uscii dalla stanza e quello stesso pomeriggio ero su un autobus diretto a Ithaca. Telefonai al professore che voleva sposarmi e in breve mi trovò un alloggio, ma avevo fatto solo promesse che non avevo intenzione di mantenere. Il resto di quell’estate e le stagioni successive le trascorsi immersa nelle mie ricerche, e quando nacque tua madre non lo venni a sapere, ma più tardi controllai i miei taccuini e vidi che avevo innestato sette alberi, quel giorno con i germogli dati dal primo che avevo preso dal melo di casa. Non un gran numero, ma un numero fortunato.

Presto non furono soltanto le mie coinquiline a chiamarmi Janey Seme di Mela, ma anche i miei colleghi e infine i miei studenti.

Tornavo a casa di tanto in tanto, se ti dicono il contrario non ascoltarli. Ogni qualche anno tornavo e l’albero di mele era ancora lì, nonostante i meli non vivano a lungo e quello fosse già vecchio quando mi sedevo alla sua ombra da bambina. Portavo regali a tua madre e scambiavo frasi di circostanza con Mà e Papà e Donny. Nonna era morta, e quella fu un’altra tediosa cerimonia cattolica. Conseguii una laurea breve, una magistrale, un dottorato, e non venne nessuno. Papà spediva pacchetti di manzo e bacon e sciroppo d’acero, però. Tornai a casa e piantai un piccolo albero qui, un piccolo albero lì. Circondai l’albero che era mio di compagni e amici, quelli che avevo trovato nella mia nuova vita. Se qualcuno lo notò, non disse niente.

Ero una professoressa a tutti gli effetti nel 1965, quando tua madre si trasferì e lasciò Donny e Mà ai loro sogni di un futuro che non sarebbe mai più tornato. Papà era morto l’anno prima, nessuna cerimonia cattolica per lui, grazie a Dio, perché aveva deciso a un certo punto che voleva essere cremato. Non era un uomo cattivo, tuo nonno. Non era nemmeno un brav’uomo, ma faceva del suo meglio.

Tornai a casa subito dopo che tua madre se n’era andata, pensando che sarebbe stata l’ultima volta. Il facchino alla stazione si lamentò del peso del mio bagaglio, e a ragione. Trasportavo una roccia già intagliata, il pezzo di granito che a lei avevano negato. Sai quant’è strano viaggiare su un treno attraverso mezzo stato con una lapide nella valigia, anche se è una lapide piccola? Cecelia Trybusckewitz. Niente date perché non le conoscevo, e niente parole perché non conoscevo nemmeno quelle. Soltanto il suo nome e una tortora incisa. Così adesso sai da dove viene.

Nel mio baule, di cui il facchino si lamentò meno, c’erano cinquanta germogli presi da un albero che veniva da un albero che veniva dal primo albero, grandi quanto il mio dito mignolo, e cinquanta piccoli porta-innesti su cui farli crescere.

Piantai gli alberi in ogni campo di granturco e d’avena. Un albero normale sarebbe stato tagliato in autunno durante il raccolto. Non i miei. Le mie mani non potevano sbagliare. Quando me ne andai, lasciai tuo zio Donny con un frutteto che non aveva mai voluto, alberi che non poteva né abbattere né bruciare. Non c’era una sola dannatissima cosa che ci si potesse fare, in realtà. Le mele, se devo essere onesta, furono amare per i primi anni, anche se quando l’albero maturò erano dolci come il paradiso. Gli uccelli potevano viverci in mezzo, se ti importa degli uccelli.

Donny fu costretto a crescere, alla fine. A scegliere se andarsene o morire di fame, come avevo fatto io. La terra non serviva più a nessuno, perché era troppo imbarazzante ammettere che non riusciva a disfarsi di un semplice albero di mele! Mà andò con lui. Non aveva intenzione di rimanere con la roccia che avevo posto sotto il primo albero, così vicino alla finestra della sua cucina. Non mi parlò mai più.

Dopo… be’, lo sai. Non è che tu sia venuta qui senza aver fatto le tue ricerche, sei una brava ragazza. Ma ho avuto una buona vita, e sono andata di successo in successo, di premio in premio, e non sono mai stata appesantita da un marito o da un figlio. E il vasto frutteto, quando Donny alzò le mani e rinunciò a pagare le tasse, quando quindi divenne mio, lo trasformai in un parco, un posto per gli uccelli. E non sono mai stata in pena per un solo giorno.

Suppongo di averti privato di un’eredità semmai avessi voluto tra le braccia qualche acro di mondo agricolo. Ma posso darti qualcosa di meglio.

Potresti sotterrare questa catenina sotto la lapide di granito dove avrebbe dovuto riposare fin dall’inizio. Oppure potresti prenderla e indossarla, e mettere piede sul sentiero che porta al cuore delle cose.

*

Carrie Laben è cresciuta a New York e si è laureata all’Università del Montana. Adesso abita nel Queens. I suoi scritti sono apparsi in diverse riviste tra cui Birding, The Dark,  Indiana Review,  Okey-Panky, e  Outlook Springs. Nel 2017 ha vinto lo Shirley Jackson Award in Short Fiction per la sua storia Postcards from Natalie e il Duke University’s Documentary Essay Prize per The Wrong Place. Nel 2018 è stata insignita della MacDowell Fellowship.

Acquista Il Buio, numero 5

IL LABIRINTO

di DAVID TALLERMAN

traduzione di Stefano Paparozzi

Aveva sette anni, e se non avesse visto il cartello non sarebbe successo niente.

La tenuta della baita era ampia, apparentemente illimitata. Erano già stati dentro la casa, avevano pranzato al bar, avevano esplorato sia i giardini inferiori che quelli superiori ed erano risalti fino al lago. Era tardo pomeriggio e c’era una vaga freschezza nell’aria; Laurie era irritabile e le facevano male i piedi. Aveva fatto i capricci per motivi che in seguito non avrebbe saputo ricordare e suo padre aveva deciso che sarebbero tornati all’auto. L’atmosfera era tesa. Lui non la guardava neanche: quand’era arrabbiato trovava il modo di cancellarla dalla propria esistenza, una capacità che la inquietava molto. Laurie era pentita, benché frustrata. Iniziò a cadere una pioggia leggera.

C’erano cartelli di legno ovunque, con codici a colori, le direzioni segnate in caratteri neri come il carbone. Laurie aveva presto preso l’abitudine di ignorarli. Non c’era motivo per cui non dovesse ignorare anche quello, ma così non fece: il suo sguardo fu catturato dalla parola DEDALO. Sapeva che un dedalo era un tipo di labirinto. L’idea la colmò di un’eccitazione non del tutto piacevole.

«Possiamo?» chiese. Rivolse la domanda alla mamma, avendo cura di minacciare con la voce nuove lacrime.

«Stiamo andato al parcheggio» rispose suo padre.

Laurie frignò. «Non facciamo mai quello che va di fare a me». Diceva sul serio: non l’avevano trascinata tutto il giorno come un pacco?

«È di strada» osservò la mamma. Controllava una mappa sopra il cartello. «Per Laurie è stata una giornata lunga».

Suo padre si limitò a scuotere le spalle e riprese a camminare. Laurie considerò quanto rischiava a lamentarsi di nuovo e decise che era meglio non rischiare. L’umore del padre, sempre imprevedibile, negli ultimi tempi era peggiorato notevolmente.

All’incrocio successivo, lui ignorò il cartello PARCHEGGIO e seguì quello DEDALO. Era stata presa una tacita decisione, e alla fine Laurie aveva ottenuto quello che voleva.

