NUMERO 4

IL LABIRINTO

di DAVID TALLERMAN

Aveva sette anni, e se non avesse visto il cartello non sarebbe successo niente.

La tenuta della baita era ampia, apparentemente illimitata. Erano già stati dentro la casa, avevano pranzato al bar, avevano esplorato sia i giardini inferiori che quelli superiori ed erano risalti fino al lago. Era tardo pomeriggio e c’era una vaga freschezza nell’aria; Laurie era irritabile e le facevano male i piedi. Aveva fatto i capricci per motivi che in seguito non avrebbe saputo ricordare e suo padre aveva deciso che sarebbero tornati all’auto. 


LA STANZA DELLE CROCI

di FLAVIO TORBA

Ci sono diversi modi di essere cattive madri, pensò la dottoressa Sarto. Potrei essere un’alcolizzata che picchia la figlia una sera sì e l’altra pure. Una ludopatica che si dimentica di lei in auto quando va a giocare alle slot. Oppure avrei potuto abbandonare Antonia appena nata.

Milena sospirò. L’ultima soluzione le sembrava la più facile: far sì che quel buono a nulla di Pietro ottenesse l’affidamento.


L’ARCHIVIO DELLA LOGGIA DEI PINI

di MICHAEL WEHUNT

Da: x_ <pinedemon@x.x>

A: Aly Duarte <alyalyoxenfree@gmail.com>

18 dicembre 2017 03:36

Oggetto: L’Archivio della Loggia dei Pini

— Se guardi il video in allegato, ti accorgi già quasi all’inizio che c’è qualcosa che non va. Ma non capisci cos’è. C’è qualcosa di… familiare.


MARIO E ALFREDO

di ANDREA BERNESCHI

Forse, e dico forse, se quel giorno Mario non fosse tornato stupidamente nella mia officina, se si fosse rivolto a un altro, o semplicemente avesse pensato di farsi vedere dal Pronto Soccorso più vicino, tutto quel casino di cui avete letto nei giornali non sarebbe successo.

Forse, ripeto.

Perché io sono fatto a modo mio, ho i miei vizi e tutti lo sanno. Ma arrivare a combinare un tale macello…

MARIO E ALFREDO

di ANDREA BERNESCHI

Forse, e dico forse, se quel giorno Mario non fosse tornato stupidamente nella mia officina, se si fosse rivolto a un altro, o semplicemente avesse pensato di farsi vedere dal Pronto Soccorso più vicino, tutto quel casino di cui avete letto nei giornali non sarebbe successo.

Forse, ripeto.

Perché io sono fatto a modo mio, ho i miei vizi e tutti lo sanno. Ma arrivare a combinare un tale macello…

Mario è mio fratello, e per molti anni abbiamo lavorato insieme. Compagni di chiave inglese e cacciavite. Appaiati come i cavi delle batterie: positivo e negativo. Sincronizzati come i movimenti dei tergicristalli, ci muovevamo simultaneamente senza mai uno scontro. Poi tra noi è successo qualcosa.

Io sono il primogenito, il più alto, il più robusto, e soprattutto quello che nostro padre ha scelto come successore e nuovo capo dell’officina. Lui? Un ragazzetto gracile e insignificante, ma furbo come una scimmia, pieno di energia.

Sgobbavamo entrambi sotto gli occhi del vecchio brontolone. Proclamava a gran voce che non avrebbe fatto alcuna differenza tra noi e gli altri suoi operai: si era fatto da sé, col sudore della fronte, passando i pomeriggi con la testa sprofondata nei cofani aperti, o sotto le carrozzerie, sdraiato su un pezzo di cartone sporco: nessun trattamento di favore, per noi due. Avremmo arrancato lungo la stessa strada di fatica e sacrifici. Non erano parole al vento: le manteneva, eccome se le manteneva! Anzi, era più facile che sbraitasse e imprecasse contro noi che contro gli altri, se qualcuno aveva versato l’olio per terra o se per sbaglio la vettura di un cliente risultava danneggiata.

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Andrea Berneschi è nato ad Arezzo nel 1977. Fa pare della redazione della webzine Filmhorror.com ed è membro della Horror Writers AssociationHa pubblicato con NeXT, Dunwich Edizioni, I Sognatori, letteraturahorror.it, Esescifi, Vincent Books, Letterelettriche, Watson Edizioni.