Non ci volle molto per raggiungere il punto in cui la mappa asseriva ci fosse un dedalo, ma ciò che raggiunsero non era neanche vagamente come lei se lo aspettava. Aveva immaginato delle alte mura di pietra, ma c’era appena un arco di canne sulla siepe che correva di fianco al sentiero. A Laurie sembrò più spontaneo che intrecciato. Non c’era nulla che indicasse che quell’apertura fosse l’ingresso, a parte il fatto che al centro c’era una placca stretta con incisi dei segni. Vi lanciò solo un’occhiata, anche se in seguito si sarebbe spesso spremuta le meningi per riesumare qualche dettaglio di cosa vi aveva visto.

«Dobbiamo fare in fretta» disse suo padre. «Presto farà buio».

Laurie sapeva che non era vero. Mancava ancora più di un’ora perché si facesse sera. Ciononostante, il cielo si scuriva, carico di nuvole grigie che continuavano a disperdere una pioggerellina costante. Delusa dal dedalo, era quasi pronta a dire che preferiva tornare all’auto.

Forse avrebbe dovuto, visto che suo padre gliene aveva dato la possibilità. Prima che lei potesse esprimere i suoi dubbi, lui oltrepassò l’arco. La mamma le diede una pacca sulla spalla e disse: «E allora andiamo». Suonava stanca. Seguì il marito, e a Laurie non rimase altra scelta che affrettarsi a rincorrerli.

All’inizio camminarono in mezzo ad altre siepi, ma presto queste terminarono. Raggiunsero una zona ampia e aperta, con lastre di pietra bianca che si facevano largo nel suolo pallido. Il perimetro irregolare era delimitato da cespugli e alberi bassi dall’aspetto selvatico. C’erano tre, anzi quattro altri sentieri che partivano dai bordi verso direzioni diverse.

Laurie pensò che dovevano essere finiti nel posto sbagliato. Magari questo era un altro giardino, uno senza fiori, o una parte della tenuta che era caduta in disuso. Ma non ebbe tempo di farsi domande, perché suo padre aveva imboccato una delle uscite e la mamma era vicino a lui.

Laurie dovette affrettarsi di nuovo. Non c’era alcun senso di chiusura, da nessuna parte: ai bordi dell’ampio sentiero c’erano cespugli ad altezza del ginocchio, macchie di corniolo e salice, pietre impilate o talvolta ciocchi di legno. Sporadicamente, delle svolte e degli incroci. Suo padre sembrava scegliere a caso. Laurie si rese conto che aveva smesso di piovere. Il cielo aveva un colore strano, né grigio né blu.

Sentiva espandersi l’ira di suo padre. Non capiva se fosse diretta verso di lei, verso sua madre o verso il dedalo, ma la spaventò. E se avesse perso la pazienza? Se l’avesse abbandonata lì? L’idea la riempì di un tale terrore che le venne voglia di aggrapparglisi addosso, di farsi trascinare, se necessario. Non osò farlo: non trovò neanche il coraggio di prendere per mano la mamma.

La zona successiva era circondata da alberi più alti di quelli davanti a cui erano passati in precedenza, e curvati verso l’interno. Sul terreno c’erano sculture di pietra che sembravano totem, la più alta delle quali arrivava alla spalla di Laurie. Alcune figure erano chiaramente identificabili come animali. Altre erano sconosciute.

Nella zona seguente c’era un pozzo, e quando Laurie si affacciò sulle sue profondità vide che scendeva per mezzo metro, terminando in un cerchio di fango umido.

Nella successiva c’era una piccola fontana, ma era spenta. Non capiva se il bacino color acquamarina fosse davvero vecchio o fatto apposta perché lo sembrasse. La figura al centro era una specie di sirena, e Laurie era certa che, se ci fosse stata acqua, la corrente sarebbe sgorgata dalla sua bocca spalancata. Qualcuno aveva gettato delle monete nelle poche dita di acqua stagnante, e queste scintillavano come le prime stelle della sera. Laurie si domandò cos’avessero desiderato quelle persone. Trovare la via d’uscita? Prima che potesse lanciarci una delle sue monete, suo padre aveva proseguito.

Ora i sentieri erano costeggiati da siepi alte e fitte, così strette che i tre dovevano camminare in fila. Finalmente Laurie si sentiva davvero in un labirinto. Ma per raggiungere quel punto avevano camminato a lungo, e dubitava che suo padre sarebbe riuscito a ritrovare la strada per l’uscita.

Nello spiazzo successivo c’era un piccolo edificio, quasi il modellino di una casa. Il legno attorno al tetto era ornato in uno stile che le fece pensare a Heidi o The Sound of Music. Per qualche motivo, Laurie era certa che quello fosse il centro del dedalo. La casa aveva una sola porta, chiusa con un chiavistello. Suo padre stava proseguendo, ma Laurie non riuscì a resistere alla tentazione di spiarvi dentro. Né, mentre apriva la porta, poté rifuggire la certezza che lo spazio interno le sarebbe stato familiare: il loro salotto o la cucina, forse persino camera sua. Invece era vuota, a parte delle basse panche lungo le pareti, e aveva un forte odore di muschio. Probabilmente la casa era un rifugio in caso di maltempo, un rifugio in cui forse pochi si imbattevano.

Quando chiuse la porta e fece scorrere di nuovo il chiavistello, i suoi genitori erano scomparsi. Per un attimo il panico paralizzò Laurie. E se l’avessero davvero abbandonata? O non fossero riusciti a tornare da lei? Suo padre era già così arrabbiato e lontano che comprensibilmente non ci avrebbe neanche provato.

Escluso il passaggio da cui erano arrivati, c’erano due uscite dallo spiazzo. Quasi scelse quella a sinistra, ma all’ultimo istante cambiò idea. Sorpassata la prima svolta, vide i genitori qualche passo avanti. Non avevano aspettato che li raggiungesse. Quando ci riuscì era quasi senza fiato, una fitta le lacerava le costole.

Poco dopo, le siepi si aprirono. Il sentiero era nuovamente delimitato da cespugli bassi, ciocchi e pietre. Laurie si chiese se il padre sapesse dove stava andando e se avesse un piano, ma aveva un volto rigido che non rivelava nulla.

Quando alzò lo sguardo, Laurie venne colpita da un’inaspettata, travolgente sensazione: non conosceva quell’uomo e quella donna che le camminavano a fianco. In qualsiasi momento potevano essere stati sostituiti da altre due persone identiche: come poteva scorprire la verità? E se avesse scelto male? Se avesse dovuto girare a sinistra e non a destra?

Arrivarono a un’altra arcata di vimini. Rifletteva il varco da cui erano entrati, anche se Laurie era convinta che non fosse lo stesso. Il sentiero al di là, al limite di un ripido declivio e un fitto bosco, non le era familiare. Più avanti ancora vide uno dei cartelli di legno, il primo da quando erano entrati nel dedalo.

Erano usciti? Non ce n’era indizio. Questo sentiero a tre linee poteva anche essere parte del labirinto, una sua propaggine. Quando iniziò a riconoscere scorci dell’esplorazione precedente, a Laurie sembrarono un poco differenti. Arrivati al parcheggio, questo le parve familiare ma strano. E così l’auto. Forse era solo una che assomigliava alla loro, in un parcheggio identico a dove l’avevano lasciata: tutto una replica, quasi perfetta.

La sensazione le rimase durante il tragitto verso casa. I suoi genitori rimanevano zitti. Anche se avessero parlato, non avrebbe osato rivelare loro cosa provava. Non aveva paura che le dessero della sciocca, bensì il contrario. Il suo terrore più grande era che ammettessero la verità: che non erano davvero i suoi genitori, ma ci assomigliavano soltanto. Che in realtà erano del popolo del labirinto, in quel labirinto di mondo che si torceva senza fine.

Per Laurie era difficile identificare il momento preciso in cui si era resa conto che tutto era cambiato.

I suoi quasi non si parlavano più. Suo padre sembrava uno sconosciuto, sia a Laurie, sia alla mamma. Lavorava di più, tornava tardi. A volte Laurie scopriva la mamma a piangere, o la sentiva soffocare i singhiozzi da un’altra stanza. A volte litigavano, anche se non spesso, dopo che Laurie era andata a letto. Rimaneva sveglia ad ascoltare, tentando di riassemblare i frammenti urlati e ricavarne una spiegazione di cosa potesse significare quell’improvviso conflitto.

Ma in cuor suo sapeva la verità. Continuò a seguire le tracce dei cambiamenti a ritroso fino a quel giorno, fino al dedalo. Era successo là: qualcosa di importantissimo e intangibile era andato perso. Erano entrati come una famiglia, erano usciti come sconosciuti… o non erano usciti affatto.

Era questa l’idea che l’ossessionava sempre più. Come si poteva esserne certi? La convinzione cresceva a ogni litigio origliato, a ogni gelida occhiata dalla mamma tutte le sere che suo padre tornava irresponsabilmente tardi. Quella non era la sua vecchia vita. Non era la sua vecchia casa. La strada che percorreva per andare a scuola (che era leggermente sbagliata) non era la strada che percorreva settimane prima. Tutto, tutto quanto era il dedalo, e forse un giorno avrebbe voltato l’angolo e ci sarebbe stato l’arco di vimini, il sentiero, la versione della sua famiglia che adesso era scomparsa.

La separazione arrivò quell’inverno. Non sorprese nessuno, e Laurie si considerava al di là del punto in cui potesse rimanere scioccata da qualcosa. Le dissero che era momentanea, ma lei sapeva che non era così. Era ovvio che quei due sconosciuti non avevano alcun motivo di stare insieme, di mantenere in piedi la farsa di essere i suoi genitori. Quasi si dispiaceva per loro: la messinscena non doveva essere stata facile.

Andò a vivere con la mamma. Non se ne discusse. All’inizio stettero con i nonni, ma l’estate successiva avevano un casa per loro. Non era bella come la vecchia, e per Laurie trasferirsi significò cambiare scuola. Vedeva il padre una volta a settimana, e i loro incontri erano rigidi e imbarazzati. Una volta lui puzzava di alcool e quasi non le parlò. Un’altra corse via dalla stanza e lo sentì piangere in bagno. Sembrava più sconosciuto del solito, e pareva avere abbandonato qualsiasi tentativo di convincerla. Dopo l’undicesima o dodicesima visita, Laurie disse alla madre che non voleva più vederlo, e lei non ebbe nulla da obiettare.

Quell’anno arrivarono ancora biglietti di auguri per il compleanno e per Natale. Contenevano messaggi impersonali. Li avrebbe potuti scrivere chiunque. Laurie dava per scontato che fosse la scrittura di suo padre, ma non poteva dirlo con certezza.

Quantomeno la vita a casa era più semplice. Andavano d’accordo: di rado sua madre alzava la voce con lei. Ma a scuola Laurie era distratta. Su tutti i libri di esercizi scarabocchiava labirinti che si univano, si sovrapponevano e non avevano fine.

Gli altri bambini pensavano fosse strana, e anche lei lo pensava di loro. Erano finti e non lo sapevano. Credevano davvero che il mondo dentro il dedalo fosse vero.

Quando arrivò all’adolescenza, Laurie non parlava più tanto spesso del labirinto. Poco alla volta riuscì a convincersi che non importava, o quantomeno che il danno ormai era fatto. E  se anche il mondo fosse stato in qualche modo sbagliato? Se era davvero un inganno, era perfetto in ogni suo dettaglio.

Pur sapendo ciò, pur comprendendo che la sua esistenza era un’illusione, non fu mai in grado di connettersi del tutto. Che senso aveva, se una svolta o un passo attraverso la soglia sbagliata potevano riportarla di nuovo nella vecchia realtà? Che scopo aveva preoccuparsi delle persone, quando erano soltanto membri del popolo del dedalo? Mano a mano sua madre diventava più irriconoscibile e lontana, così Laurie trovava più difficile fingere di volerle bene. Quando si risposò, Laurie si rese conto che la transizione era completa. Fra loro non c’era più nulla.

Laurie conobbe James all’università. Non era particolarmente bello, né era qualsiasi altra cosa, ma la faceva ridere e non la trattava come se fosse strana. Con lui si trovava a suo agio, dopo avere abbandonato molto tempo prima la speranza di sentirsi a proprio agio con qualcuno. Aveva un paio d’anni più di lei e capiva il mondo in un modo che a lei sfuggiva, una praticità intuitiva che la rassicurava. Rese la sua vita più reale.

Forse nessuno dei due credeva che la relazione potesse sopravvivere all’università (specialmente dopo che James si fu laureato ed ebbe iniziato a lavorare), ma lo fece. Laurie non era interessata a trovare qualcun altro, e James per qualche ragione era soddisfatto con lei. Quando si laureò anche Laurie, andarono a vivere insieme in un’altra città, e da allora le probabilità che si lasciassero si fecero meno consistenti. Per Laurie, che evitava le decisioni quando poteva, non esistevano neanche.

Il cambiamento non è una cosa che si fa a comando. Il cambiamento è una svolta errata, un incrocio inaspettato che ti lascia l’illusione della scelta. O lei e James sarebbero rimasti insieme per sempre, o sarebbero andati in pezzi. Finché non la colpiva troppo in profondità, il risultato non era così importante.

Si sposarono quando lei aveva ventitré anni e lui venticinque. Un matrimonio modesto, gran parte degli invitati erano amici e parenti di James. La madre di Laurie venne con il nuovo marito. Non invitò il padre.

Quasi esattamente cinque anni dopo, più o meno quattro anni dopo che era nato Michael, Laurie finalmente fu consapevole di cosa doveva fare.

L’impulso venne dal nulla, e al contempo era irresistibile. Capì subito che non poteva dirlo a James: avrebbe significato portare sia lui che Michael, e la prospettiva la avvicinò al panico. E se si fossero persi come aveva fatto lei? E il peggio era che non ne sarebbe mai stata sicura, ma l’avrebbe sempre sospettato.

L’unica alternativa era mentire. Inventò una storia su un viaggio d’affari, disse che doveva andare a recuperare una collega per qualche motivo. Sapeva che James non ci aveva creduto. Probabilmente pensava che lo tradisse, come Laurie era sempre più convinta stesse facendo lui.

Laurie si convinse che partiva per prendersi una pausa. Gli altri motivi erano sciocchi, solo uno scherzo: andava tutto bene, un paio di giorni lontana da James, persino da Michael, non potevano che farle bene. Prenotò una stanza in una pensione vicina con un ristorante che sembrava di classe. Da quant’è che non riposava, che non riposava davvero, anche solo per una notte?

I suoi buoni propositi svanirono quando arrivò. La pensione era carina, la stanza anche, ma riusciva appena a sforzarsi di guardarle, perché sapeva che il dedalo era vicino. Attese solo il tempo necessario a scaricare il suo piccolo bagaglio, prima di tornare in macchina e guidare fino alla baita.