L’ARCHIVIO DELLA LOGGIA DEI PINI

di MICHAEL WEHUNT

traduzione di Stefano Paparozzi

Da: x_ <pinedemon@x.x>

A: Aly Duarte <alyalyoxenfree@gmail.com>

18 dicembre 2017 03:36

Oggetto: L’Archivio della Loggia dei Pini

— Se guardi il video in allegato, ti accorgi già quasi all’inizio che c’è qualcosa che non va. Ma non capisci cos’è. C’è qualcosa di… familiare. Gli alberi si affannano nella nebbia. Per due minuti e mezzo non vedi altro che i loro tronchi sottili che scivolano attraverso il fiato bianco di una nube bassa. La telecamera non ha un faretto. Non c’è il visore notturno.

— Al minuto 2:17 sussurra una voce profonda e densa. Alzi il volume, torni a 2:17: «Lei sta dormendo». Sei libera di pensare che sussurri qualcos’altro. Ma c’è un che di… familiare. Potrebbe quasi essere luce, quella che si avvicina attraverso il sottile schermo degli alberi. Dalle loro fauci viene espulsa la telecamera, che atterra su un lembo di prato vuoto. C’è la luna. Metti in pausa a 2:38 e guardi il retro di casa tua, a circa venticinque metri. Qualcosa preme contro il muro, un grosso grumo scuro le cui braccia si alzano verso una finestra. Quella della tua camera da letto è un occhio chiuso. Tu sei al caldo dietro la sua palpebra.

— Riparti. Le braccia del grosso grumo scuro si avvicinano al tuo davanzale. Si allungano con minacciosa lentezza. Zoomi, ma la definizione peggiora e non sapresti dire se quegli arti hanno delle dita o delle mani. La telecamera rimane ferma per 43 secondi, poi indietreggia tornando tra gli alberi. I pini si ammassano. La nuvola torna a addensarsi intorno all’obiettivo e le mura della tua casa si allontanano. Il grosso grumo scuro e le sue braccia che si allungano.

— Raggiunge la finestra? Ma il video finisce a 3:59.

— Abbiamo scelto te.

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Michael Wehunt vive nella città perduta di Atlanta, dove desidera avere più tempo per leggere. Le sue storie sono apparse in Electric Literature’s Recommended Reading, Cemetery Dance, The Year’s Best Dark Fantasy & Horror e Year’s Best Weird Fiction. La sua prima antologia, Greener Pastures, è stata finalista allo IAFA Crawford Award e nominata per lo Shirley Jackson Award. Potete trovarlo online su www.michaelwehunt.com.

LA STANZA DELLE CROCI

di FLAVIO TORBA

Ci sono diversi modi di essere cattive madri, pensò la dottoressa Sarto. Potrei essere un’alcolizzata che picchia la figlia una sera sì e l’altra pure. Una ludopatica che si dimentica di lei in auto quando va a giocare alle slot. Oppure avrei potuto abbandonare Antonia appena nata.

Milena sospirò. L’ultima soluzione le sembrava la più facile: far sì che quel buono a nulla di Pietro ottenesse l’affidamento.

Invece ho scelto la via più lunga.

Fece entrare con cura la Mercedes nel posto a lei riservato. Il parcheggio era vuoto, a parte la disastrata monovolume di Paolo. Il solo pensare alla guardia, con cui avrebbe dovuto condividere il laboratorio per tutta la notte, le fece fare una smorfia nauseata. Vide nello specchietto retrovisore le rughe intorno alla bocca incresparsi. Erano le prime che iniziavano a farsi notare.

Nasciamo. Studiamo. Sperimentiamo. Se siamo fortunati scopriamo qualcosa di più. Invecchiamo e moriamo.

Il trillo del cellulare la fece sobbalzare. Rovistò per una paio di secondi nella borsa prima di trovare il dannato aggeggio, annaspando in mezzo a blocchi di appunti e cancelleria varia mentre il Bolero di Ravel continuava a chiamarla. Rispose senza guardare il numero, temendo di non fare in tempo.

«Pronto, Milena?» disse una voce arrochita dall’altro capo.

La dottoressa Sarto sospirò.

«Sì, mamma. Che c’è?»

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Flavio Torba non esiste, ma ciò non gli impedisce di raccontare l’orrore. A voler cercare bene, però, si potrebbe trovare un ingegnere con velleità letterarie che opera nelle desolate Terre Meridionali. Ma questa è un’altra storia. Ha pubblicato racconti su Verde Rivista, La Nuova Carne e Reader For Blind. Ha un romanzo in cantiere e altri abomini in testa.