Non era come la ricordava. Si accorse che la ricordava a malapena. Le sue memorie erano un collage di altri momenti, altri luoghi, vagamente incollati insieme. Il parcheggio era stato spostato, oppure ampliato. In ogni caso, il nastro di asfalto non le era per niente familiare.

Comunque, per testardaggine o forse per paura, Laurie insistette a basarsi sui suoi ricordi frammentati e abbozzati. Ignorò i cartelli, rifiutandosi di prendere un dépliant stampato dall’ufficio informazioni. Si convinse che i passi che compiva per salire la collina accidentata le avrebbero acceso qualche scintilla di memoria.

Il lago era ancora lì. Ma erano cambiati i ponti sul fiume che lo alimentava dal centro e i radi pini intorno, e con loro i sentieri che vagavano al limitare dell’acqua. O così pensava Laurie: in quel momento era disposta ad ammettere che forse era la sua memoria a essere instabile e inaffidabile. Ciononostante, aveva fiducia nel fatto che avrebbe ritrovato la strada per l’ingresso del dedalo. Sarebbe bastato scendere dalla collina verso il parcheggio, lasciare che la sua mente inconscia scivolasse nel passato e prendesse decisioni al posto suo.

Non sapeva cos’avrebbe fatto una volta là. Forse alla fine sarebbe dovuta arrivare al centro, alla casa vuota e dall’odore di umido, per scoprire se i suoi occhi adulti avrebbero visto risposte che si era persa da bambina. Forse avrebbe dovuto percorrere il labirinto al contrario: teoricamente una cosa del genere era possibile. L’idea era eccitante e la terrorizzò. Sarebbe cambiato qualcosa? Avrebbe incontrato la se stessa del passato e i suoi veri genitori, ancora a vagare in questi sentieri infiniti? Si sarebbe ritrovata all’arco di canne, di nuovo bambina, stavolta con il coraggio di voltarsi?

Non l’avrebbe mai saputo. Il dedalo non c’era più. Laurie non riusciva a identificare nessun dettaglio che potesse riconoscere, anche se c’erano pezzi, frammenti sparsi, un albero o una pietra o una sezione di muro che si ergevano vividamente nei suoi ricordi. Dopo un’ora a esplorare non c’erano dubbi: aveva attraversato tutta l’area dove avrebbe dovuto trovarsi, dal lago al confine occidentale della strada di asfalto che circondava la tenuta. Ma il labirinto poteva davvero essere così piccolo? La ragione le diceva che avevano vagato per quei sentieri tortuosi per almeno venti minuti. A Laurie quei minuti erano sembrati ore, epoche, una vita in miniatura.

Una volta esplorato tutto quello che poteva, si sedette su una grezza panca di legno spaccato e si prese la testa fra le mani. Non poteva più negare quel che aveva dedotto dall’inizio: non era il dedalo a essere scomparso, erano le sue volute che avevano consumato tutto il resto. Quello che aveva percorso anni prima non era che un guscio da tempo scartato.

Passò il resto del pomeriggio a vagare per la tenuta, provando a dare un senso a tutto quel che era successo. Ora capiva che era così che funzionava il mondo: prendi una svolta sbagliata e la tua rotta è definitivamente cambiata, a volte irreparabilmente danneggiata. Non c’era più nulla da fare. L’unico problema di Laurie era che aveva imparato la lezione prima degli altri, e se l’era sepolta nel cuore.

Se ne andò prima che calasse la sera, consapevole che la baita avrebbe potuto chiudere per la notte e terrorizzata all’idea di rimanere chiusa lì. Sospettava che ciò che era riuscita in qualche modo a superare durante il giorno sarebbe diventato insostenibile di notte. Qualsiasi fosse la fonte del coraggio che le aveva permesso di affrontare il passato e la sua relazione così contrastante con esso, adesso era esaurita. Pensò di tornare a casa, ma la prospettiva di guidare per ore nell’oscurità era soltanto di poco più rassicurante che rimanere nella tenuta.

Tornata alla pensione, mangiò un piacevole pasto di cui sentì appena il sapore, bevve più di quanto faceva normalmente, andò subito a letto e solo quando stava per spegnere la luce si accorse delle chiamate perse di James sul cellulare. Si ricordò che gli aveva promesso che l’avrebbe chiamato, che avrebbe dato la buonanotte a Michael. Sarebbe stata la prima volta che non lo faceva, da quando era nato.

Laurie spense il telefono, si girò, e si arrese al sonno.

Si alzò presto, anche se non aveva impostato la sveglia. Si sentiva più lucida, calma. Quando accese il telefono, c’erano altre chiamate perse di James. Laurie fece i bagagli e lasciò la pensione.

Non sapeva come tornare a casa. Invece di chiedere al navigatore, guidò a caso, scegliendo le strade come aveva fatto nel terreno della tenuta, basandosi su frammenti di ricordi, o su intuizioni, o su niente in particolare. Quelle strade erano un nuovo dedalo, un labirinto nel labirinto, e in quel momento la colpì come fossero progettate per confondere e scoraggiare.

Laurie continuò a guidare. Era più facile che pensare. Aveva messo il telefono in modalità silenziosa, ma lo sentì ronzare dal sedile accanto una decina di volte. Ogni vibrazione suonava meno urgente della precedente. Se si fosse fermata e avesse chiamato James, sarebbe dovuta tornare a casa, e non era pronta per questo. La direzione che aveva preso, per quanto irrazionale, le sembrava più semplice e corretta.

Ma non poteva guidare per sempre. Iniziò a spiare nomi familiari tra i luoghi che finora aveva accuratamente ignorato. Un’improvvisa svolta a sinistra la portò in un groviglio di stradine dentro una specie di terreno industriale, e infine si ritrovò in un vicolo cieco senza altra scelta che parcheggiare alla sua destra, davanti a un’ampia ala quadrata di un edificio, due piani di altezza e di triste progettazione anni Settanta.

Laurie sapeva dov’era arrivata, dove l’aveva portata il suo subconscio. Aveva cercato su internet immagini della struttura, quando l’avevano contattata.

Sei mesi prima, suo padre aveva avuto un ictus. L’ospedale privato in cui si trovava aveva contattato Laurie per chiederle se intendeva andarlo a trovare e se voleva avere aggiornamenti sulle sue condizioni. Non aveva risposto alla lettera, né alle lettere e chiamate che seguirono. Sarebbe stato inutile spiegare loro che suo padre era scomparso dalla sua vita anni prima.

Ma ora era lì. Aveva percorso il labirinto rifiutando qualsiasi scelta, lasciandosi trasportare dalle sue volute, e ora era al centro. Era ovvio, e se ne sarebbe dovuta rendere conto: un dedalo era inutile senza un mostro. Capì chi l’aveva perseguitata per così tanto tempo: non la sua presenza, ma la sua crescente assenza, come un riflesso che si ritira nel fondo di uno specchio.

Per quanto il personale fosse sorpreso della sua apparizione improvvisa, non la mandarono via. In effetti l’infermiere che la accompagnò sembrava compiaciuto. «Suo padre non riceve molte visite» disse.

Laurie rispose evasivamente. Non aveva mai voluto venire a trovare il padre, quindi perché altri avrebbero dovuto farlo?

Mentre percorrevano corridoi che differivano solo per il colore (dall’azzurro al giallo al verde salvia), le disse cosa aspettarsi: «Suo padre non ha ancora recuperato la mobilità. Nelle giornate peggiori fatica a parlare. Si prepari a una conversazione difficile».

Laurie annuì. Sarebbe stato inutile spiegare che non si aspettava altro.

Suo padre era seduto sul letto, o meglio, era stato messo così. Aveva il volto cadente e gonfio, giaceva di sbieco ed era molto più vecchio di quanto ricordasse. Si rendeva chiaramente conto della sua presenza. Laurie sentiva che l’aveva riconosciuta. Sapeva che c’erano delle cose da dire in situazioni del genere, banalità che dovevano essere espresse. Quantomeno avrebbe dovuto spiegare a quell’uomo che non aveva visto per anni per quale motivo fosse lì.

Invece Laurie prese la sedia accanto al letto e faticò a trovare le parole che cercava di esprimere. «Cos’è successo quel giorno?» disse. «Quel giorno nel labirinto. È stato l’ultimo viaggio di famiglia, prima che tutto andasse in pezzi. Ti ricordi? Ho bisogno che tu mi dica cos’è successo davvero.»

La bocca del padre si mosse, ma non ne giunse alcun suono. Laurie pensò di aver scorto del dolore, molto al di là di quegli occhi.

«Sei davvero mio padre?» lo sfidò. «O sei qualcos’altro?»

Di nuovo nessuna replica, se non un muto gorgoglio dalla gola, come la risposta che voleva dare si fosse blocca e non riuscisse a liberarla.

«Ti odio» gli disse. «Ti odio, e spero che tu soffra dove sei.» Perché aveva compreso che ora anche il padre era intrappolato, e non poteva trovare una via di uscita.

Lui allungò una mano tremante e il movimento la sorprese. La forza delle dita si esaurì prima che la raggiungesse, caddero sulla coperta. Laurie contemplò la mano del padre come fosse una creatura che si accasciava a morire. Per la prima volta, provò una sensazione diversa dal suo stesso dolore.

«Perché» chiese «le cose devono cambiare?»

Laurie iniziò a piangere. Pianse come una bambina, come la bambina che era stata e che riusciva a malapena a ricordare, che aveva perso e non avrebbe più ritrovato. Pianse per sé, per suo padre, per la loro famiglia, per il fatto che le decisioni non hanno un esito prevedibile. Pianse per il dedalo e per cosa significava viverci dentro, e la consapevolezza che non c’era uscita, per nessuno. Pianse per il sollievo e per la liberazione che le portò quella consapevolezza.

Dopodiché afferrò la mano del padre. Non c’era più rancore in lei, e tutto quello che vedeva nel letto davanti a sé era un vecchio sconosciuto fragile che assomigliava a qualcuno che una volta era stato il centro della sua vita.

Fuori il sole tramontava. La luce ambrata donava uno strano splendore e una dignità persino alle strade, ai prefabbricati, ai prati fioriti troppo ordinari dei parcheggi degli uffici.

Mentre tornava a casa, Laurie si accorse che vedeva tutto in modo diverso. Una gabbia dorata è pur sempre una gabbia, ma questo non intacca la sua bellezza. Il cielo che imbruniva, gli alberi che ondeggiavano, le macchine sull’autostrada, un serpente nero macchiato di rosso brillante: era vero che tutto ciò era il labirinto. Ma era sempre stato così, e lo sarebbe sempre stato. Erano tutti intrappolati, e alla fine ogni conseguenza portava più lontano un centro irraggiungibile. Ma erano intrappolati insieme, tutti esattamente allo stesso modo. Non era sola.

James doveva aver sentito l’auto entrare nel vialetto. La aspettava all’ingresso mentre scendeva. Per lei era difficile separare le emozioni mescolate sul volto di lui, o sapere cosa avrebbe dovuto rispondergli.

«Mi spiace» disse sfiorandolo mentre entrava. Aveva una gran voglia di vedere suo figlio.

Michael era visibilmente grato che fosse successo qualcosa, indipendentemente da cosa. All’inizio era inconsolabile, ma dopo che Laurie lo prese in grembo per qualche minuto e gli giurò che non l’avrebbe mai più abbandonato, iniziò a calmarsi. Poi lei lo portò al piano superiore e lo mise a letto.

Riguardo James, all’inizio rimase arrabbiato, come lei non l’aveva mai visto. Ma Laurie capiva che aveva solo avuto paura. Resistette alla tempesta della sua ira, al desiderio di confrontarsi con lui: sull’infedeltà che lei sospettava, su come il lavoro lo rendesse freddo, distante, distratto. Per quello ci sarebbe stato tempo, e la prospettiva di compiere scelte difficili non la spaventava più come un tempo.

«Mi spiace» disse, e continuò a ripeterlo. Le parole erano facili da pronunciare, perché erano sincere. Ma non importava in quanti modi lui lo chiedesse: Laurie si rifiutava di spiegare dov’era stata.

«Mi ero persa» fu l’unica risposta che riuscì a dargli.

*

David Tallerman è autore del recente thriller The Bad Neighbor, della serie YA fantasy The Black River Chronicles, della trilogia Tales of Easie Damasco e del romanzo breve Patchwerk.

Racconti di David sono apparsi in un’ottantina di riviste, tra cui Clarkesworld, Nightmare, Alfred Hitchcock Mystery Magazine, e Beneath Ceaseless Skies. Alcune delle sue migliori storie dark fantasy e horror sono raccolte nella sua prima raccolta personale, The Sign in the Moonlight and Other Stories.

Lo trovate online su www.davidtallerman.co.

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DAMMI IN PASTO AL MARE

di ANDREA CASSINI

«Lasciamo morire il fuoco» disse Fa’tu. «Sta per cominciare».

Stavano seduti sulla spiaggia, le gambe incrociate, gli occhi persi verso l’orizzonte marino. Sulla superficie dell’acqua, notò Ashe, la luce delle stelle si rifrangeva come su uno specchio; tirando un filo intorno a ogni punto si sarebbero potute disegnare le costellazioni e i sentieri celesti.

Anche quella striscia di sabbia era un brulicare di luci. Centinaia di piccoli fuochi come il loro, racchiusi in cerchi di rocce; le fiamme languivano soffocate dalle braci e i volti degli uomini si nascondevano nell’ombra. Il rumore delle chiacchiere similmente scemava, seguiva il fluire delle onde. Si attendeva e si pregava in silenzio, qualcuno intrecciava le dita o sacrificava una ghirlanda di conchiglie tra gli ultimi guizzi del fuoco. La bassa marea aveva snudato la spiaggia e le tartarughe guadagnavano la costa, annaspando tra le secche. Il serpente stava per arrivare. Il mostro che avrebbe mangiato le lune.

«I nostri mondi sono diversi» disse Ashe. «Eppure il cielo sotto cui viviamo dovrebbe essere lo stesso. Questo serpente, io, non l’ho mai visto». Lui era uno straniero, un figlio del continente esiliato nella più piccola delle Diecimila Isole. Le lune non erano diverse da quelle che gli stavano sopra la testa da bambino, quando si affacciava alle finestre del castello – prima che l’Impero lo desse alle fiamme. Occhieggiavano sopra l’oceano, tutte e cinque.

«Baku è il nome del serpente» fece Fa’tu. «E sono i nostri dei a essere diversi, non i nostri cieli. Tu pensi che abitino lassù. Che le stelle raccontino il tuo destino. Vedrai come se le mangerà Baku, le tue preziose lune. Affidati alla grande bocca del Dio, che è il mare. Quello, nessun mostro ce lo porterà mai via».

Ashe sbuffò e si alzò in piedi. Poi si tolse la spada dalla cintura e la conficcò nella sabbia. Gli sarebbe piaciuto possedere una fede solida come quella di Fa’tu, ma è difficile affezionarsi agli dei, anche a quelli della propria terra, quando la tua intera famiglia finisce arrostita sotto i tuoi occhi. Un mormorio si diffuse per la spiagga e lo distolse dai suoi pensieri.

«Guarda» lo chiamò Fa’tu. «Le tartarughe». Avevano raggiunto la linea della costa e adesso arrancavano sulla sabbia. Come costrette in un imbuto, si stringevano e avanzavano verso un solo punto. Gli uomini l’avevano lasciato sgombro dai loro fuochi, nessuno si era accampato lì intorno. Un recinto di pietre delimitava una voragine scavata tra le dune. Le tartarughe si accalcavano pur di raggiungerla per prime, si scavalcavano, si mordicchiavano con le bocche rugose. Ad Ashe sembravano le pecore che pascolavano nelle sue terre, pronte a gettarsi in un burrone se solo qualcuno ce le avesse condotte. Quei colpi sordi, alle sue orecchie, erano un suono crudele. I gusci bianchi si ammonticchiavano nella fossa uno dopo l’altro.

«Perché fanno così?» chiese. «Perché sono così stupide?» Ne seguì una con lo sguardo. La vide brancolare con le zampe nel vuoto, incastrata tra decine di sue simili. Poi soffocò schiacciata dal peso delle altre, morendo in una inconsueta quiete.

«Vanno a morire sulla tomba della loro madre» rispose Fa’tu. «La tartaruga di marmo. Era grande quanto dieci di loro messe insieme. I primi coloni navigarono fino alle Diecimila Isole sul suo dorso».

Un animale leggendario, come quelli che andavano estinguendosi sul continente, pensò Ashe. Nelle sue terre del nord vivevano orsi giganteschi; nelle storie, gli antenati li addestravano alla guerra, ma lui non ne aveva mai visto uno.

«Ed è morta proprio qui?» chiese.

Fa’tu chinò il capo. Con un dito disegnava cerchi sulla sabbia. «L’abbiamo uccisa noi. Generazioni e generazioni fa. Da allora, Baku ha cominciato a mangiare gli uomini».

Uno stridio squarciò il cielo notturno, da est a ovest. Ashe afferrò la spada con entrambe le mani ma Fa’tu lo trattenne per un polso. Anche lui era scattato in piedi. «Guarda» gli disse.

Il serpente strisciava sopra l’oceano sbattendo le ali. La pelle era una corazza squamosa che pareva brillare di luce propria; quella delle stelle, la oscurava con le sue spire. Baku sbandierò la coda e si lanciò in picchiata. Le punte dei suoi barbigli d’argento, arricciate, incresparono la superficie del mare e i cavalloni s’infransero sulla costa. Quando spalancò la bocca, ruggì. Sguainò un paio di zanne affilate. Divorò per prima la luna rossa. Quella dei guerrieri, quella sotto il cui segno Ashe era nato; quella che governava il suo destino. Un solo boccone ed era scomparsa dal cielo, insieme all’alone sanguigno che l’accompagnava. Poi inghiottì la luna verde. La più grande, la luna sognante, quella che invitava alla partenza i viaggiatori. Dovette divaricare le fauci per spingerla in fondo allo stomaco e a qualcuno, tra la folla, scappò un grido. La sagoma bistonda della luna incurvava il ventre della bestia.

Le altre, al confronto, erano sassi opachi. Briciole, al cospetto dell’appetito di Baku. Con un morso addentò la luna bianca, la luna dei santi, poi buttò giù la gialla e la blu; la luna degli eroi e la luna dei poveri. Nel cielo buio adesso brillavano soltanto gli occhi di Baku, simili a tizzoni ardenti. Si teneva a galla a mezz’aria, in equilibrio sulle ali; pareva di udirlo masticare.

Ashe si concesse un respiro, il primo dall’inizio della scena. Aveva estratto la spada dalla sabbia ma non osava sollevarla sopra la spalla. La lasciò cadere, scosso da un brivido. Quando, in rare notti, l’oscurità inghiottiva il cielo, sul continente davano la colpa alla sesta luna: la luna nera sotto il cui segno nascevano criminali e assassini, la luna fantasma che rubava la luce alle sorelle. No, il suo cielo non era lo stesso delle Diecimila Isole. Nel cielo del continente, non cavalcava Baku.

Poi il soffio guerresco di un corno. Era il momento. Ashe si fece da parte mentre Fa’tu imbracciava l’arco. Gli uomini scoccarono una raggiera di frecce verso l’alto. Avevano intinto le punte nel fuoco e tracciavano archi fiammeggianti sullo sfondo della notte. Ashe le osservava ammirato mentre volavano leggere, galleggiando tra le anse del vento. Fa’tu ne scagliò tre, una dietro l’altra, poi raccolse un sasso e lanciò in aria anche quello. «Non ci porterai via il mare!» gridava. «Mangiati pure le lune, mangiati pure tutte le stelle, ma non ci porterai mai via il mare».

Gridò fino a che la voce gli divenne roca. Baku, appollaiato nel cielo, sbatteva le ali e si scrollava di dosso le frecce, ma non osò avanzare. Fece schioccare la coda e si ritirò dietro l’orizzonte marino. Poco più in là, albeggiava. Ashe tirò un sospiro ma la mandibola non voleva saperne di allentare la presa. Si chiese se avesse mai provato una paura così antica.

*

«Tornerà domani notte, non è così?» chiese Ashe.

«Sì. Per mangiare gli uomini».

«Tu combatterai?»

Fa’tu strabuzzò gli occhi e gli assestò uno spintone sul petto. «Guardati intorno» fece. «Poi guarda me. E chiediti se ho davvero una scelta».

Le prime luci dell’alba tingevano d’arancio il mare tranquillo, e sulla spiaggia si allungava un chiarore rosato. Corpi e volti degli arcieri emergevano infine dalla notte e Ashe saltava con lo sguardo dall’uno all’altro. Corpulenti, le teste rasate, solo un paio di pantaloni in tela leggera a coprirli, perché col caldo delle Diecimila Isole non serviva altro. Erano tutti maschi.

Le donne stavano chiuse altrove, a sfornare nuove braccia per il regno. Madri da monta, così chiamavano quelle abili allo scopo. Sua sorella Stoya era costretta a vivere tra loro. Era tutto ciò che restava della sua famiglia. L’avrebbe tirata fuori da lì prima che fosse troppo tardi, l’aveva promesso.

Ognuno di quegli uomini sfoggiava tatuaggi neri sulla pelle scura, figure intrecciate che si stendevano dai polpacci fino ai lati del cranio. Fa’tu, al contrario, non portava alcun marchio; la sua pelle era intonsa.

«Sono un uomo nudo» disse Fa’tu. «Un guerriero, ma non sbaglieresti a chiamarmi schiavo. Se voglio guadagnarmi i miei colori, l’unica strada è combattere. Morirò, se sarà necessario. Basta che mi strappiate dalla bocca di Baku. Datemi in pasto al mare. Tornerò nella pancia del nostro Dio».

Ashe sfoderò un sogghigno e si mise in ginocchio. Con le dita prese a scavare tra i rimasugli del fuoco, sotto le braci ormai fredde.

«Sono l’ultimo di sette fratelli» disse. «Tutti ridotti in cenere, proprio come questa legna, a parte Stoya. Tutto perché l’imperatore un giorno decise che mio padre era un ribelle e andava punito come monito per gli altri nobili del nord. Mio padre aveva avuto dei piani per noi. Il primogenito sarebbe divenuto capofamiglia, marito di qualche principessa. Il secondo studiava ogni giorno le arti della guerra, avrebbe comandato eserciti. Il terzo imparava a leggere i sentieri celesti nelle torri degli astrologi. Sai come passavo le mie giornate? Sai qual era il mio compito?»

Fa’tu ridacchiava, le braccia incrociate sul petto. «Non riesco proprio a immaginarti, amico mio. Nel tuo bel castello, sul tuo bel continente. Sono favole, per me. Che facevi?»

Ashe tornò in piedi. Si passò due dita sugli zigomi, disegnando un’ombra nera sotto gli occhi. Prima a destra, poi a sinistra. «Controllavo che il fuoco non si spegnesse e che il camino fosse freddo, alla sera. Ero il bambino della cenere». Tracciò gli stessi segni sul viso di Fa’tu, poi gli poggiò una mano sulla spalla.

«Non siamo così diversi, uomo nudo. Tu almeno hai la pelle scura, sotto il sole enorme di queste isole diventi di bronzo. Io sono pallido, se non mi riparo sotto qualche palma abbrustolisco».

Fa’tu rideva di nuovo. Anche lui si appoggiò alla spalla dell’amico. «Sei diventato grande e grosso da allora, bambino della cenere» gli disse. «E ti sei portato dietro una bella spada. Sei un forte guerriero».

Ashe annuì. La spada era sdraiata sulla sabbia, doveva l’aveva abbandonata quella notte. La raccolse, passò una mano sulla lama e la ripose alla cintura. «È merito di quest’isola, che mi ha cresciuto. Per questo combatterò anch’io. Ti guarderò coprirti di gloria e guadagnarti i tuoi tatuaggi. Ripagherò il mio debito con tutti voi, riscatterò mia sorella e tornerò sul continente».

S’incamminarono verso il villaggio, lasciandosi il sole alle spalle.

«E cosa farai, una volta tornato a casa?» gli chiese Fa’tu.

«Mi nasconderò, oppure mi vendicherò.» Ashe si grattò il mento. «Non ho ancora deciso».

L’odore del latte di cocco era così dolce da dargli la nausea. Più avanti, oltre quei tendoni dentro cui non osava guardare, era tutto un rumore di bocche. S’immaginò centinaia di donne grasse, imboccate del loro pastone un cucchiaio dietro l’altro. La nota pungente di qualche frutto colorato, la carne di maiale scottata con zucchero e aceto. Ma soprattutto, il latte di cocco. Il bicchiere di Stoya ne era pieno fino all’orlo. Lei buttava giù lunghe sorsate, eppure il liquido non sembrava calare. Ashe la guardava sforzarsi, sotto gli occhi vigili delle sue custodi – ma lui le avrebbe chiamate carceriere.

La sorvegliavano affinché nemmeno una goccia di quel latte finisse sulla sabbia. Sua sorella aveva la pelle bianca come lui, con le guance arrossate dal sole; i suoi stessi capelli biondi, gli stessi occhi chiari. Ora lo puntavano dritto, sbirciando oltre il bordo del bicchiere. Era alta, quasi quanto lui, ma il suo corpo era esile. Quei fianchi stretti non sarebbero mai stati degni di una madre da monta, per quanto provassero a farla ingrassare. I gemiti dei neonati, schierati in plotoni sotto la tenda centrale, si mischiavano a quelli degli accoppiamenti che si consumavano nel terzo tendone. L’avrebbe portata via da lì, prima che qualcuno si approfittasse di lei. Prima che qualcuno la violasse.

Di colpo, Stoya si drizzò in piedi e sbatté il bicchiere sul tavolo. Le ragazze trasalirono mentre gocce di latte schizzavano in ogni direzione.

«Non morire, stanotte» gli disse. I loro occhi avevano lo stesso colore, sì, ma Ashe invidiava la risolutezza nello sguardo di lei. Freddo, senza traccia di paura. Stoya si pulì le labbra col dorso della mano. Erano sottili e bellissime. «Ho di meglio da fare col mio corpo, che lasciarlo sverginare da questi animali. Quando torneremo sul continente, con queste ci conquisterai un impero.» Si prese i seni tra le mani e Ashe sorrise. Erano entrambi degni figli della luna rossa, dopotutto. Entrambi guerrieri, seppure con armi diverse.

Poi le custodi la convinsero a sedersi e il capovillaggio che accompagnava Ashe lo trascinò via. Era un uomo dal petto largo e dalle braccia straordinariamente grasse, coperto di tatuaggi fin sulla fronte. La frenesia guidava le sue mosse fin dal primo mattino, quando si erano incontrati. Al posto della gamba destra, dal ginocchio in giù, aveva una stampella di legno che pareva piegarsi sotto il peso del ventre prominente, e Ashe temeva che si sarebbe dovuto tagliare un orecchio per scacciare dalla testa quel tamburellare continuo. Persino quando fermavano il passo non smetteva di picchiettare sul terreno.

«È lo spirito di Baku», gli spiegava il capovillaggio, quando Ashe non riusciva più a nascondere il fastidio. «Me l’ha mangiata lui, la gamba, e ora non posso combattere. Finché non sarà morto, le mie membra non avranno pace. Non avranno vendetta».

Il capovillaggio aveva in mente una sola cosa: l’attacco. Era il crepuscolo quando lo riaccompagnò tra le case e ancora gli mostrava archi lunghi e faretre imbottite di frecce, rastrelliere cariche di armi, i carri dei pescatori riempiti di pece e zolfo, fuochi già scoppiettanti. Sulle pareti d’argilla stavano impilate colonne di lance alte come due uomini, insieme a spade di ogni fattura; Ashe, però, aveva già una lama di cui fidarsi. Le mani gli fremevano dalla voglia d’impugnarla e si sentiva scottare il viso.

Da ciò che aveva imparato sulla guerra, attendere il combattimento era un po’ come covare una febbre. Quel che lo stupiva, ogni volta, era il silenzio. L’imperatore accampato sotto le mura con dieci legioni al proprio comando, le fiamme che scioglievano suo padre, sua madre e i suoi fratelli, il castello che si accartocciava come una catasta di legna; mentre fuggiva, la mano stretta in quella di Stoya, le sue orecchie erano chiuse a qualsiasi suono. All’epoca era troppo piccolo per comprendere le accuse di ribellione che costarono la vita alla sua famiglia, e non abbastanza forte da nutrire l’odio che sentiva scaldargli le viscere.

Ashe non ebbe paura di bruciarsi le dita, quando raccolse la cenere da un falò acceso e la usò per tracciarsi due linee sotto gli zigomi. Si scambiò un’occhiata con Fa’tu; era appollaiato a scrutare l’imbrunire, l’arco già saldo sulla spalla. Poi il capovillaggio si congedò e gli prese la testa nel palmo di una mano; ognuna delle dita somigliava a una salsiccia.

«Baku rapisce i nostri bambini» gli disse. «Ci porta via l’oro e il raccolto. Nasconde tutto nel suo nido, sulla montagna dall’altra parte del mare. Un giorno costruiremo una nave alata per riprenderci il tesoro, ma prima d’allora, una notte, uccideremo Baku. Questa notte, forse. Mi fido di te, straniero. Lotta bene e sarai uno di noi. Potrai scegliere cosa fare della ragazza». Gli rifilò una pacca sulla spalla e lo lasciò andare. Baku gridava, al centro esatto del cielo. Le frecce incoccate, le punte incendiate, le spade sguainate all’unisono. Nella notte buia, l’acciaio s’accendeva col baluginare delle fiamme. Il capovillaggio piantò la stampella nella sabbia. «Prima di perdere l’onore, datti in pasto al mare: il Dio saprà cosa fare di te».

*

Quando hai il sangue che ti cola davanti agli occhi, tutto si muove più rapidamente. Ashe non sapeva se fosse suo, di Fa’tu o di un altro degli uomini nudi, tutti schierati in prima fila. L’intera notte passò in pochi attimi. A colpi di coda, Baku guizzava da un lato all’altro del cielo. Poi lanciava uno stridio e scendeva in picchiata, le ali raccolte e le zanne snudate. Qualcuno si aggrappava ai suoi barbigli e finiva sbalzato chissà dove. A vederlo da vicino, quel corpo affusolato pareva tappezzato di scaglie dure come roccia. Al suo passaggio scalzava le case dalle fondamenta, rovesciava i carri, rivoltava la terra.

Ashe si ritrovò a mulinare la spada a vuoto. Il serpente era sempre troppo lontano o troppo veloce perché potesse colpirlo. Il sudore, il sangue e le scintille dei fuochi accesi gli annebbiavano la vista. Le frecce tenevano a bada la bestia, con quella scia di fiamme che tratteggiavano nella notte, ma Baku saliva di quota e le scacciava con un colpo d’ali. I lancieri ebbero più successo, gli conficcarono le punte acuminate nel ventre, una, due e tre volte.

Baku guaiva, dimenava la coda, arricciava i baffi. Poi piombava di nuovo sul villaggio, più veloce e più cattivo. Chi finiva sulla sua strada si ritrovava tagliato a metà da una zanna, o peggio: avviluppato dalla lingua violastra, masticato e deglutito. Gli uomini nudi combattevano valorosi e Ashe li ammirava. Fa’tu portava i suoi stessi segni neri, il marchio della cenere sugli zigomi. Brandiva una picca alta tre volte più di lui, mirava dritto agli occhi del serpente non appena gli planava sopra la testa. I fuochi morivano, eppure la notte si faceva più chiara. Poco a poco, a ogni colpo che penetrava tra le sue squame, Baku restituiva al cielo un pezzo di luna.

Poi la picca di Fa’tu gli aprì uno squarcio sulla gola. Baku si schiantò in in mezzo al villaggio, la coda arpionata al tronco di un cedro. Il sangue nero spruzzava a fiotti, emetteva un gorgoglio roco tra le zanne serrate. Sbatté le ali e una dozzina di uomini volarono via, oltre le case.

«Avanti!» Ashe udì un grido alle sue spalle.

«Capovillaggio!» sbraitò. «Torna nelle retrovie!»

Il capovillaggio stava inginocchiato al centro della strada, la stampella abbandonata in un angolo. Brandiva l’arco, la corda già tesa e la faretra piena. «Devasta pure la nostra terra!» urlò a piena voce. «Mangia le lune, ruba il nostro oro. Ma non ci porterai mai via il mare!»

Il mare era in tempesta, pronto a pasteggiare coi morti. La spuma delle onde, che s’infrangevano tra spiaggia e scogli, riverberava fin sopra le case. Il sale dell’acqua, l’aria umida e il sapore di ferro nel sangue. Ashe impugnò la spada con due mani, cacciò un urlo e caricò. Attaccare e attaccare soltanto, come diceva il capovillaggio. La lama scheggiò a malapena le scaglie di Baku. Ashe finì dritto tra le sue zanne.

*

«Tu non condividi le colpe di questa gente, straniero». La voce di Baku non gli parlava alle orecchie. Gli rimbombava tra stomaco e fegato, gli faceva tremare le budella. Perché era così simile a quella di suo padre? E perché, dentro gli occhi fiammeggianti della bestia, gli pareva di scorgere una sagoma familiare, che si contorceva mentre moriva sul rogo degli imperiali?

«Non voglio farti del male. Nondimeno, avrai una morte prematura se non ti guarderai dai tuoi simili». Nella bocca del serpente si nascondevano solchi e caverne, il suo respiro era caldo e antico.

«Noi siamo bestie della medesima specie, straniero. Custodi della nostra terra, ma traditi dal nostro stesso popolo. Ti hanno chiamato ribelle, per aver difeso le tue radici. Quando nessuno crede più in te puoi nasconderti, puoi mischiarti a loro. La tartaruga di marmo l’ha fatto, e l’hanno ammazzata. Era l’ultima delle mie sorelle. Dovresti capire di cosa sto parlando. Oppure puoi fare come me. Vendicarti. Torna nel tuo nord, straniero, lì c’è ancora qualche custode come me. Gli orsi ti ascolteranno, se gli parlerai».

Di colpo, Baku mollò la presa. Ashe era libero dal morso. Non udiva più alcuna voce, solo il fragore della battaglia. Tutte e cinque le lune avevano ripreso posto nel cielo.

«No!» strillò Ashe. «Aspetta!» ma Fa’tu si era già lanciato nella bocca del mostro e ora gli puntava la picca sul palato. Imperlato di sudore, il suo corpo brillava lucido e glabro. «Bambino della cenere» gli disse voltandosi. Sorrideva. «Se muoio qui dentro, dammi in pasto al mare». Strinse l’asta e spinse in alto la punta. Lo spruzzo di sangue nero li sommerse entrambi. Poi, con un boato, Baku spazzò via ogni cosa. Fa’tu rimase aggrappato alla picca. Una frustata con la coda e Baku riguadagnò il cielo. Latrò finché non scomparve oltre l’orizzonte. Sepolto sotto i muri di argilla sbriciolata, Ashe non vide nient’altro.

Si risvegliò con l’aria frizzante dell’alba e un pizzicore alla testa. Era sdraiato sulla spiaggia, il capovillaggio seduto al suo fianco. Con scalpello d’ossa e inchiostro lo stava tatuando sui due lati del cranio, sotto i capelli rasati.

«Hai guadagnato due ali nere» gli disse. «Sei uno di noi, se lo vuoi. Sei libero».

«Baku?» chiese, ma dalla gola gli uscì solo un balbettio.

Il capovillaggio mugugnò. «Tornerà tra qualche luna, come sempre. Ma questa volta non si è preso i nostri bambini. Lo uccideremo. E mi farò restituire la mia gamba».

Dall’altra parte c’era Stoya, inginocchiata sulla sabbia, la mano intrecciata con la sua. Aveva le dita fredde. «Ce l’hai fatta», si chinò a bisbigliargli all’orecchio. «Ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta». Quel suo sguardo feroce scintillava di nuovo. Ashe si chiese se ne sarebbe stato all’altezza.

«Mi hai riscattata prima che qualcuno mi violasse. Ce l’hai fatta. Sai quanto guadagneremo, col mio corpo vergine? Ricompreremo le nostre armi, le nostre terre, i nostri sudditi, i nostri castelli. Compreremo l’Impero, tutto quanto. E poi lo guarderemo bruciare».

Ashe si portò una mano alla cintura. La spada riposava al suo posto, ne fu confortato. La estrasse e conficcò la lama nella sabbia. Poi, trattenendo una smorfia di dolore, fece leva sulla guardia e si mise in piedi. Gli uomini delle Diecimila Isole consegnavano i loro morti alla bassa marea, li lasciavano inghiottire dalla bocca del Dio. I gabbiani dalla testa nera sorvegliavano le onde e starnazzavano, ansiosi di becchettare sui cadaveri. Litigavano per ogni pezzo di carne. Oltre quel mare, pensava Ashe, la sua vendetta.

*

Giornalista e traduttore, Andrea Cassini si occupa di cultura, letteratura e sport. Scrive principalmente racconti, spaziando dal fantastico alla narrativa non di genere. Sue storie sono apparse su riviste quali TerraNullius, CrapulaClub e A Few Words.

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